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7.3

«Please don’t lost my number, call me»: basterebbe questo verso contenuto nella magnetica Last Days In The Factory per identificare la natura terrorizzata e incline all’abbandono di Huf Evans aka H.Hawkline. Ed è una sensazione, quella di attaccarsi alle persone come ci si attacca inconsapevoli alle cose belle, che permea tutta la vita di un disco come I Romanticize, che già dal titolo presenta una visione ben precisa di ciò che vuol fare il trentenne gallese. Nel suo romanzare la vita, e renderla romantica, Evans decide di dedicarsi a dieci piccole novelle sonore, come avrebbe fatto un bardo di corte.

Sono infinite le suggestioni epidermiche che il ritorno di H. Hawkline può far provare: si passa da un lieve fastidio per quella voce sussurrata che ripete una stessa parola per svariati minuti al pieno piacere per i suoi arrangiamenti, all’abbondanza di melodie vintage e momenti di pura West Coast anni sessanta. Sembrano scherzi sonori, quelli di Evans (a metà fra le fantasie romantiche dei Magnetic Fields e un agire quasi sperimentale proprio della bizzarria parossistica di Richman), artista che si riconferma un talento grezzo e poliedrico. Ma visto che spesso si dice scherzando ciò che si vuole sul serio, il Nostro mai come oggi si dedica in profondità a dieci brani che nel loro essere un divertissement argilloso, riescono sempre a mantenere la forma perfetta per intersecarsi l’uno con l’altro. 

Co-prodotto da Samur, Cate Le Bon, Josiah Steinbrick – producer di Los Angeles – e Stella Mozgawa delle Warpaint, il nuovo lavoro di Evans è puro trasformismo psichedelico, tutto arroccato su testi frammentati e chitarre convulse, e una presenza massiccia, prima quasi impensabile, di pianoforti e sintetizzatori. La sensazione è quella di rivivere una sorta di scena di Canterbury funky e bohemien benché priva di nostalgia, animata dallo spirito un po’ indolente e romantico di questo ragazzone dall’aria scanzonata, con gli occhi sbarrati sul presente. Il musicista di Cardiff, dopo l’eccellente ed eccentrica parabola di In The Pink of Condition, che lo legava indelebilmente a quella scena un po’ psichedelica un po’ pastorale del Galles formata da gruppi come Gorky’s Zygotic Mynci, Super Furry Animals e Islet, ha deciso di togliersi di dosso quel costume – seppur lodevole – cucito da stampa e critica che lo voleva come il Beck gallese. L’identità unica di un artista come H.Hawkline vede con I Romanticize il suo acme: se il brano di apertura, Means That Much è un trionfo di chitarre sghembe e sexy, organi desaturati e vibrazioni pop, l’intreccio onirico e lo-fi di Love Matters, con i synth smaccatamente 80s à la Ariel Pink, dimostra che il salto compiuto da Hawkline con questo nuovo disco è un bagliore notturno, un lungo e infinito ricordo di quella magia culturale colma di godibilità radiofonica e ricerca pop, irresistibile e affascinante. Engineers regala chitarre svolazzanti e sottili, mentre il falsetto di Evans galleggia psichedelico nella dolcezza panteista che ricorda tanto il primo Barrett quanto Tom VerlaineDall’atonalità ipnotica di casa Talking Heads che regna in Television alle distorsioni basso e voce dell’oscura e incandescente Cold Cuts, si attraversa una stranissima bellezza («Il mio è strange-pop», confessa lo stesso Evans) che illumina due dei brani più compiuti di I Romanticize: il minimalismo percussivo di Last Days In The Factory e gli organi a cascata di Last Thing On Your Mind danno vita a due vibranti ballate, stuzzicanti e alterate al punto giusto, senza inutili leziosità.

H. Hawkline, questo saltimbanco pop-rock medievale, si dimostra nuovamente uno dei songwriter più atipici e imprevedibili della scena contemporanea: in mezzo a chitarre barcollanti e psichedeliche, vibranti motivetti power pop e testi che osservano il mondo attraverso una lente frammentata, il sound del nuovo lavoro del gallese è quanto più si possa desiderare in un momento di magra creativa, di significati svuotati, in nome di un calore nuovo e positivo, di un gesto sincero. Il ritorno di questo weirdo gallese segna così un importante spartiacque nella scena pop-rock del momento: adesso c’è chi non scherza più, pur mantenendo quell’aria da sciroccato che vive nei boschi, da folletto romantico e bizzarro. C’è il modo di fare e di fare bene, senza lasciarsi prendere troppo la mano con sperimentazioni a casaccio e provocazioni sterili. Guardando indietro, alla tradizione di eleganti cantori in posa su un filo d’erba, il giovane H.Hawkline fa delle sue imperfezioni il punto di forza della sua arte, una musica senza tempo: «But in the pocket of my tendency, no commons sense applies. Without the means to recompense your circling the eddy of my eyes». Il raziocinio lasciamolo agli impiegati della musica.

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