• Nov
    13
    2012

Album

RVNG Intl.

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Movement, l’esordio di Holly Herndon, è una sorta di saggio anatomico: il corpo in relazione alla tecnologia e la decostruzione dello stesso allo stato pre-codificato. Più in generale è disco ultra-concettuale, che passa in rassegna vari nerdismi 90s (realtà virtuale, post-umanesimo, cyborg manifestoes e cyber-femminismo) per poi incasellarsi, estremamente contemporaneo, nel dualismo fratecnofobia e tecnofilia. Un dualismo che in musica viene steso attraverso il doppio binario curriculare della nostra: da una parte il club come appreso dagli anni spesi in consolle a Berlino, dall’altra l’accademia come da laurea in Electronic Music and Recording Media al Mills College di San Francisco e attuale dottorato a Stanford.

Si parla quindi di laptop e composizione vocale processatissima, di combinazione fra gelide astrazioniavant-garde e techno viscerale, di blend fra cerebrale e fisico. Eppure i paragoni – logici ed immediati – con gli ultimi lavori di Actress e Laurel Halo sono riduttivi: la proposta della Herndon è ben più coraggiosa ed intenzionata ad abbattere muri e nozioni assodate. La stessa concezione di elettronica come “intrattenimento” è limitata in Movement a due episodi su sette, ovvero la cavernosa Fade– che suona come il risultato di una collab fra Ellen AllienAndy Stott e i Knife dopo una visione di Ghost In The Shell – e l’acida, kinetica, Aphex Twin-esca titletrack. Episodi che non possono che essere letti come concessioni all’accessibilità, come antri in cui sciogliere la tensione.

La maggior parte del discorso è infatti estrema, ansiolitica, tenuta per isolamenti drastici degli elementi essenziali del grottesco, a tratti deliberatamente disgustosa. È il caso di Breathe, in cui respiri, sospiri e ansimi sono microprocessati, tritati e deformati per il massimo disagio; ancora di Dilato, controparte ideale dell’I Am Sitting In A Room di Alvin Lucier e della Numb di Stott, con la ripetizione del titolo affidata ad una bella voce outsider – quella del baritono classico Bruce Rameker – e condotta per via di time-stretching e pitch-shifting dal gutturale all’angelico, fino al totale, inquietante spoglio dei ruoli di genere.

Movement è breve e disgiunto, ma non l’ennesima residenza per la sperimentazione inconsistente. La Herndon crede davvero nelle sue idee, la perseveranza che ci mette per realizzarle è palpabile e fa struttura da sè. Non solo: all’ascolto ripetuto vengono rivelati diversi livelli di profondità, tanto che dall’attrazione inconscia per l’orrorifico si arriva a rovescio alla sfera intima, quasi-sessuale. Come da concept, dalla antica (ma del tutto superata?) diffidenza e timore per tutto ciò che è tech, all’oggi dei device come estensione di noi stessi e della nostra espressione. Il lato sintetico della voce umana e quello organico della “musica fatta al computer” sono qui entrambi legittimati. Non è un disco facile e non può esserlo, ma alla dedizione si rivela per ciò che è: arte.

10 Gennaio 2013
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