Recensioni

Mentre fingiamo di non impressionarci per gli oltre cento album pubblicati in carriera, Robert Pollard si appresta a consegnarci la sua terza pubblicazione in meno di due anni. Con cifre del genere ci sarebbe quasi da ridefinire il termine «prolifico», ma non perdiamoci in sottigliezze: Space Gun è la nuova creatura dell’eclettico ensemble composto, oltre che da Pollard, anche dai veterani Doug Gillard e Kevin March, e dai più acerbi Mark Shue e Bobby Bare Jr.
Quindici brani fedeli alla più nota tradizione targata Guided By Voices: indie-rock nerboruto ed estremamente stringato, con un minutaggio che raramente oltrepassa la barriera dei 2 minuti. È condensato tutto lì, in quei 120 secondi (o poco più), il Pollard-pensiero: musica turbolenta per menti lucidissime. E cosa conta se la “pistola spaziale” sia caricata con proiettili noisey in salsa Half Japanese (Space Gun) o polvere da sparo post-punk (Colonel Paper)? Sareste preoccupati nel sentirci dentro echi in chiave Yo La Tengo (Ark Technician) o reminiscenze R.E.M altezza Monster ( See My Field)? Immagino di no, e fate bene a non preoccuparvi. Anche questa volta i tasselli si incastrano perfettamente tra loro regalandoci un ascolto che è perfetta commistione di nostalgia, rabbia, rassegnazione, tutte giocate su un canovaccio che fa della tensione e della stratificazione sonora il proprio vessillo: chitarre stridenti e synth analogici, mellotron sognanti e ritmi sincopati. Pochi semplici regole, eppure tutte incredibilmente efficaci.
Space Gun è una piccola ed ambiziosa opera rock, o se volete uno snello bignami incentrato su band del calibro di Pavement, Jesus and Mary Chain, Tv On The Radio e QOTSA. Robert Pollard è riuscito a condensare tutto questo in poco più di trenta minuti e non è semplice maestria, più che altro c’è tanto, tantissimo mestiere.
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