Rock e classifiche: un rapporto difficile

Partendo dal presupposto – assolutamente confutabile – che sia davvero un problema della discografia moderna, cerchiamo di tornare sul battutissimo topic “il rock è morto”, che da qualche anno sta tenendo banco all’interno di dibattiti più o meno generalisti sull’universo musicale. Una tesi difficile da appoggiare in pieno e allo stesso tempo complessa da smentire nella sua interezza, perché se è vero che escono costantemente album rock-oriented di ottimo livello (solo nel 2016 ne possiamo contare almeno una ventina), è anche vero che da un punto di vista superficiale e passivo la guitar-music ha perso tantissimo appeal, scomparendo – o quasi – dai circuiti mainstream.

Un altro aspetto che complica un’analisi di questo tipo è la definizione stessa di rock. Cosa è rock e cosa è invece al 100% pop? Mai come negli ultimi tempi questo confine è stato labile e a tratti invisibile. Un concetto, quello del rock, probabilmente sorpassato, evoluto (o involuto, a seconda dei casi) in sonorità sempre meno chitarra-centriche e sempre meno legate agli stereotipi dello scorso millennio. Fatto sta che dal 2000 in poi ci sono state pochissime nuove band capaci di arrivare al grande pubblico e di rimanere sulla cresta dell’onda per più di due dischi. Gli unici che ci sono riusciti sono i Coldplay (che, soprattutto oggi, di accostabile al rock non hanno in pratica nulla) e i Muse. I Linkin Park hanno tenuto per tre dischi, i Nickelback preferiamo non nominarli neanche. Tutti gruppi, fra le altre cose, esplosi a cavallo del millennio, quindi non proprio esempi recentissimi.

Mentre scriviamo questi nomi, la mente vola ad un altro aspetto (forse secondario, dato che qualità e vendite difficilmente vanno d’accordo) che potrebbe aver contribuito alla disfatta mediatica del rock: se prendiamo la lista degli album rock più venduti degli anni Novanta, abbiamo tra le mani una sequenza di ottimi album, alcuni dei quali veri e propri capolavori spartiacque. Facendo lo stesso con la lista degli album rock più venduti degli ultimi quindici anni, invece, ci ritroviamo una sequenza (a parte rarissime e comunque discutibili eccezioni) di album nel migliore dei casi mediocri. In ambito pop questa dinamica invece si è completamente invertita, specialmente negli ultimi quattro-cinque anni.

Escludendo i dinosauri del classic rock o dell’hard & heavy con enormi fan base costruite in decenni di carriera (Metallica, AC/DC) ed escludendo le band pop-rock (comunque in declino discografico, vedi gli U2 o i Depeche Mode, freschi dell’annuncio del tour 2017 ) esplose negli anni Ottanta, le restanti rock band di successo o hanno cavalcato mode temporanee (il nu metal o il folk-pop ad esempio) terminando la propulsione iniziale nel giro di poco tempo, o sono ancora figlie degli anni Novanta. In poche parole, non stiamo assistendo ad un ricambio solido, credibile e voluminoso, perché se band come RHCP o Green Day resistono come possono scendendo a compromessi invasivi e registrando comunque successi minori rispetto al periodo d’oro, il loro posto tra i grandi bestseller oggi è occupato da tutta una schiera di band radio-friendly, musicalmente più vicine ai Backstreet Boys che ai Led Zeppelin (Twenty One PilotsImagine Dragons, Maroon 5 o Bastille ad esempio).

E nonostante internet (come avevamo teorizzato qualche anno fa nell’apposito articolo), in tutto questo il fantomatico indie rimane un gioco per nicchie più o meno voluminose, e anche le band più blasonate e conosciute (diciamo Arcade Fire nonostante i Grammy del «who the hell is arcade fire», The National o Vampire Weekend) sono ancora lontanissime dal registrare i volumi di vendita dei Coldplay del caso. Il rock (nella sua accezione più ampia) è il genere che più di tutti ha subito il boom di internet, l’unico che non è riuscito a fare breccia nel pubblico più giovane (quello che storicamente fa girare il mercato) fieramente immerso nelle nuove pose rap, r&b o dance. Se ci è riuscito lo ha fatto attraverso i cimeli kitsch della riscoperta del classico, riscoperta che passa attraverso il Guitar Hero di turno. Le vendite dei dischi “catalog” del resto parlano chiaro: il dad-rock vende ancora bene.

Solo gli Arctic Monkeys di AM hanno messo fuori il naso da questo recinto, ma come hanno insegnato i Kings Of Leon di Only by the Night (e in forma minore i Black Keys di El Camino), potrebbe essere un risultato difficile da ripetere. Storicamente è sempre stato così, e siamo convinti che parte del fascino indipendente stia nel non subire il lavaggio mediatico più generalista. In altre parole, è tutto sommato normale che Car Seat Headrest, gli Hotelier, Angel Olsen o i Preoccupations (giusto per citare alcune uscite recenti di rilievo), per quanto “famosi” in un certo tipo di ambiente, rimangano all’interno di certi confini. Quello che fino ad oggi è mancato in questo nuovo millennio è una proposta rock con un retaggio non necessariamente “indie” in grado di imporsi in modo realmente trasversale. Poi ci sono i Radiohead, un caso a parte difficile da trattare in questi lidi, ma comunque mai capaci di vendite da capogiro.

