Recensioni

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Lo scorso anno l’australiana Hatchie (Harriette Pilbeam all’anagrafe) dava alle stampe l’EP d’esordio Sugar & Spice, composto da cinque perfette pop songs, o meglio, da cinque potenziali singoli usciti in ritardo di venti anni (in sede di recensione scomodavamo sì i Cocteau Twins ma anche Cranberries, Sixpence None the Richer e Natalie Imbruglia). Il fatto che dodici mesi più tardi nessuna di queste cinque tracce sia stata inclusa all’interno dell’album di debutto Keepsake la dice lunga sulla facilità compositiva della ventiseienne di Brisbane: avrebbe potuto senza problemi aggiungere solamente una manciata di brani ed impacchettare una delle opere prime più impeccabili degli ultimi anni, e invece ha preferito consegnare le varie Try, Sure e Sugar & Spice al culto del “primo EP” per proporre dieci inediti (quasi sempre) altrettanto validi. Tre di questi sono stati resi pubblici nell’arco dei primi sei mesi del 2019: Without a Blush (forse il meno entusiasmante dei tre), Stay With MeObsessed. Gli ultimi due sono nuovi anthem – assolutamente da incorniciare – di quel mix di dreampop, melodie zuccherose e ispessimenti synth-friendly che da sempre sono alla base del sound della Pilbeam con, in aggiunta, una dimensione nostalgicamente (alt)clubby: Stay With Me parte dalla lezione di Soon dei MBV per finire in contesti da John Hughes, la seconda invece parte dalla lezione di Regret dei New Order per buttarsi a capofitto nel pop più cristallino degli anni ’90. Se le logiche del mercato fossero le stesse di quelle dell’epoca, con due killer tracks di questo calibro, oggi Hatchie sarebbe in perenne high-rotation radiofonica, e una volta tanto non lo diciamo come frase fatta.

 
Quelle di Hatchie non sono però le classiche pop songs da tre minuti, ma brani da quattro minuti e più in cui viene lasciato spazio ad introduzioni, intermezzi e code strumentali che servono a mantenere quel briciolo di integrità “indie” che sembra messa ancora più in secondo piano in questa occasione rispetto all’EP. Dopo tutto, al cospetto di molte colleghe in zona indie-pop, giovani ma già incredibilmente mature e introspettive, Hatchie sembra quasi frivola e fin troppo spensierata. Ma è il suo ruolo e lo accettiamo più che volentieri. Lungo la tracklist si apprezzano le malinconie di Her Own Heart, le chitarre ad altezza Garbage di Unwanted Guest e la vetta onirica Kiss The Stars, mentre altrove (When i Get Out) l’australiana sembra voler riportare in auge lo strumming semiacustico della seconda metà dei 90s (un nome a caso, Lene Marlin) con tutti i pro e i contro del caso. In un mare di hook melodici chiude a dovere il contagioso ed estivo synth-jangle di Keep.

Tutto è ben calibrato ed equilibrato (anche solo due o tre tracce in più avrebbero reso Keepsake stucchevole) ed è davvero difficile chiedere tanto di più a un album dream pop ma con un potenziale trasversale. Siamo – ancora – in attesa di avere qualche feedback dal fronte live (dai video disponibili in rete c’è sicuramente ancora da migliorare), ma in due anni di carriera Hatchie ha 
già abbastanza materiale per un greatest hits.
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