• mar
    03
    2017

Album

30th Century Records

Add to Flipboard Magazine.

A distanza di alcuni mesi dal singolo che ne aveva annunciato il ritorno, i Grandaddy di Jason Lytle tornano con un nuovo album in grado di azzerare non solo le distanze con quel Just Like The Fambly Cat con il quale la band ci aveva salutato più di dieci anni fa, ma di riportarli vicini, per ispirazione e tematiche, a The Sophtware Slump, disco con il quale Last Place condivide nuove riflessioni su un presente mediato dalla tecnologia senza dimenticarsi di Jed, il robot alcolista. Con una separazione ancora viva da scontare nei pensieri del songwriter (This Is The Part), il ritorno dei Grandaddy marca il passo di un revival apparentemente rasserenante, la polaroid di un abbraccio fraterno dove tutto è bene ciò che finisce bene, ma più che scapparti la proverbiale lacrimuccia inizi a domandarti se non si tratti di finzione, di quella precisa finzione dagli arrangiamenti domopack e quel miele amarognolo in bocca che hanno dato a questa indie rock band l’accesso ad un deeper meaning ineguagliato dalle formazioni coetanee targate anni Zero.

A partire dall’estetica beffarda e vagamente surreale scelta per la copertina, fino all’avvitamento acustico-sintetico degli arrangiamenti e ai numi tutelari di sempre (Neil Young e Beatles, la tradizione americana salutata dall’oblò), tutto porta alla grande bellezza di un sogno americano in reverse, ed in soldoni ad un grandissimo ritorno confezionato con generoso artigianato, mosso da circostanze pianificate il giusto e con la piccola grande differenza che la grana sonora di molte di queste tracce sembra – sorprendentemente – contemplare le esigenze di un odiato palco. Dopo un paio di album solisti “normalizzanti”, e per questo prescindibili, come Dept. Of Disappearance e Yours Truly, The Commuter, la cifra stilistica di Lytle ritorna a colpire nel segno e basta sentire Songbird Son, la ballad finale per chitarra, voce e polvere di stelle per rimanerne incantati. La ricognizione sulla scaletta, a partire dall’attacco, quella Way We Won’t che tracciava i confini di questa nuova epopea tascabile all’altezza del citato singolo, è di quelle che non lasciano scampo, uno sguardo sulla carne morbida dei Grandaddy odierni, una vista col sole che entra radente dalle finestre (riflesso sui vetri dei telefonini), musica che esce proverbialmente dolciastra nel suo mix di tastiere, chitarre, batterie e disturbi elettronici da tubo catodico al seguito. Roba che dici Air per le polaroid e Flaming Lips per il senso di nostalgiche meraviglie, le solite magie da quotidiano di periferia, fatte lievitare come il pane dentro il microonde di Lytle.

Di diverso tra quest’album e The Sophtware Slump (che è entrato nei nostri cuori come quel Ok Computer suonato da Neil Young che nessuno s’aspettava), c’è l’aggiunta dei volumi e delle proteine colorate, eppure la forbice tra rassegnazione e possibile, tra il reale e la circuiteria degli altrimenti, gode dello stesso angolo delle migliori cose che Jason ha fatto. La scaletta sferza in morbidezza, nel senso del pop con l’assolo sanguinante (la citata Way We Won’t) o in quello del synth’n’roll in quota (Brush With The Wild), puntando la cloche anche su un punk rock semiserio come Check Injin, dove la formazione ritorna a bazzicare il sound più corazzato di una A.M. 180 (da Under The Western Freeway) scherzando su incastri finto prog.

Nessuna canzone spicca sulle altre in questo disco: A Lost Machine la mette giù col rintocco di piano che più classico e bianco non si può, tanto che vien da pensare a certi Bee Gees e senz’altro non quelli del sabato sera. Il pezzo cresce e cresce, ma più che incidere di strofa va in scena una detonazione col mute, la lenta partenza di un’astronave che, in verità, è un vuoto a perdere. Nessuna canzone spicca sulle altre in questo disco, proprio perché l’asticella è bella alta e nessun brano contenuto in Last Place mira a scavalcare la finalità estetica dei Grandaddy. Una bubblegum al cinnamon che sa farsi medium / messaggio esistenziale, missiva che, come ha sottolineato di recente Lytle, tornato con la band per restare almeno per un altro album, è più necessario che mai.

3 marzo 2017
Leggi tutto
Precedente
Lucio Corsi – Bestiario Musicale Lucio Corsi – Bestiario Musicale
Successivo
Spidergawd – IV Spidergawd – IV

album

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite