Recensioni

Recentemente abbiamo provato ad analizzare il pessimo stato di salute del rock nei contesti generalisti nell’epoca dello streaming. Riassumendo il concetto, il sottobosco – vivido, attuale e promettente – non riesce a sfondare in un panorama mainstream in cui l’immaginario della guitar-music è ancora legato ai vecchi stereotipi del ruuuoock ormai obsoleti, sempre meno interessanti e – ironicamente – sempre più lontani dalle classifiche. Colpa certamente (anche) di un music business – nel rock, più che in altri generi – purtroppo impermeabile alle novità. Ciò nonostante ci si accontenta di band (Alter Bridge o Royal Blood ad esempio) che, pur portando avanti un discorso macchiato sia dai compromessi che dai limiti dell’hard&heavy più canonico, riescono a sfornare dischi sì di scarsa rilevanza, ma comunque più che dignitosi.
All’interno di questa categoria rientrano anche gli Highly Suspect, formazione del Massachusetts (ma attualmente di casa a Brooklyn) che ha esordito lo scorso anno con un album, Mister Asylum, che anche senza troppi clamori di pubblico è riuscito addirittura a strappare una nomination ai Grammy Awards (Best Rock Album, vinto poi da Drones dei Muse…), impresa solitamente concretizzata più per questioni legate al successo di massa che per meriti prettamente qualitativi.
Ad appena un anno di distanza dal debutto gli americani tornano sulle scene con The Boy Who Died Wolf, un lavoro che sulla carta ha l’obiettivo di ampliare la fanbase provando a mettere d’accordo gli inguaribili nostalgici del rock e i casual listener da zapping radiofonico. Ci riuscirà? Sicuramente. Su che scala? Difficile da prevedere, fatto sta che già ora alcuni segnali portano a pensare che la strada verso una fama di un certo tipo sia già spianata: in pochissimi mesi il leader Johnny Stevens (che condivide il palco con i gemelli Ryan e Rich Meyers) si è cucito addosso una – un po’ fastidiosa – estetica da teen-idol e, parallelamente, il suono granitico presente in Mister Asylum si è fatto più eterogeneo, aprendo spiragli a diverse contaminazioni. In questo senso il singolo My Name is Human – probabilmente ad oggi il loro brano maggiormente radio-friendly – è esemplare tra la strofa modern-rap (fa un po’ Drake con le chitarre) ed il ritornello aperto, anthemico e assolutamente catchy. Il rock rimane comunque il fulcro centrale anche di questa opera seconda nella quale convivono melodia e potenza senza che vengano raggiunti eccessi da una parte o dall’altra: le linee vocali di Stevens sono in bilico tra l’universo alternative (Matt Shultz dei Cage The Elephant non è troppo distante) e quello heavy, specialmente in chorus – epici e dalla coralità di scuola 90s – che regalano attimi in cui la mente torna al Cornell dei tempi d’oro, mentre le distorsioni sono spesso granulose, talvolta vicine allo stoner, ma mai invadenti. Il pop, quello vero, è comunque ancora lontano.
I devoti del rock di base troveranno una varietà di riferimenti in grado di mettere in secondo piano i momenti più banalmente pop-rock (For Billy) in cui i tre suonano innocui quanto gli ultimi Kings Of Leon. L’altro singolo Serotonia, ad esempio, è una ballatona psichedelica dallo scheletro bluesy rock di stampo 70s in cui convergono Hendrix, Pink Floyd (entrambi nel repertorio degli Highly Suspect quando non erano altro che una cover band locale) e neo-miraggi West Coast (Lana Del Rey compresa). Tra le tracce meno ordinarie citiamo inoltre Look Alive, Stay Alive (riff a grana grossa e impulsi punk-ish), Postres (l’attacco è ad altezza Queens Of The Stone Age) e Send Me An Angel, cover – un po’ fiacca – dell’omonima hit dei Real Life targata 1983.
Senza eccellere e senza lasciare tracce importanti nella discografia del 2016, la band di Johnny Stevens confeziona undici tracce tutto sommato decorose, certamente utili per arricchire le setlist di concerti che si preannunciano essere sempre più affollati.
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