• Mag
    25
    2018

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Double Double Whammy

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Quante ne abbiamo viste di promesse non mantenute? Quante ne abbiamo viste di artiste sommerse da una montagna di hype a ridosso della pubblicazione del primo EP e poi dimenticate qualche mese più tardi? Tante, veramente tante. L’australiana Hatchie, per quanto superficialmente possa rispecchiare un certo tipo di cliché, non dovrebbe rientrare all’interno di questa categoria. Classe 1993 e già bassista nei Babaganouj e nei Go Violets (entrambi progetti caratterizzati da un frizzante indie pop estivo e spensierato), Harriette Pilbeam ha tentato la strada solista un po’ per gioco, per poi trovare consensi trasversali in pochissimo tempo. La carta vincente è una formula che non è altro che il (definitivo?) punto d’incontro tra i crismi del dream pop e la leggerezza del pop radiofonico. Per internderci, Hatchie sta al dream pop come i Charly Bliss al power-pop (glassa da high-school compresa).

Un percorso rapido e senza scivoloni, iniziato esattamente un anno fa con la pubblicazione di Try, un fresco frullato indie-pop in formato “Cocteau Twins meets Cranberries“. Influenze che abbiamo poi ritrovato – in maniera ancora più evidente – anche nella successiva Sure (Robin Guthrie l’ha addirittura remixata) toccando vette di puro pop-rock mid-90s per le quali è necessario scomodare i Sixpence None the Richer o persino Natalie Imbruglia. E’ innegabile che se fosse uscita nella golden age delle alt-diva in Top40 avrebbe spopolato. Qualche mese più tardi Sugar & Spice ha spazzato via qualsiasi dubbio sulla capacità della Nostra di scrivere melodie appiccicose. Il ritornello è certamente catchy, ma la magia avviene nell’istante in cui si ritorna alla strofa e la nostra scandisce «Sugar and spice I should’ve taken your advice». Non sorprende che l’EP d’esordio erediti il nome da questa canzone che a sua volta eredita il titolo da questo preciso passaggio. Sugar & Spice (l’EP) si compone di altre due tracce (Sleep e Bad Guy) che confermano coordinate stilistiche che fanno leva su una semplicità che fa sembrare i Beach House adepti dell’avanguardia più concettuale, masticando saccarosio come facevano i The History Of Apple Pie con gli Alvvays nel mirino («Molly Rankin is a perfect example of someone who talks about normal things in a really poetic way», ammette Harriette), senza disdegnare alcune atmosfere post-The Pains of Being Pure at Heart che abbiamo recentemente trovato anche all’interno del buon esordio dei Night Flowers.

Sleep, con i suoi synth in primo piano, ribadisce l’incapacità di sbagliare un ritornello, mentre Bad Guy inganna con l’intro ad altezza Disintegration per poi mostrare il lato più pop dell’australiana, sfiorando momenti da girl-band anni ’90 e – di rimando – da Haim. Migliorabili i testi, ancora un po’ troppo sempliciotti e prevedibilmente impregnati di tematiche ruotanti attorno agli stereotipi della breakup/heartbreaker song («You say you want it to be over, But is it ever really over?» in Sure o il «You don’t call me baby anymore» della più ottimista Sugar & Spice). Il felice connubio tra le chitarre scintillanti e le impeccabili melodie spennellate dalla cristallina voce (perfetta nel suo ambito) è quanto di più indicato per questi ultimi attimi di primavera, nell’attesa di avere qualche feedback dal fronte live.

26 Maggio 2018
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