• Feb
    09
    2018

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Wharf Cat

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Escludendo l’attualissimo e super-hyped Tommy Cash, la scena estone non è mai stata troppo propensa all’esportazione, o meglio, in generale l’occhio selettivo del music business anglofono non ha mai puntato seriamente lo sguardo sulle Repubbliche baltiche tanto che – a parte la meteora Kerli – anche progetti interessanti come quelli portati avanti da Maria Minerva (un po’ la madre di tutte le Kedr Livanskiy) o dai dreamgazers She Bit Her Lip sono rimasti all’ombra dei colleghi inglesi o americani.

Purtroppo, simile sorte potrebbe capitare anche agli Holy Motors, giovane quintetto di Tallin fresco dell’esordio lungo Slow Sundown, prodotto da Carson Cox (Merchandise) e pubblicato per l’etichetta newyorkese Wharf Cat. Tributando con il proprio nome quello che – per chi vi scrive – è uno dei migliori film del nuovo millennio, gli Holy Motors si fanno (nuovi) portavoce di una dark-americana che flirta con l’etereo, con i landscape sconfinati e con allucinazioni tipicamente desertiche. Con l’impagabile lezione dei Mazzy Star a fare – è proprio il caso di dirlo – da stella guida, Slow Sundown ci proietta negli attimi successivi a quello che deve essere stato uno spettacolare (lento) tramonto made in USA, laddove uno slowcore al chiaro di luna (Silenty For Me) dialoga costantemente con uno notturno road-trip shoegaze dall’elevatissimo contenuto cinematico, in costante equilibrio tra paesaggi tarantino-morriconiani ed estetiche figlie di David Lynch (I Will Try è al 100% materiale da Bang Bang Bar/Roadhouse). Un viaggio scandito a suon di sognanti e riverberate chitarre twang tra motel desolati, ghost towns e lontane Marfa lights.

Certo, il fatto che queste atmosfere provengano in realtà da fredde terre baltiche potrebbe scoraggiare gli integralisti dell’american-sound ma crediamo che, pur non potendo essere del tutto autentico, l’affresco proposto dagli Holy Motors possieda un fascino tutto suo. Un fascino che risulta essere palpabile e credibile anche quando emerge un briciolo di ingenuità: Honeymooning è forse fin troppo simile a Wicked Game di Chris Isaak però ha fascino da vendere e incarna perfettamente lo spirito del disco (come peraltro fa, a modo suo, anche il videoclip di Sleepryder). La cantante Eliann Tulve, senza voler essere blasfemi, non raggiunge le vette narco-emozionali di Hope Sandoval o la dreamyness di Rachel Goswell (in Love Songs On The Radio dei Mojave 3, ad esempio) ma è comunque molto più carismatica di alcune blasonate voci dell’indie a stelle e strisce. Si veda ad esempio questo video risalente a ben quattro anni fa. Più polverosa rispetto ad una Lana Del Rey e meno country-oriented rispetto a Margo Timmins (Cowboy Junkies), Eliann sembra prediligere l’oscurità ai cocenti raggi di sole.

Poco più che un EP (otto tracce per mezz’ora di musica), Slow Sundown è un – ottimo – assaggio del potenziale di una band che, se saprà aumentare il proprio livello di eterogeneità (la più dinamica Signs in questo senso fa ben sperare) senza perdere di vista il ruolo di mood-music intrinseco in sonorità così evocative, potrà ritagliarsi uno spazio tutto suo all’interno della scena dreampop mondiale.

12 Febbraio 2018
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