Recensioni

Che Amazon Prime Video sia una piattaforma cui piace prendere dei rischi l’avevano già provato serie molto distanti tra loro come Homecoming (da quel genio di Sam Esmail) o Undone (quell’altro geniaccio di Raphael Bob-Waksberg), ma all’interno del listino digitale si possono trovare drama sui generis come Transparent e I Love Dick (entrambi a firma Jill Soloway) o ancora l’action tout-court di Jack Ryan. Per dire che ogni volta che un nuovo prodotto viene annunciato non si ha la stessa reazione di fronte alla quale ci si imbatte spesso nei proclami della concorrenza (Netflix su tutti). Il più delle volte è lo stupore a dominare l’approccio alla visione, così come anche la disattesa delle aspettative (in meglio o in peggio non importa). Upload non fa eccezione. Presentato piuttosto in sordina, senza puntare a chissà quale grossa strategia pubblicitaria, Upload si rivela una serie sorprendente, intelligente, narrativamente accattivante e visivamente suggestiva. Creatura dai mille volti, che paga il suo giusto tributo a tutta una serie di immagini e idee che hanno condizionato il panorama televisivo dell’ultimo decennio, la serie è stata creata da Greg Daniels, autore e produttore della mitica The Office (la sua versione americana andata in onda su NBC), il cui marchio di fabbrica, quella sana dose di umorismo ficcante, confluisce in maniera più che naturale in un calderone di generi sapientemente mixati.

Se è vero che Black Mirror è una base evidente e tangibile dell’intera operazione (basti pensare all’episodio San Junipero per farsi un’idea), Upload riesce abilmente a smarcarsi per diventare immediatamente riconoscibile. L’umorismo è inserito nei punti giusti e non viene mai meno, nemmeno quando il tono comincia a incupirsi a dovere. Il nostro protagonista, infatti, è un ingegnere di 27 anni che improvvisamente e in modo molto sospetto muore in seguito a un brutto incidente automobilistico. Le auto di questo futuro molto prossimo e decisamente credibile sono auto-pilotate e la sicurezza del passeggero è posta sempre come priorità assoluta, quindi il caso del nostro Nathan Brown è da subito sospetto. Così come il fatto che al suo “upload” in un paradisiaco afterlife digitale egli si ritrovi privo di alcuni ricordi fondamentali allo sbroglio della matassa. Ma Upload non è una serie thriller, pur contenendone i tratti distintivi, così come non è una serie comica, sebbene garantisca una buona dose di risate a ogni episodio. Come ogni buon prodotto che presenti simili ambientazioni, la creatura di Greg Daniels si propone di costruire un’impalcatura dalle solide basi fantascientifiche e per farlo ricorre ai temi fondanti della materia: i ricordi, il rapporto realtà/sogno qui configurato in un aldilà artificiale, la dicotomia umano-macchina e non ultimo l’amore transgender, dove il gender in questione è qui configurato in una ricostruzione algoritmica dell’esperienza umana.

Giunti quindi a un terzo livello di lettura (dopo il primo dedicato alla risoluzione del thriller e un secondo dedicato alla cornice fantascientifica) Upload rivela la sua vera natura: quello di un’invettiva profondamente politica contro la società capitalista e consumistica, in cui perfino la speranza di prolungare il rapporto con gli affetti è vittima del commercio e solo chi detiene abbastanza denaro può accedervi in maniera pienamente esaustiva – terribile la descrizione di chi ha accesso a soli pochi giga di memoria, in uno scenario che riflette la povertà diffusa nel mondo reale mentre i milionari del mondo sperperano risorse a non finire; non a caso, prima di morire, Brown e il suo socio erano al lavoro su un afterlife digitale rivoluzionario e completamente gratuito per tutti. Tenendo il fiato sospeso fino alla seconda stagione (già annunciata), non possiamo fare altro che constatare la riuscita di quest’opera peculiare e sintomatica del buono stato di salute in cui versa Amazon e la sua serialità.

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