• feb
    01
    2019

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ANTI-

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Un progetto sempre in evoluzione, quello targato Girlpool, un’evoluzione che sembra andare di pari passo con la crescita individuale dei due elementi base, Cleo Tucker e Harmony Tividad: dal riot grrrl da cameretta adolescenziale dell’omonimo EP d’esordio al suono più pieno di Powerplant, passando per la docile patina lo-fi/twee di Before the World Was Big, il duo americano ha costantemente aggiunto nuovi tasselli distintivi ad ogni release guadagnando sempre più consensi, talvolta anche eccessivi (siamo parlando del Best New Music che Pitchfork ha stampato su Powerplant, un lavoro piacevole ma certamente non così importante).

Sopravvalutato? Probabilmente sì, ma dopotutto «everything’s overrated», citando un passaggio di What Chaos is Imaginary, title track del loro terzo album pubblicato per la fida Anti-. What Chaos is Imaginary, pur senza allontanarsi più di tanto dal concetto basico di indie pop, ci mostra il duo in una veste ancora diversa, e se – in piccola parte – questo ulteriore cambiamento è dovuto alla presenza di David Tolomei (già sound engineer per Beach House e Dirty Projectors, tra gli altri) in sede di produzione e mixing, il grande cardine di questa piccola rivoluzione è da ricercare nella voce di Cleo, oggi di una ottava più bassa per via della terapia ormonale di testosterone che sta accompagnando il suo percorso gender-fluid. Ne consegue che se già in passato non era impossibile scomodare una «catatonica fragilità di scuola Elliott Smith», oggi i paragoni con il compianto cantautore americano sono ancora più giustificati.

Anche musicalmente, dell’approccio punkish e delle acerbe melodie cantate a squarciagola del primo EP (con le voci di Cleo e Harmony impegnate a rincorrersi e a doppiarsi) non è rimasto praticamente nulla; rimane invece un suono (già rintracciabile nel disco precedente) che mette d’accordo indie rock 90s e slowcore, con la differenza che – rispetto a Powerplant – in questo caso a fare da contorno alle chitarre sbilenche non c’è una vera band ma drum machine e tastiere programmate e suonate in completa autonomia da Cleo e Harmony. Un ritorno al passato bedroom? No, ma non è un caso che alcune tracce – qui rielaborate – sono state scritte tre o quattro anni fa, e questo aspetto non fa che rendere ancora più transitoria la natura di What Chaos is Imaginary con un occhio puntato in avanti e uno indietro. Ad esempio nell’ottima, sussurrata, lullaby In All Blacked Out, una Cleo mai così pericolosamente vicina a Smith, canta «sitting on bricks in Philadelphia», città abbandonata ormai da tempo in favore di Los Angeles.

In What Chaos is Imaginary – la canzone – troviamo il duo impegnato ad uscire dai binari del guitar pop, con le sei corde sostituite da un sinistro organo e da melodiosi quanto ancestrali violini. Nelle restanti tredici canzoni le chitarre tornano protagoniste, talvolta ruggenti e spianate come non mai con Cleo sugli scudi (l’alt-rock di Lucy’s o il piglio da “adolescente mid 90s” di Hire e di Swamp and Bay), mentre risultano leggermente penalizzate le tracce affidate al timbro delicato di Harmony, in linea di massima fin troppo simili ad altri episodi del loro repertorio (e a nomi quali Florist, Emily YacinaFrankie Cosmos). Esclusa dalla – comunque già abbastanza lunga – tracklist Picturesong, traccia realizzata insieme a Dev Hynes e pubblicata lo scorso anno.

Il primo impatto con la versione 3.0 del duo può essere spiazzante, ma ci sentiamo di promuovere – benché non a pieni voti – What Chaos is Imaginary, così trasparente nel far intravvedere quelli che potrebbero essere i next step evolutivi e al contempo così ambiguo da non lasciare certezze.

29 Gennaio 2019
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Girlpool – What Chaos Is Imaginary

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