Se le radio a larga diffusione non supportano a dovere (o proprio per nulla) e se mancano le band in grado di riportarla in classifica, la guitar-music deve sperare di aggrapparsi ad una sorta di rivoluzione. Ma quale? Si dice che la musica viva di cicli, ma se negli anni Novanta i due grandi movimenti rock (il grunge e il britpop) che hanno saputo abbattere le barriere del mainstream – plasmandolo a proprio piacimento – avevano una certa consistenza (contro)culturale, nel nuovo millennio abbiamo avuto tendenze puerili come il nu-metal e, una decina di anni dopo, la folk prostitution. In mezzo, sbandate minori come il fake-emo – circoscritto però a un target under18 – o l’indie mid-00 (vedi il successivo dettaglio). Come accennato in precedenza, questi due movimenti (il nu-metal e l’indie folk-pop da classifica) hanno regalato una manciata di bestseller assoluti, sfornati però da band incapaci di sopravvivere alla morte del movimento stesso. Come risulta evidente dal grafico sottostante, a parte il recente colpo di coda dei Disturbed, nessuna delle band nu metal di maggior successo è riuscita a mantenere i livelli di vendita del periodo di massima esposizione del genere. Questo, anche per altri motivi, vale anche per molte band che hanno ruotato attorno al nu-metal, come gli Evanescence, i System Of a Down o gli Staind. Nota bene: la metrica in analisi è l’Adjusted Sales, ovvero i volumi di vendita aggiustati sulla base del decremento del mercato mondiale (formato album).

nu_metal_sales

Lo stesso discorso è applicabile anche alla più recente e non ancora del tutto debellata ondata indie-folk-pop (vedi compilation The Age of Folk Prostitution): i Mumford & Sons (probabilmente la band pop-rock di maggior successo tra il 2010 e il 2012) cambiando genere hanno visto crollare le vendite con Wilder Mind, i Lumineers oggi vendono 1/4 rispetto a tre-quattro anni fa e gli Of Monsters & Men sono praticamente spariti dalle classifiche con il fallimentare Beneath the Skin.

Parlando dell’indie rock di metà anni Zero, l’unico album capace veramente di abbattere le barriere del mainstream è stato Hot Fuss (7,5 milioni di copie) di quei Killers che successivamente hanno progressivamente visto calare le proprie quotazioni. Per il resto è stato un movimento che a livello di grandi numeri ha avuto un impatto confinato principalmente all’Inghilterra, con un solo album (Employment dei Kaiser Chiefs) capace di vendere più di 2 milioni di copie in patria. Esclusi gli Arctic Monkeys e (in forma decisamente minore) i Foals, tutte le altre indie band di quel periodo o non esistono più, o hanno perso l’ispirazione (Bloc Party su tutti), trovando, nel migliore dei casi, un nuovo pubblico solamente in mercati minori (vedi gli Editors o i Kasabian in Italia).

Di seguito trovate alcuni approfondimenti su sei delle band pop-rock bestseller degli ultimi anni (tra quelle che hanno raggiunto tale status dal 1990 in poi).

Coldplay
A conti fatti, la band pop-rock del nuovo millennio di maggior successo. Il forse mai più superato Parachutes fece capire in pochi mesi la possibile portata commerciale della formazione di Chris Martin, ma fu solamente con il successivo A Rush Of Blood To The Head che gli inglesi riuscirono a raggiungere la vetta del mondo. Vetta che da allora (nonostante un progressivo e a tratti indecoroso crollo qualitativo che ha toccato i minimi storici nei pessimi Mylo Xyloto e A Head Full of Dreams) i Nostri non hanno più abbandonato, con una sequenza di album infallibili a livello economico: adattando le cifre al crollo del mercato, solamente il più introspettivo Ghost Stories ha mostrato un lieve calo di vendita, smarcato a stretto giro dal successivo di AHFOD.

coldplay_sales
Red Hot Chili Peppers
Dopo anni di semi-underground, dal 1991 al 2006/2007, escludendo la parentesi One Hot Minute (ottima qualitativamente, solo discreta commercialmente), Flea e compagni sono stati costantemente tra le cinque band rock/pop di maggiore successo, con quattro album (Blood Sugar Sex Magik, Californication, By The Way e Stadium Arcadium) presenti nelle top 10 degli album più venduti nel mondo dei rispettivi anni. Se Blood Sugar Sex Magik sancì un exploit sbilanciato verso gli USA, con Californication ci fu l’esplosione a livello globale. A causa di una frequenza di pubblicazioni ancora più bassa rispetto al passato, di un calo di ispirazione piuttosto marcato (già evidente durante gli anni Zero e particolarmente fastidioso in I’m With You) e dell’assenza di Frusciante, negli ultimi dieci anni i Peppers sono passati un po’ in secondo piano mediaticamente, pur rimanendo un punto di riferimento in classifica per quanto riguarda la guitar-music (l’ultimo The Getaway).

