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    12
    2017

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ANTI-

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All’interno della recensione dell’album d’esordio delle Girlpool si parlava di scena di Philadelphia, di Wichita Recordings, di «due voci, una chitarra e un basso. Nessuno spazio per l’apporto ritmico di una batteria» e di «un disco piccolo, in un mondo grande». Due anni più tardi è tutto da rifare, o quasi: niente più Phila (Harmony Tividad e Cleo Tucker sono tornate nella natia California), niente più Witchita (sono passate alla ANTI-, etichetta sorella di Epitaph), niente più due sole voci sorrette dal minimale supporto fornito da chitarra e basso (è entrato in formazione il batterista Miles Wintner) e niente più disco piccolo: al secondo tentativo le due icone della scena indie tipicamente bandcampiana abbandonano il lo-fi più integralista facendo un balzo verso sonorità più rocciose, piene e generalmente meglio prodotte.

Guardare in grande senza snaturare il proprio DNA. Questo è l’obiettivo dell’opera seconda intitolata Powerplant. Una volta che ci si presenta al mondo (ecco, “mondo” forse non è il termine più adatto, stiamo pur sempre parlando di un pubblico di nicchia) con una proposta dalle caratteristiche peculiari e, se vogliamo, radicali, non è mai facile riuscire a seguire un percorso evolutivo di un certo tipo: da un lato apportare modifiche strutturali al proprio sound è un segnale certamente coraggioso (e talvolta necessario), dall’altro lato invece si corre il rischio di cadere nel generico perdendo di vista i tratti distintivi degli esordi. Ad un primo ascolto, le composizioni di Powerplant effettivamente sono leggermente “generiche”. Un po’ alla volta però vengono a galla quegli elementi che rendono l’album – seppur transitorio – coeso e non del tutto anonimo. All’interno delle nuove dodici tracce le Girlpool mettono in luce una certa soavità difficile da riscontrare in Before the World Was Big (tantomeno nelle release ancora precedenti), figlia anche di un diverso approccio dietro ai microfoni: se in precedenza le due voci cercavano armonizzazioni a più melodie, per Powerplant sembra invece essere stato effettuato uno studio su come far convivere Cleo e Harmony sulla stessa linea melodica (esemplare il singolo 123) smussando i picchi più acuti e sguaiati (all’epoca presenti ad esempio in Before the World Was Big), accentuando invece una catatonica fragilità di scuola Elliott Smith (Soup, Sleepless). Per farvi capire in modo più chiaro quello che intendiamo, provate a confrontare una sgangherata e punkish Blah Blah Blah (disponibile nel Girlpool EP del 2014) e una malinconica Fast Dust: la differenza di spirito, mood e impeto vocale è a dir poco lampante.

Melodie più distese, esili, agrodolci e sognanti (alcune non stonerebbero in un album dream-gaze), quasi sussurrate (idealmente Frankie Cosmos non è così distante), che si alternano con una certa costanza a chorus più potenti, cantati con il cuore in mano (quello di 123 ha un retrogusto emo contaminato dalla lezione di Alex G) senza però mai eccedere in irruenza o in vitalità. Tra le influenze, oltre ad Elliott Smith, vengono citati i Cranberries; in realtà – sebbene le nostalgie 90s non fossero mai state così presenti fino ad oggi – escludendo In Your Heart che (solo a livello epidermico) può riportare alla mente i primi lavori degli irlandesi, Powerplant è un disco che profuma di dimesso indie pop americano dall’inizio alla fine. Solo raramente i giri aumentano lievemente: è il caso dell’alt-rock di She Goes By e di Corner Store, brano in cui l’apporto ritmico di Wintner risulta fondamentale, sia per dettare l’andazzo sbarazzino della strofa/filastrocca, sia per sorreggere con potenza le distorsioni soniche che si affacciano improvvisamente a metà traccia.

Powerplant è un album riuscito solo a metà nel suo vivere di vita propria all’interno di una discografia (quella delle americane) per il momento ancora difficile da comprendere pienamente. Per completare il fatidico passo in avanti al terzo disco le Girlpool dovranno indirizzare il proprio operato verso qualcosa di più memorabile.

12 maggio 2017
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