Maria Minerva (RU)

Biografia

Nata il 15 marzo 1988 in Estonia, Maria Minerva (vero nome Maria Juur), è una delle artiste più note emerse dal movimento bedroom dance / hipster house dell’inizio degli anni ’10 filiato dalla galassia dell’hypnagogic pop e accasato, tra le altre label, su 100% Silk (Ital, Peaking Lights, LA Vampires, Fort Romeau…)

Figlia d’arte – il padre Mart è songwriter, comico e personaggio televisivo locale – Juur intraprende gli studi d’arte all’Accademia nella capitale dell’Estoina, a Tallinn. Si trasferisce poi a Londra ottenendo i diplomi in Storia dell’Arte e in “Aural and Visual Cultures” alla Goldsmiths, l’Università famosa per aver avuto tra i suoi studenti anche James Blake e Katy B.

Seguono, uno stage al magazine The Wire, l’impiego come critica d’arte e di musica presso alcuni giornali locali del suo Paese e i primi frutti dell’attività come musicista, che trovano quasi immediato riscontro tra le fila dell’etichetta di Los Angeles Not Not Fun, label di culto che dall’inizio degli anni Duemila ottiene ampio riscontro presso la critica specializzata attraverso esplorazioni di confine tra psych e weird, primitivismi e puntate tanto verso il noise quanto nelle musiche da ballo. E proprio su quest’ultimo terreno gioca il primo EP di Maria Minerva, Noble Savage. L’etichetta è la 100% Silk di Amanda Brown (parte di LA Vampires, Pocahaunted, Topaz Rags) divisione (bedroom) dance di Not Not Fun dove, sempre nel 2011, la Juur pubblica anche la cassetta Tallinn At Dawn.

L’esordio vero e proprio è dell’anno seguente e convince Stefano Pifferi in sede di recensione, che premia l’album tra i TOP dell’annata. Cabaret Cixous presenta Maria Minerva come il cocktail lounge di un diva perduta in un stagno di sognanti atmosfere sintetiche sospese su un variegato set di ritmi lo fi, tra psichedelia e giri di basso tanto dub quando early house, voci in echo su basi instrumental hip hop, digressioni etno-jazz e molto altro ancora, il tutto con più di un rimando alla stagione dell’hypangogic pop di fine anni Zero e diverse ipotesi di superamento.

Nel secondo album, Will Happiness Find Me, sempre su Not Not Fun – che segue un EP su 100% Silk, Sacred and Profane Lovel’artista matura maggiore confidenza nel canto (dove emergono nuovi smalti r’n’b e pop) mentre, in generale, i brani si servono di strutture meno evanescenti per condensare un comunque ubriacante set di diversificate fascinazioni da net generation (l’house in I Don’t Wanna Be Discovered (Will Happiness Find Me?), la narrazione per piano e synth di Alone In Amesterdam, la deep di Sweet Synergy, il canonico giro dub di Fire).

D’altro canto, passato l’effetto novità, sul progetto arrivano le prime riserve. Parafrasando il titolo dell’album, e dopo aver assistito a una disastrosa perfromance live, Antonio Cuccu si augura che l’artista riesca a trovare la forza di “maneggiare tutto quel dolore senza rimanerne squartata“. Da più parti, nell’ascolto di Maria Minerva emergono sensazioni contrastanti: innegabili i buoni, e anche ottimi spunti, e ineludibili i molti momenti trascurabili, critiche che la musicista si porta appresso anche in Histrionic (maggio, 2014), terzo lavoro sulla lunga distanza che segue un album collaborativo con LA Vampires, The Integration LP e un EP sulla 100% Silk, Bliss del 2012.

Interessante riportare un post del 7 maggio 2014 sulla bacheca di Maria Minerva riferito al 6.8 ricevuto sull’online music magazine Pitchfork “amo questa recensione! Puntuale. E amo il fatto che un americano si è preso la briga di leggersi uno scrittore estone. Ho detto a un amico una settimana fa che avrei preso un 6.9 e così ho avuto ragione ancora. Il mondo ha un senso“.

Juur fa riferimento al primo periodo della recensione di Histrionic dove si cita Hingede Öö, romanzo pubblicato nel 1953 dallo scrittore estone Karl Ristikivi, e titolo dell’ultima traccia contenuta nel suo album. Da qui la chiave di lettura dell’articolo, ovvero, l’esilio inteso non nel senso geografico ma esistenziale, una lettura che sembra particolarmente adatta per far emergere il difetto di fondo di un progetto che ha acquistato, album dopo album, spessore sia sul lato performativo, sia in quello arrangiativo ma è, tuttora, affetto da una profonda indeterminazione, limite che né i testi – più articolati e autobiografici – né le rinnovate basi – post-garage britannica, breakbeat, citazioni rave, indie dance… – e il trasferimento nella Grande Mela, sembrano arginare. In partica, la musicista non ha ancora accorciato in modo significativo le distanze che la separano dall’essere una potenziale Bjork degli anni ’10 (paragone fatto da Simon Reynolds in un articolo per il New York Times già nel 2011).

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