• Feb
    08
    2019

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Loma Vista

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Nell’universo preconizzato da alcuni scritti di Philip K. Dick o dalla cine-narrazione di Cameron, Scott, Verhoeven e Stanley, l’apocalisse digitale era il vero incubo da temere alla soglia del Nuovo Millennio. Adesso che ci siamo dentro con tutte le scarpe (Apple Watch inclusi), la Los Angeles filo-nipponica e piovosissima di Blade Runner (1982), la violenza grottesca e suburbana del primo Robocop (1987) o le visioni mistiche e i trip da acido di batteria del cult Hardware (1990) si collocano ai due estremi dello scibile: troppo grotteschi e “camp” per risultare verosimili, tanto più veri del vero quando li si analizza da un punto di vista sociale e culturale. Il motto è sempre quello: la scarsa moralità dell’uomo non tarderà a scemare fintanto che avremo dalla nostra il dominio delle nostre facoltà, attuando una strumentalizzazione tecnologica volta all’autodistruzione. L’incubo più nero ci vede succubi della nostra stessa hybris, come nella parabola discendente di Icaro, vittime della nostra stessa sete di potere, come nel mito odisseico.

E se la musica assurge ancora a potente bisturi chirurgico atto a dissezionare ogni singolo patema umano e culturale, se può realmente evocare quest’apocalisse digitale, allora il disco di cui sto per parlarvi ha colto pienamente il segno. La wrecking crew che risponde al nome di HEALTH (un tempo quartetto, se non addirittura collettivo, ora “liofilizzato” a tre elementi, ma buoni) ha sin dalla precedente prova DEATH MAGIC (2015) – che già rievoca nel titolo i deliri futuristi di Burroughs e le creature gigeriane – portato il proprio output stilistico e sonoro da un dadaismo quasi esasperante ma succoso dei primi due LP (HEALTH del 2007 e GET COLOR del 2009 sono autentici manuali del noise moderno) a una formalità più compiuta e quadrata, che volge lo sguardo ad una serie di 80ismi (dalla new wave all’industrial di scuola Wax Trax!) e si solidifica in un metal digitale dal vago sentore romantico, quasi a lasciare un barlume di speranza umanista nel maelstrom di vetri rotti, vampe di fumo nero pece e pezzi di lamiera. Laddove però DEATH MAGIC offriva qualche spunto melodico (a tratti pure lamentoso, soprattutto nelle parti vocali), con questo VOL. 4: SLAVES OF FEAR  (che richiama quel sempiterno e indissolubile volume quattro di sabbathiana memoria, a partire dalle vaghe tinte arancio della copertina) i californiani annullano la percezione del tempo presente, riducono tutto in poltiglia con un arsenale se vogliamo ancora più brutale, ed è subito 1991, ed è subito Terminator 2. Un Giorno del Giudizio musicato appropriatamente da una band che ha colto tutti i crismi del post-apocalittico e li ha tradotti in assalti sonori senza pietà, non da dei Guns già ombra di loro stessi all’epoca: più che allo spaghetti incident qui assistiamo a un hamburger incident, un colpo tra capo e collo alla politica suprematista del Maiale Supremo parruccato attraverso la lente della narrazione di genere, tanto efficace quanto un Carpenter che nei suoi cenci riusciva a raccontarti l’America con un pugno nello stomaco usando come mezzo consueto i suoi spettri, i suoi demoni, le sue streghe.

E qui gli HEALTH, da buoni nerd come immagino siano, prendono a piene mani da quell’immaginario pop dinamitardo, costruendo un album perennemente tensivo e in salita, come l’inesorabile crociata di sangue di un T-1000 senza alcuno scrupolo o rispetto della vita umana. L’album ci cala nelle sue spire infernali pacatamente, con la sinistra eco di un arpeggio da Basso Medioevo (PSYCHONAUT), quasi a sottolineare un ritorno a un primitivismo digitale che ci ha resi bruti e non più consci delle conseguenze: da lì in poi, come direbbe Rozz Williams, only theatre of pain. Botte da orbi, sferzate metalliche che richiamano tanto i Fear Factory più angolari quanto il Reznor più cupo e autolesionista di The Downward Spiral, solo che qui la spirale discendente non si spegne lentamente come nel Vangelo di padre Young, ma si schianta con violenza alla fine di un vicolo cieco, tra puttane, drogati, ammazza-sbirri e sbirri tecnologici – fa il giro, in STRANGE DAYS: 1999 cita pure il capolavoro della Bigalow con Ralph Fiennes, riprende fiato in ventole e claustrofobici condotti dell’areazione (WRONG BAG), per poi ripartire al galoppo nella title-track che cela un minimo di positivismo nelle ultime tracce di melodia tra i fuochi e le macerie.

Un album potentissimo e necessario per metterci di fronte alla brutalità dell’esistenza: siamo schiavi della paura, o abbiamo paura della schiavitù?

9 Febbraio 2019
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VOL. 4 :: SLAVES OF FEAR

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