• Set
    23
    2016

Album

Domino, Weird World

Add to Flipboard Magazine.

Alla fine ci è arrivato: How to Dress Well ha fatto il disco pop. Quello definitivamente piacione, con la produzione finalmente bella pulita, i suoni pomposi e i testi definitivamente paraculo. Ed è un disastro. A partire da una patinatissima copertina che sembra ispirata alla discografia di Marco Mengoni. Pare che il buon Krell ultimamente ci abbia preso gusto a piazzare in primo piano il suo faccione sofferente e tormentato, con smorfie che tentano di esprimere un animo devastato – non è ben chiaro – dalla stipsi, da un qualche spleen esistenziale o da vagheggiate pene d’amore. Non vogliamo fare i proverbiali e sempre tanto vituperati superficialoni che giudicano un disco dalla copertina, ma è innegabile che già la “poser cover” introduca al disco con un certo moto di sconforto.

Si può parlare finchè si vuole di New Sincerity, di Seconda Naiveté, di Tao Lin e MuuMuu House. Non ci addentriamo in questa sede nella bontà di questo approccio, per quanto appaia lampante il paradosso concettuale intrinseco di un movimento intellettuale che postuli la centralità, al proprio interno, di una sincerità senza filtri: elaborare una rielaborazione non elaborata di costruzioni de-costruite secondo una riflessione postmoderna che nasce già come rielaborazione. È un po’ un cane che si morde la coda. Questa premessa è utile per contestualizzare il fatto che le canzoni di How to Dress Well sono sempre state un po’ “banalotte”, quasi al limite del puerile, pedestri, facili in un’accezione non nobilitante. In questo quarto capitolo però va ancora peggio. E se in passato le patine glo-fi, tra increspature glitch e spettri acustici, conferivano al progetto una precisa patina intellettualoide che spesso ne stemperava l’ovvietà in impostate pretese arty, il massimalismo “totally clean” di questa nuova uscita lo impedisce.

Così, l’avvilente banalità di versi come «When you’re talkin’ / I could listen all day, baby, baby / Your whole life is like a song babe, I swear» (nell’iniziale e scialbissima Can’t You Tell) erompe in tutta la sua vacuità. Tra tentativi di allargare lo spettro tematico a suggestioni più carnali abbastanza inedite per il brand HTDW, beats rubati a La Bottega dei Giochi del Re Leone per PC (What’s Up), patetismi patinati e crescendo emozionali che vorrebbero essere sentiti ma risultano solo artificiosi, Care mostra una volta per tutte quanto sotto alla superficie Tom Krell non abbia mai avuto molto da dire. L’aveva già intuito il nostro Antonio Cuccu nella sua recensione di Total Loss: accantonando le pretese intellettual(oid)i, sondare l’animo di un ormai trentenne bianco, borghese, studioso di filosofia, rischia di risultare solo molto noioso. Se poi oltre a un contenuto di spessore, mancano del tutto anche i pezzi, la domanda – ora molto più che allora – è ancora quella: perchè ascoltare How to Dress Well quando esiste The Weeknd? A strillare «Ah» per scimmiottare (per l’ennesima volta) Michael Jackson sono bravi entrambi. Solo che ad uno i pezzi vengono, all’altro invece no. Oppure, ancora meglio, quando al mondo ci sono McMorrowJames Blake, Blood Orange o Frank Oceanha davvero senso spendere del tempo per ascoltare un disco come Care?

3 Ottobre 2016
Leggi tutto
Precedente
Mr. Oizo – All Wet Mr. Oizo – All Wet
Successivo
Yann Tiersen – EUSA

album

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite