Recensioni

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Tra i teen drama che hanno raccontato l’esperienza degli adolescenti cercando di essere realistici e non sensazionalistici (Freaks and Geeks, Beverly Hills 90210, The O.C. e molti altri) e quelli che invece hanno prediletto un approccio più elaborato ripiegando sul fantasy (Buffy, The Vampire Diaries, American Horror Story etc), Euphoria sembra collocarsi in una zona di mezzo dove la realtà e i suoi personaggi vengono restituiti attraverso un’interpretazione, o meglio, un’allucinazione che prende la forma di immagini deliranti ed è costruita quasi interamente in studio. Ma il bello è che anche il mondo fuori dai luoghi chiusi è stilizzato, fittizio, suggestivo: campi di football e strade avvolte dalla foschia che sembrano cimiteri, case schiacciate dai soffitti bassi e dal legno scuro delle pareti che funzionano come prigioni, locali con luci al neon e percorsi vertiginosi in cui anestetizzare un dolore che non ha nome.

In Euphoria, la serie ideata e scritta da Sam Levinson (Assassination Nation) per HBO, il look e l’atmosfera giocano un ruolo chiave per lo storytelling e sono inquieti e vibrano come l’adolescenza stessa, gli somigliano a tal punto da essere scostanti in modo fastidioso e affascinante, parlano insomma la sua lingua; i colori audaci della fotografia uniti ai brani della colonna sonora di Labrinth, Santigold, Agnes Obel, Skrillex e Arcade Fire che si infilano nella testa come aghi e a quella macchina da presa fatta roteare sugli attori, volare e scendere in picchiata, sono poi elementi visivi di grande impatto in uno spettacolo da cui è letteralmente impossibile staccare lo sguardo e che riassume in pochi episodi la preoccupazione di un momento storico particolare (della vita dei ragazzi e dell’America).

Essere un adolescente, lo sappiamo, è di per sé complicato, ma cosa succede se si è costretti a convivere con l’umiliazione e la dipendenza? Sono due concetti reiterati da Levinson senza dimenticare l’ansia sociale, che è il vero flagello di questa generazione, il senso di responsabilità degli individui e delle istituzioni e la vergogna che deriva dal non sentirsi abbastanza preparati alle sfide della vita o all’altezza delle aspettative degli altri. I personaggi di Euphoria, nativi digitali e simulacri di una pornografia ubiqua, sono tutti drogati di qualcosa e alla ricerca di emozioni che diano un senso al loro tempo; il primo “film” che hanno visto, come ci ricorda il narratore onnisciente Rue (Zendaya), è l’attacco terroristico alle torri gemelle dell’11 settembre dall’utero delle loro madri, non consapevoli che quel tragico evento avrebbe condizionato per sempre la società americana e plasmato le paure del nuovo millennio. Diciassette anni dopo scoprono quanto è facile comprarsi una dose e condurre un’esistenza vuota, e se non è così, allora si comportano come se lo fosse in famiglie difficili di genitori assenti.

Tentare di comprendere il funzionamento della mente di un teenager contemporaneo (i nati nel 2000) è davvero complicato, e la serie abbraccia con un atteggiamento di speranza misto a compassione l’esposizione “punitiva” del cinema di Larry Clark in Kids e Ken Park (senza dimenticare Gummo e Spring Breakers di Harmony Korine) e di Skins, come prodotto apertamente grafico per quanto riguarda la rappresentazione di sesso e droghe, non troppo realistico ma onesto nello spirito. Lo fa con una tristezza latente e una depressione che è un po’ il leitmotiv di certe variazioni sul tema – al contrario delle commedie alla Sex Education – trasformando i corpi in cadaveri con i volti rassegnati. C’è chi li ha descritti come i figli cresciuti dal cinismo, avvelenati dalla cultura del web, chi invece vede un bagliore di speranza e possibilità (Olivia Wilde in Booksmart dice sostanzialmente questo): Euphoria si colloca a metà strada, una versione più fantasiosa di My So-Called Life (la serie di Winnie Holzman andata in onda per una sola stagione tra il 1994 e il 1995 e ingiustamente dimenticata, a cui toccò la stessa sorte di Freaks and Geeks) innamorata dei suoi personaggi. Basti pensare al modo in cui la macchina da presa li indaga dal basso ricordando i primi piani della Giovanna d’Arco di Dreyer o gli danza intorno sinuosa come Paul Thomas Anderson in Boogie Nights e Magnolia; sono loro in fondo l’attrazione a volte respingente dello show, Rue con i suoi desideri e le sue dipendenze che agiscono sul lato spirituale della mancanza, Jules (Hunter Schafer), ragazza trans e combattente nata, un’anima dolce che è la droga buona di Rue e piange glitter dagli occhi mentre vuole affermare la sua identità femminile, Cassie, prigioniera del suo corpo prosperoso, umiliata dai compagni e ormai assuefatta. Ognuno cerca un’empatia che esiste e che purtroppo non hanno ancora sperimentato.

Questa magica messa in scena non riesce tuttavia a distrarci dalla ripetitività di certi schemi narrativi datati in campo di teen drama (la giovane cicciottella con gli occhiali poco attraente per i coetanei che per essere “vista” è costretta a togliersi una maschera e indossarne un’altra; l’atleta frustrato con problemi di accettazione della sessualità, il padre di famiglia che reprime il figlio e ha una doppia vita con tanto di sex tape), e se da un lato promuove un modello di società aperta e progressista, dall’altro sembra ancora legata a quei meccanismi patriarcali tossici, a un tipo di racconto ormai superato, comportandosi come un adolescente che sbatte la porta in faccia alla ragione. Quando gli si pongono delle domande, la scrittura di Levinson fugge via rifiutandosi di darci una spiegazione, passando da un momento molto significativo – l’aborto di Cassie, il pattinaggio liberatorio sulle note di “My body is a cage” degli Arcade Fire – ad una rapina (inutile) finendo su Rue e una parentesi musical. Si distrae, perde concentrazione, si esalta e si deprime: proprio come chi a quell’età ha sbalzi d’umore, o è depresso, o sotto effetto di stupefacenti.

Alcuni dettagli spiegati nell’episodio finale sono sempre stati davanti ai nostri occhi, ma spesso non se ne comprende il significato. Forse è il problema di questa generazione, l’interpretare erroneamente segnali piuttosto ovvi oppure ignorarli del tutto, e nonostante gli interrogativi sospesi, un racconto coraggioso a metà, Euphoria è in definitiva una serie televisiva che descrive benissimo lo spettro della società attuale, e che arriva troppo tardi in termini di linguaggio ma perfettamente in tempo per essere davvero apprezzata.

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