• set
    18
    2015

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Barsuk

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Anni ’80, colori pastello, ricordi d’infanzia annebbiati, brezza, lunghe estati che non torneranno più, nostalgia. Fateci caso, mai come in questi anni Dieci la componente nostalgica ha levigato la pop culture a proprio piacimento, adagiandosi alla base di alcune delle espressioni più caratterizzanti: la chillwave era nostalgia, le derive post-Drive erano nostalgia, l’hypnagogic pop è nostalgia, il revival horror synth è nostalgia e pure la vaporwave evoca, in fin dei conti, anche nostalgia.

VHS, cassette, polaroid, super8… tutto diventa un pretesto per ricreare un periodo (in particolare eighties e primi Novanta) che per i nati in quegli anni rappresenta l’età del “tranquillo, siam qui noi”, dell’innocenza e della spensieratezza. Parallelamente può essere vista come l’esaltazione dell’era pre-internet nel momento di massima diffusione di internet stesso, un processo in qualche modo naturale. Non è invece chiarissimo cosa spinga ragazzi nati dopo il 1992/1993 a tentare di rendere vividi flashback di memorie che, per motivi anagrafici, non gli sono mai appartenute. Dovremmo chiederlo al ventenne Peter Michel in arte Hibou, cantautore di Seattle già tra le fila dei Craft Spells nel ruolo di batterista.

Chiaramente l’essere cresciuto artisticamente in un ambiente come quello di Captured Tracks – forse l’etichetta che più di tutte ha riproposto gli stilemi indiepop di quegli anni – ha influito pesantemente, fatto sta che l’omonimo esordio lungo di Hibou è un continuo elogio al passato. Il contesto attorno al quale si sviluppa il disco – Seattle – il Nostro lo conosce bene, ma i riferimenti sono chiaramente figli della forzata retromania tipica della contemporaneità. Per riproporre alcuni dei brani pubblicati nell’ultimo anno e nel dare un senso di continuità e concretezza alle undici tracce che compongono l’album, Hibou si è armato della sua chitarra e di qualche aiuto elettronico (pc, tastiere e drum machine), dando vita ad un cerchio sonoro ben delineato che si muove tra slanci indie/jangle pop, passaggi più dreamy ed episodi fondamentalmente synth-pop. Tutto questo, ovviamente, in modalità DIY, registrando l’album in camera, nella casa dei suoi genitori. Bedroom pop, appunto.

Nonostante esca per Barsuk, Hibou è un disco fedele all’estetica sonora di Captured Tracks con coordinate non troppo distanti da quelle di Wild Nothing, di Heavenly Beat/John Pena e degli stessi Craft Spells. L’iniziale Dissolve è forse il brano meglio strutturato e contemporaneamente il più orecchiabile, ma se la gioca con When The Season Ends, uptempo con ritmiche che ricordano i migliori The Drums. La formula base si compone di beat ad alto tasso cinetico (Sunder), chitarrine, melodia e quell’unione di sei corde riverberate e synth coprente che abbiamo apprezzato recentemente nel disco di Grave Pool. Raro spazio a pop song più riflessive: la leggermente impalpabile Eleanor e la più acida Shutter Song tentano di ampliare la tavolozza aggiungendo tonalità più scure, ma la voce di Peter – decisamente giovanile e soave – dona brio e allegria anche alle linee più malinconiche, rendendo il lavoro forse più adatto agli ultimi scampoli estivi piuttosto che alle uggiose giornate autunnali.

Consigliato agli amanti del genere, Hibou pecca forse di originalità e di eterogeneità (interessante l’inclinazione post-punk dell’intro di Glow), ma il suo è comunque materiale molto più che piacevole, specialmente se assunto a dosi di massimo venti minuti.

26 settembre 2015
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