Recensioni

7.4

«These are different times that we’re living in» cantavano gli Arcade Fire in una b-side da titolo emblematico: Culture War. Una guerra culturale ma forse e soprattutto di cultura (come lo stesso Jonathan Clancy ci ha confessato in sede di intervista), in un periodo storico dove la globalizzazione e le relazioni sociali sono messe a dura prova dalla paura e dall’incertezza che invadono ogni sfera del vivere quotidiano. Il paradosso è, nell’epoca dei social, degli smartphone e della connessione continua ed esasperata, un forte senso di isolamento condiviso dal cittadino del terzo millennio. Il punto di svolta è comprendere questa cultura dell’isolamento, capire se sia la cultura ad isolarci o noi ad isolarla. È un processo profondo che merita attenzione, un concetto che si muove per antitesi: isolarsi per ritrovare il senso della condivisione, una riflessione accurata sul mondo odierno che non può non partire dai piccoli gesti ordinari.

Tutto questo e altro ancora è vivisezionato dall’occhio intra-culturale di Clancy, nato in Canada ma bolognese a tutti gli effetti, che dopo essersi districato tra l’ottimo post-rock dei Settlefish e il garage-rock psichedelico degli A Classic Education, nel 2009 ha iniziato un percorso solista che ben presto si è arricchito della presenza di altri musicisti. Vicious ha segnato l’esordio di His Clancyness su FatCat e ha fatto capire quanto Lou Reed, l’art-rock e il noise-pop fossero territori in cui il quartetto si muoveva alla perfezione. Un cambio di line-up e l’apporto di Matthew Johnson (frontman della krautrock band Hookworms) agli Suburban Home Studio di Leeds e Stu Matthews (Beak, Anika, Portishead) all’Invada Studio di Bristol definiscono le direttive del nuovo album.

Isolation Culture è un disco colmo di spunti interessanti. Oltre all’impianto concettuale che riprende la riflessione iniziale partita dagli Arcade Fire, peraltro conterranei di Clancy, viene ribadito lo stato di grazia in fase di scrittura già presente in Vicious e qui trasformato in nuove forme d’espressione. Un Lou Reed che si dipinge la faccia col fulmine di Bowie, gli Wire che vengono dilatati dalla sperimentazione degli Swell Maps ma, soprattutto, un flusso artistico e tematico viscerale che ricorda l’immediatezza di Plastic Ono BandIsolation Culture è un disco a-temporale, introspettivo e apocalittico in un certo senso, figlio del suo tempo e coraggioso. Un disco che parte da lontano: Urianum prende forma su di una cavalcata ritmica, synth liquidi e una linea vocale straniante; Watch Me Fall è una ballata con un splendido ritornello e un dialogo tra un presente indefinito e un passato inevitabilmente legato all’adolescenza che si riversa nell’ipnotico andamento di batteria di Pale Fear, forte di un ritornello sinistro e magnetico. Isolation Culture Dreams Building Dreams sono il perno dell’album. La prima, oltre a dispiegare il titolo del disco con versi diretti e incisivi, ha un pre-ritornello strumentale emozionante e un refrain accattivante giocato sullo speculare scambio verbale: «Isolate me culture / Culture Isolate Me, isolate me culture / More than anything I own». La seconda, che parte con un estratto di un discorso di Pasolini sulla necessità dell’arte e della cultura nell’esistenza umana, è una canzone che testimonia ulteriormente l’ottimo livello qualitativo di scrittura del disco con una tessitura sonora al solito caleidoscopica e un ritornello che arriva dritto al punto e che funziona sia musicalmente che a livello di testi: «Share the unknown, share the unknown, opposite is here and true, true». La seconda parte di Isolation Culture mantiene alta la soglia di attenzione grazie a brani come la tirata Xerox Mode, la bossa in chiave dream di Impulse, il frammento noise-rock di Cuuulture e la chiusura con l’ottima Only One.

Isolation Culture è il momento esatto in cui si prende coscienza del cambiamento e, allo stesso tempo, un’immagine della nostra società post-11 settembre, frammentata sia dal punto di vista dei rapporti interpersonali che da quello dei valori condivisi, lacerata dallo spettro di un fallimento economico e politico. Oscar Wilde, nel suo trattato The Soul Of Man Under Socialism, scriveva: «The systems that fail are those that rely on the permanency of human nature». His Clancyness sembra rispondergli più di un secolo dopo non avendo paura della speranza: «I heard freedom roams until figuring out a change».

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