Recensioni

6.5

Ricordo come se fosse ieri il videoclip, addirittura in (quasi) high-rotation sul nostrano MTV, di Snow degli irlandesi JJ72, band che per una manciata di anni ha cavalcato egregiamente l’onda post-britpop incorporandone (come i meno famosi Puressence, Geneva o Ultrasound) l’anima più drammatica e guitar-friendly, prima di venire definitivamente schiacciata dal successo dei Muse e dei Coldplay. Era facile, soprattutto dal basso dei miei quindici anni, rimanere colpiti dalla figura algida della bassista dallo sguardo trasognato e malinconico. Quella bassista era la stessa Hilary Woods che ritroviamo, quasi vent’anni più tardi, a debuttare in versione solista con un album (intitolato Colt) dalla gestazione piuttosto sofferta, nato in un periodo particolarmente difficile a livello economico e registrato in un appartamento occupato composto principalmente da una camera-studio (“addobbata” con gli strumenti accumulati negli anni) e dalla camera di sua figlia, con la quale vive. Registrare tra quelle mura è stato un processo catartico necessario per cercare di liberarsi dallo spleen marchiato dal dolore e dal senso di abbandono più totale che tinteggia la palette dichiaratamente dark dell’intera opera.

Dopo lo scioglimento dei JJ72 (2006), per qualche anno Hilary ha messo da parte la carriera da musicista per dedicarsi completamente alla famiglia, ma la voglia di rimettersi in gioco, la forte passione per le discipline artistiche che coltiva fin dai banchi di scuola (è anche video artist e pittrice) e una personale urgenza comunicativa hanno fatto sì che la Nostra abbia prima tentato una fugace parentesi a nome The River Cry e poi concretizzato il percorso solista con due EP passati inosservati (Night del 2014 e Heartbox del 2016) e con l’agognato esordio lungo pubblicato per Sacred Bones, label da sempre particolarmente vicina alle sonorità lunari.

Sin dall’artwork, passando per un rinnovato look figlio degli stereotipi goth, l’estetica che accompagna Colt è curata nei minimi dettagli per rispettare fedelmente l’immaginario e il mood di fondo del songwriting della Woods, spesso incentrato su spettrali fraseggi caratterizzati dal lento incedere badalamentiano (Black Rainbow) scandito da pianoforte, effettistica e da lontane chitarre twang. Con un occhio puntato verso la 4AD anni ottanta, Hilary sfiora di tanto in tanto l’ethereal (dark)wave senza però mai proporsi ruvida e sanguigna come una Chelsea Wolfe o una Anna von Hausswolff, rimanendo fluttuante su tappeti onirici, riempendo le pause con emotive (e minimali) cornici sonore a corredo di una spiccata sensibilità melodica mai sfacciatamente pop ma contemporaneamente mai eccessivamente impegnative. Se Inhaler è il brano che probabilmente porta alla piloerezione con maggiore facilità, una menzione d’onore la merita anche Prodigal Dog, strutturata attorno ad accordi semplici e metriche sporcate da micro-glitch e da evocative aperture fornite dagli archi. Negli episodi più dilatati (Take Him In, Kith) si va a lambire l’ambient pop di Grouper (in questo senso Colt può essere un’alternativa al non ispiratissimo Grid of Points) rischiando di superare il confine tra etereo e soporifero a causa di un livello empatico non elevatissimo. Più curiosa la tendenza verso un certo pianoforte jazzistico free-form (Jesus Said) che di tanto in tanto fa capolino lungo la (breve) tracklist.

Pur dimostrando che si può essere scambiati per un’artista emergente anche a 38 anni, Hilary Wood si tiene lontana dalla coolness, preferendo un isolazionismo tracciato su soluzioni non sempre interessanti ma comunque costantemente sincere.
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