Recensioni

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Parlando di Twins ponevo diversi interrogativi sul possibile scenario futuro della Dark Polo Gang. I punti di domanda ci sono sempre stati, soprattutto perché inscindibili dal pacchetto di questo giochino. Che può piacere e divertire oppure no, ad ognuno il suo, purché si abbia ben chiaro il contesto dietro al carrozzone.

Con questo Sick Side tutto sommato si torna in carreggiata, senza strafare ma re-incanalandosi sui binari originari della DPG. Niente più caramellose cartoonerie scialbe e appiccicose, ma anzi una rinnovata incisività che alla solita monotematicità affianca un’inedita riflessività. Certo fa un po’ specie parlare di disco più maturo nel caso del collettivo romano, ma questa volta è evidente che tra le maglie delle pose filtri un po’ di esistenzialismo spicciolo velato da un po’ di tristezza. Trattasi di un’altra furba strizzata d’occhio? Può anche essere, e probabilmente così è, ma la conferma ulteriore che il giochino è consapevole e ha la data di scadenza ben impressa accanto al numero di lotto giunge comunque gradita. Mi riferisco a versi come «Prendiamo i soldi e gli diamo fuoco, fanculo a questo gioco» (Diego Armando Maradona) o soprattutto «Lei mi vorrebbe più amorevole, ma sono cinico e debole/Compro cinte orologi e gioielli, solo per sentirmi un po’ meglio» (Amorevole). Insomma siamo al solito cliché dell’opulenza coatta volta a mascherare e riempire un vago vuoto esistenziale. Niente di nuovo e niente di che, ma lo spiraglio aperto getta quantomeno una nuova e più empatica luce sul tutto. Chiaro è che se schifo vi facevano prima, schifo continueranno a farvi. Questo non è il disco che vi convertirà al triplo 7, ma che al massimo ve lo farà piacere di nuovo se con Twins vi eravate girati dall’altra parte.

Al solito, il motivo di interesse principale restano le basi di Sick Luke, che in questa sede, ancor più che in altri episodi, mette a segno diversi colpi ben assestati. Parlo del trionfo di flautini e zufoli in Cheesecake e delle cascatelle tipo witch house di Fantasmi. Fuck Gosha poi è un bel panzer dritto e minimale che shakera Evian Christ, Clams Casino, il Kanye di Yeezus e un po’ di Death Grips (passatemela con le dovute proporzioni). I due pezzi migliori sono però il tandem finale Lullaby/Almighty: il primo è un tira & molla tra rarefazioni stoned impreziosite da suggestioni orientaleggianti e da una breve parentesi caraibica, mentre il secondo tira fuori una malinconica parete di ariosi synth da dance anni ’90 dietro a un testo blandamente retrospettivo e autoriflessivo. Il tiro è stato aggiustato, ora vedremo.

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