Recensioni

Vi ricordate La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera? Se la risposta è affermativa, allora vuol dire che siete cresciuti con i classici d’animazione Disney, per intenderci quelli considerati parte del Rinascimento della Casa di Topolino, ovvero quella fase che va dal 1989 al 1999, sotto la supervisione di Jeffrey Katzenberg e che prese il via con l’approdo nelle sale de La sirenetta. Ebbene, quello de La carica dei 101 fu il primo remake in live-action Disney ad arrivare nelle sale quando ancora l’espressione stessa di remake in live-action non era affatto così in voga come in questi anni, e fu scritto da John Hughes, il principe delle commedie adolescenziali americane, e diretto da Stephen Herek, reduce dal successo di Bill & Ted e che dopo questo impegno collezionerà solo disastri. La pellicola, una rielaborazione in chiave moderna del classico d’animazione con protagonisti i tenerissimi cuccioli di dalmata, aveva nel casting di Glenn Close il suo più grande asso nella manica e nella mimica di Jeff Daniels il contraltare comico ideale (supportato anche dal duo Hugh Laurie/Mark Williams). A fronte di un budget di 75 milioni di dollari, il film ne portò a casa la bellezza di ben 320 milioni, generando quattro anni dopo l’inevitabile sequel, piuttosto insipido e che non riuscì a replicare l’immenso successo (nonostante il fatto non sia andato male al botteghino).
Quello che è strano, ma che potremmo semplicemente riassumere asserendo che si trattasse di un’epoca molto diversa in relazione alle logiche di consumo e di domanda del mercato cinematografico, è il fatto che per il remake in live-action successivo la Disney abbia aspettato la bellezza di dieci anni. Tanto è intercorso, infatti, tra La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda e Alice in Wonderland di Tim Burton. Quest’ultimo fu capace di generare una miniera d’oro così vasta (oltre 1 miliardo di dollari di incasso) che la Disney non ci pensò su due secondi e stilò un programma fittissimo di uscite piene zeppe di remake: Maleficent, Cenerentola, Il libro della giungla, Alice attraverso lo specchio, La bella e la bestia, Ritorno al Bosco dei 100 Acri e il più recente Dumbo, con cui Burton ha timbrato il cartellino per la seconda volta.
Il piano editoriale – molto simile a quello utilizzato dalla casa con un’altra sua proprietà, i Marvel Studios – è quello di consegnare al pubblico più giovane e alle future generazioni di bambini una nuova sfilza di (futuri) classici in live-action, con una spinta mediatica e promozionale senza precedenti, in modo da far riavvicinare nuovamente questo pubblico novello ai vecchi classici amati da quelli che ormai sono i genitori. Per questo motivo non ci si può più accostare a questi “prodotti” come nel 2010, quando salutammo Alice in Wonderland come il nuovo tassello di un autore di nome Tim Burton, anche se quest’ultimo ce la mise tutta per imporre una direzione personale e incontaminata dallo studio (cosa che gli riuscirà in misura ancora più ridotta in Dumbo). L’unico metro adottabile è quello del confronto con la controparte animata e l’ultimo tentativo uscito questo mese è l’ennesima riprova che si sta giocando una partita (quasi) persa in partenza. Difatti, non si può certo chiamare il film, l’Aladdin di Guy Ritchie, perché il regista di RocknRolla e Sherlock Holmes emerge appena in una sequenza. Un male sia se si è amanti dello stile frenetico di Ritchie sia se lo si detesta, perché viene meno anche la possibilità di criticare direttamente il suo operato.
L’Aladdin (quello sì) di Ron Clements e John Musker era stato concepito come il quarto tassello del Rinascimento Disney, il cui compito era quello di capitalizzare il più presto possibile lo straordinario successo de La bella e la bestia, che nel 1992 ottenne una storica nomination ai Premi Oscar come miglior film (la categoria miglior film d’animazione fu creata solamente nel 2002. Il progetto di costruire una storia attorno alle novelle de Le Mille E Una Notte fu però impreziosito dal colpo di genio (è il caso di dirlo) di concepire la figura del Genio della lampada a immagine e somiglianza di Robin Williams (ben prima che a questi venisse proposta la parte). Avere un attore di serie A come Williams nel cast di doppiatori settò il codice per gli anni successivi, dove ogni film d’animazione ha avuto nel suo cast una o più star popolari, spesso con parti scritte appositamente per questa o quella comparsa illustre. È essenzialmente per questa ragione che il remake del 2019 non ha lo stesso mordente, nemmeno alla luce delle pur sensate rielaborazioni: come quella notevole in cui il Genio, simbolo velato di schiavitù al servizio del padrone è interpretato da un afroamericano, Will Smith (che se la cava egregiamente, soprattutto negli scambi con il protagonista Mena Massoud); oppure come la sterzata da Time’s Up di cui è protagonista la Principessa Jasmine (ottima Naomi Scott), un elemento anacronistico ma decisamente accattivante e funzionale alla narrazione. Ma si tratta effettivamente di piccole variazioni all’interno di uno schema che è ancora il film del 1994 ricordato per la performance bigger than life di Williams.
C’è, infine, un elemento che non getta buone premesse nemmeno per il prossimo “live-action” in arrivo, quello de Il re leone: ci riferiamo al fotorealismo. Chiaramente è più una sensazione, ma in Aladdin i personaggi di Abù e Iago, solidissime spalle comiche per le rispettive controparti (Aladdin e Jafar, qui interpretato da un Marwan Kenzari svogliatissimo e totalmente mal gestito), vengono ridotti a mere comparse o poco più, rendendo evidente quanto l’effetto digitale abbia raggiunto livelli di realismo impressionanti, ma proprio in virtù di ciò abbia perso quella capacità di meraviglia che solo l’animazione tradizionale sapeva condurre in maniera così scaltra e fluida. Staremo a vedere cosa combinerà Jon Favreau (o chi per lui secondo il discorso sugli autori citato poc’anzi), ma per il momento la situazione non è buona.
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