• Gen
    13
    2017

Album

Fire Records

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Tre dischi in poco meno di tre anni la dicono lunga sullo stato di salute dell’instancabile Jad Fair. Dall’album di ritorno Overjoyed (2014), l’essenza weird – marchio di fabbrica Half Japanese – non ha smesso di autoalimentarsi, concedendo spazi d’azione più coraggiosi e che Fair ha saputo riempire con il proprio estro, le idee e quella innata capacità d’essere (volontariamente o meno) seminale anche dopo quarant’anni d’attività. Parlare degli Half Japanese dovrebbe indurre inevitabilmente ad una riflessione sul concetto di estetica sonora. Ma senza andare troppo per il sottile, basti pensare ai fratelli Fair come anticipatori della corrente di pensiero legata all’estremismo lo-fi, tanto da meritarsi una qualsiasi etichetta che abbia a che fare con il rock: alternative, noise, garage, punk, art, tutti generi che rientrano nel curriculum, senza mai tralasciare quella componente “rumorista” che fece la fortuna dell’ormai pietra miliare ½ gentlemen/Not Beasts. Componente qui smorzata ma non annichilita, probabilmente solo meglio domata e piegata a un discorso sonoro molto più attento alla melodia, al mood e alle timbriche del disco. Tutti elementi su cui – ne sono certo – Jad ha lavorato con grande minuziosità.

Hear the Lions Roar si mette in scia al caustico garage rock dell’antecedente Perfect ma con una visione più ampia sul percorso da intraprendere, già a partire dall’ensemble, dove – oltre a John Slugget, Gilles-Vincent Rieder, Jason Willett, Mick Hobbs – compaiono la fiatista Lydia Fischer (Super Power) e la violoncellista Sophie Bernado (This Is What I Know). Jad si diverte a fare il cappellaio matto trascinando l’ascoltatore da una suggestione all’altra: da un riff alla J.Mascis (Wherever We Are Led) allo scrosciare paranoico in chiave The Stooges (Attach of The Giant Leeches), ruggendo fiero al più sgangherato Jon Spencer (Here We Are) o alle psycherie beefheartiane di It Never Stops. Giochi di prestigio che il Nostro sa tramutare in art(e), come il talkin’ blues di Of Course It Is che – sul finale – si tinge di scure e acidissime note noise, o il ritmico e cadenzato imbrunire di The Preventers, la ballad che non t’aspetti. In coda a Super Power la carovana Half Japanese si concede ancora qualche vezzo, accennando a tintinnii, campane e fiati, in un quadro che lascia intravedere la natura allucinata di un album complesso ed altamente godibile.

Le personalissime intuizioni concepite da Fair e tradotte dagli Half Japanese relegano Hear the Lions Roar in una posizione di rilievo in questo primo scampolo di 2017. C’è un indomabile furore a guidare queste suggestioni, trasfigurabili solo da un satanasso geniale a cui si deve riconoscere la grande caratura artistica.

17 Gennaio 2017
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