• ago
    19
    2016

Album

Warp Records

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Quando avevo tredici-quattordici anni un amico di poco più grande mi copiò Affinità/Divergenze, che mi fece impazzire. Amavo le canzoni e amavo quel suono sporco e gracchiante. Che però nel disco “vero” non c’era, era il risultato di chissà quanti e quali passaggi di supporto, di chissà che copiaggi e riversamenti, che facevano suonare quell’album non come il compact Virgin che era, ma come White Light/White Heat. Ho ripensato a questa cosa della sporcizia – quando non sai se attribuirla al disco disco, al supporto o al mezzo di riproduzione – appena ho messo a suonare Callus da Spotify. Ho il PC sull’orlo della liquefazione, un glitch nero di qualche centinaio di pixel sullo schermo, non funzionano più i bottoncini del volume, devo alzarlo o abbassarlo dalle impostazioni e non dal più e meno, e insomma ho pensato che tutti quei tremolamenti, quei salti, quegli sbalzi, quegli «zZz» all’inizio del disco fossero l’annuncio definitivo del collasso della scheda audio. Su Kindred di Burial stava scritto che «The skips and cut outs on the track “Ashtray Wasp” are intentional» e questa pure è hauntology a modo suo: storte cantilene che un tempo furono blues, registrate su nastri smangiati da topi digitali, zoppicanti eco che risuonano in scenari tetramente desertici, tra il primo True Detective e – sentire Carolyn Shadows o Poltergeist – i Demdike Stare.

Sumach santo straccione yoga, dicevamo sei anni fa, ma qui ha la luna stortissima, la luna nera, lo si capisce fin dalla copertina, che sembra quella di un disco alt-black metal. E un pezzo come The Kill col metal, nella sua declinazione più kitsch, enfatica, sinfonica, ci flirta. Sumach ha preso e ha continuato su quella strada che poi a ben sentire è stata sempre sua. A Sufi and a Killer era il best of anche fichetto di anni di collaborazioni con il giro Lotus/Brainfeeder/Gaslamp, ma gli EP che sono venuti dopo, e in particolare l’ottimo MU.ZZ.LE, non hanno fatto altro che ritornare allo slackerismo estremo dei CD-R prodotti agli esordi. Produzioni scure e lo-fi che macinavano campioni poveri, sporchi, rumorosi, una specie di polveroso glitch industriale (per le timbriche) e artigianale (per l’assemblaggio), con suggestioni da certa Anticon del periodo d’oro. Questo scrivevo sei anni fa, dopo averli tirati giù, ‘sti CD-R, da non so più quale forum russo. Ecco, lì come qui e adesso c’è un fascino strano che avvolge i migliori tra questi brandelli di musica, venati come sono da una disperazione implosa, da una malinconia paralizzata ed ebete, con il ritmo segnato come da colpi di tosse che sono il fantasma residuo di un colpo apoplettico.

Sumach biascica, ciancica, rantola, delira, sbrocca, arranca, incespica, inciampa, vaga, erra, senza direttrice, senza direzione, inspira e nei polmoni fa arrivare solo sabbia fine, gatte di polvere, un’amarantacea come cappello-corona di spine. Se cercate canzoni, a parte qualche schizzo sparso (tipo Krishna Punk – e ritorna il folle déjàvu dei CCCP – o Vinaigrette), qui ce n’è nisba. Se cercate un flusso ritorto e sgocciolante, un fiumiciattolo che brontola e geme nell’aprirsi un varco tra la terra per vedere finalmente la luce, se cercate un bel brutto sentire, ecco allora ci siamo. Chissà quanto sono stati contenti alla Warp di pubblicare questo disco, che se lo spacciavano per un mixtape domestico fatto sedici anni fa non se ne accorgeva nessuno. Ricordo che a fine 2010 un importante giornalista musicale che si occupa di musiche “altre” chiese sul suo Facebook di scrivergli qualche disco da ascoltare o riascoltare per forza per inquadrare il 2010. Io, ingenuo, gli suggerii Gonjasufi e la sua risposta, per certi versi illuminante, diciamo a livello di posizionamento, fu qualcosa del tipo: «No, non roba fichetta, roba tosta, roba marcia». Ecco, per me Gonjasufi, pure uscito su Warp e pure tenuto mano manina dagli amichetti di Lotus e Lotus stesso, non è un fichetto. È sempre stato il marcione scassato di Callus. Il santo straccione che è.

26 Agosto 2016
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