Recensioni

Con i non frequenti long playing pubblicati (nove in tre anni) la L.I.E.S. tende a porsi in territori ancora più off rispetto ai suoi standard in 12”, esplorando territori kraut prog-noise (Jorge Velez, Jahiliyya Fields, Marcos Cabral), etno-ambient (KWC92, Low Jack) o electrodark (Shadowlust). Tra questi LP Mimesiak, il debutto in doppio vinile dell’anonimo producer americano che si cela dietro l’alias Gunnar Haslam, spiccava come forse il più immediatamente riconducibile alle derive techno della label di Ron Morelli, con la sua ipnotica minimal spruzzata di rimandi mediorientali e costruita su architetture di disparati sample in loop.
A seguito di questo esordio (luglio 2013) Haslam ha avuto modo con una serie di singoli e di EP (pubblicati tra gli altri da Argot, Delsin e ancora L.I.E.S.) di confermare invidiabili doti di padronanza dei mezzi e senso della misura, esplorando varie strade elettroniche ma sempre riconducibili ad una radice comune: come indicato dallo stesso G.H. nell’intervista rilasciataci poco prima dell’uscita di questo suo secondo album, “it’s all techno”. Con Mirrors And Copulation il giovane newyorkese consegna il suo lavoro “più personale e coerente”, con una struttura da vero e proprio long playing tradizionale (otto tracce, quattro per lato), da ascoltare prendendosi almeno quella ventincinquina di minuti prima di andare a girare il disco. Ed è anche la sua produzione più lontana dai dancefloor (solo due tracce, sul più nervoso lato B, caratterizzate da un acido e oversaturo impianto sonoro, sono costruite su bpm sostenuti: Cloud Castle Lake e In Argo Teurano): i due terzi sono dominati da soluzioni ambient-kosmische, affascinanti ma anche disarmanti nella loro apparente semplicità, frutto di controllo e rigore strutturale.
Come d’abitudine per i lavori di Gunnar Haslam, sono tanti i riferimenti letterari utilizzati per i titoli, a partire dal nome dell’album, tratto dallo stesso racconto di Borges (Tlön, Uqbar, Orbis Tertius che apre Finzioni) dal quale vengono anche i nomi Gunnar Erfjord e Silas Haslam (ulteriori approfondimenti nell’intervista). L’incipit Meter By Me, Sybil (arpeggio froesiano in triplette su un inquieto tappeto elettronico) cita Le sorelle Vane di Nabokov; per la traccia finale si scomoda niente meno che l’Editto dei Consoli ai Teurani sui Baccanali del II secolo a.C. Due tracce sono descritte attraverso suggestioni indiane: la magnetica Ajapajapam, costante attenzione al mantra elettronico, e Brahmaputra, un fiume di eco e riverberi. Camare Aperte (ambient dark con lentissimo sub-basso pulsar) e Incidental Magnetics (costruzione di sample vocali in loop di derivazione lucieriana) rappresentano i momenti di maggiore sperimentazione elettroacustica di un album obliquo e maturo.
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