rhcp_sales

Muse 
Probabilmente qui in Italia (ma più in generale in Europa) abbiamo una visione leggermente distorta del successo di Bellamy e soci, arrivati a conquistare (e mai prepotentemente) il mercato americano solamente nel 2006. Ben supportati a livello di marketing fin dal buon Showbiz, gli inglesi hanno toccato l’apice creativo con il secondo album Origin of Symmetry, aumentando costantemente anno dopo anno i volumi di vendita fino a The Resistance. Se da Absolution in poi la proposta della band è stata di volta in volta sempre meno interessante, con gli ultimi due album – i discutibili The 2nd Law e Drones – è arrivata anche una meritata frenata mediatica che potrebbe intensificarsi negli anni a venire.
muse_sales
Green Day
La carriera dei Green Day ha avuto due picchi commerciali che – incredibilmente – combaciano anche con i due picchi creativi. Il primo è chiaramente Dookie, icona della prima epopea pop-punk, momento-cuscinetto tra la morte del grunge e l’avanzata del post-grunge. Il secondo invece è stato l’insperato e inaspettato boom di American Idiot, album pubblicato nel 2004 dopo quasi dieci anni in cui, pur azzeccando una manciata di singoli, Billie Joe Armstrong e compagni hanno costantemente faticato a mantenere la popolarità guadagnata con Dookie. Il post-American Idiot è stato piuttosto traumatico con un mezzo passo falso (21st Century Breakdown) e la penosa trilogia ¡Uno!, !Dos!, ¡Tré! incapace di incontrare le preferenze del grande (e piccolo) pubblico. Il recentissimo Revolution Radio è un passo in avanti rispetto alla trilogia, ma difficilmente cambierà le sorti commerciali dei californiani.
gd_sales
Foo Fighters
Pur senza i picchi commerciali delle band appena analizzate, i Foo Fighters stanno portando avanti una carriera all’insegna di una certa costanza sia qualitativa (nessun vero capolavoro e nessun abominio) che quantitativa (nonostante il calo del mercato, tutti gli album in studio rientrano nella forbice di vendite che va da 1,5 a 4 milioni). Dopo i discreti consensi per l’omonimo esordio e dopo il successo del loro migliore album (The Colour and the Shape), Dave Grohl e compagni hanno pubblicato una serie di album che nonostante tutto (la trilogia anni zero è piuttosto mediocre) ha mantenuto su livelli elevati l’attenzione del pubblico, trasformandoli in vere e proprie rockstar (il buon Wasting Light è stato l’album rock più venduto del 2011).
foo_sales
Linkin Park
La parabola artistica di Chester Bennington e compagni va a braccetto con quella del nu-metal, macro-genere/movimento esploso in modo netto a cavallo del millennio per poi perdere la propria intensità a metà anni Zero. Autori di dischi spiccatamente ruffiani e storicamente trascurabili, gli americani hanno comunque dalla loro l’album rock-oriented più venduto dal 2000 ad oggi, Hybrid Theory. Come spesso succede con questi exploit legati principalmente a mode momentanee, anche nel caso dei Linkin Park la restante discografia è stata caratterizzata da una progressiva diminuzione di interesse.

lp_sales

Con queste basi e con rivoluzioni sempre più rare, il prossimo futuro del rock/pop su scala mainstream sembra essere tutt’altro che positivo. I Coldplay potrebbero smettere di suonare (come avevano fatto intendere due anni fa), alcune band come RHCP e Green Day entreranno a breve nella fase “dinosauri” con dischi di poco successo ma con tour sold out, e i gruppi bestseller emersi negli ultimi anni (Imagine Dragoms & co.), con una proposta così usa & getta, faranno fatica a mantenere questo successo a lungo. Parallelamente, le decine di gruppi “rock” (indie, punk, post-punk, emo ecc…) che – all’ombra dei riflettori – stanno sfornando ottimi dischi in questi difficili anni, a meno di miracoli, non avranno mai una canzone in high rotation e non arriveranno mai al grande pubblico. Al massimo, i più fortunati, diventeranno discreti catalog-seller sulla lunga distanza.

14 ottobre 2016
14 ottobre 2016
Leggi tutto
Precedente
Flow #002. Tuniche dell’Adidas, una Delorean, un giro in fondo all’oceano Flow #002. Tuniche dell’Adidas, una Delorean, un giro in fondo all’oceano
Successivo
Bob Dylan…just like a Nobel Bob Dylan - Bob Dylan…just like a Nobel

Altre notizie suggerite