Recensioni

7.5

Il quindicesimo titolo di Hugo Race And The True Spirits è stato realizzato a cavallo tra due apocalissi (tanto potenziali quanto – ahinoi – reali): la terribile “epidemia” di incendi in Australia dell’estate 2019 e ovviamente la pandemia tristemente nota come covid-19. Non voglio dire che questo spieghi forma e sostanza del qui presente doppio album, ma è impossibile non tenerne conto, inevitabile avvertire nel movimento ondoso tra blues cibernetici e ballad crepuscolari del primo (Star Birth), così come nelle trame sintetiche spennellate di sogno e vertigini spacey del secondo (Star Death), il riflesso di una “fine del mondo per come lo conosciamo” in atto, così come il riflettersi dell’uno nello specchio cupo dell’altro, stati d’animo opposti e complementari, stratificati su una tavolozza stilistica varia però unificata dallo sguardo sempre grave e febbricitante di Race. Intendo dire che il secondo dischetto, pur essendo chiaramente un remix di scorie e materiale refluo, è qualcosa in più e di altro rispetto a una semplice, evitabile appendice: suona come un reportage dal cuore della tempesta, dove parole e melodie collassano, dove il musicista cammina tra caos e forma sfiorando una compiutezza che significa già di per se stessa, come l’istantanea abbacinante di una transizione. Non a caso, credo, è stato mantenuto lo stesso numero di tracce (dodici): proprio per sottolineare la simmetria, la specularità puntuale di questi avatar sonori rispetto alle canzoni fatte e finite.

Tornando appunto alle canzoni, i versi sono vampe, sequenze che s’imprimono sulla retina mentre il flusso di immagini scorre spietato: “its all fucked up/cold peaks the skyline turning tide”, “rooms on fire cant wake you up”, “all of us God’s broken toys”, e così via, sgranando il rosario di frame rubati a una realtà che si sta lacerando. Ma forse gli estremi, come dire, poetici del lavoro stanno tra la lucida disamina di “even when we die/the data is a-buzzin’ so obscene” e la struggente rassegnazione di “how big is your heart/where does it end/every little thing alive/swimmin’ the ocean”, quella tensione cioè tra senso di sconfitta terminale e persistenza dell’elemento umano, un peana del – chiamiamolo pure – sentimento che malgrado la sua fragilità rappresenta l’ultimo appiglio disponibile, a cui aggrapparsi per… Cosa? Rinascere?

Già, rinascere, forse. Se dovessi tentare un’interpretazione – esercizio del tutto accessorio ai fini dell’ascolto, ma alla mia età ormai è un vizio – direi che in queste canzoni Race sembra intendere il nascere e il morire come due facce d’una stessa moneta lanciata continuamente, definendo una coppia esistenziale mai risolta ma proprio in ciò e per ciò compiuta. Questo, come dire, “dualismo dinamico” diventa il carburante di un motore acido lanciato in un viaggio allucinato nel cuore nero del presente, attraverso strati successivi/progressivi di lucidità e angoscia, sfiorando residui di speranza sempre più logori sotto la cappa di una contemporaneità che fa tutti prigionieri e getta la chiave. 

Le forme folk blues sono quindi lo schermo su cui vengono proiettate le visioni, farneticazioni e palpitazioni (electro e psych) di Race e compagni di viaggio (giusto menzionare gli altri spiriti autentici: Bryan Colechin, Chris Hughes, Nico Mansy, Brett Poliness e Michelangelo Russo), secondo un metodo che ricorda quello del Mark Lanegan degli anni Zero ma rispetto a quello più sfrangiato, sfaccettato e – santiddio, sì – ispirato, forse perché nel caso dei True Spirits non c’è da pasturare un personaggio sempre sul punto di farsi canone (come invece, ahilui e ahinoi, sembrava fare il Lanegan post-Field Songs). 

Star Birth si apre con Can’t Make This Up, una processione parlata che sembra frullare i Morphine e i Radiohead della fase androide, prima di una 2Dead2Feel che invita spettri blues waitsiani al desco Depeche Mode (ma quel barrito di ottoni suggerisce rimandi alla più recente PJ Harvey). Il resto procede a strappi, scosse e parentesi di riflessione, si tratti del passo arrembante tra sgasate kraute e suggestioni da spy movie di Only Money o del romanticismo disperatamente morriconiano di United, oppure del John Lee Hooker (vecchio pallino di Race e Russo) riesumato sulla graticola del virtuale in Holy Ghost, o ancora il crooning struggente neanche troppo vagamente Nick Cave di Everyday (“everyday, i fight my little wars/in a hundred ways/i die a little bit more”) e Darkside, per non dire dello svolazzare jazz vampiresco di The Rapture (uno Smog ipnotizzato dall’ultimo Scott Walker) o del fantasma digitale nella distopia blues di Embryo.

Rispetto a questo, Star Death è l’immagine rimasta impressa sulla lastra, ciò che accadeva mentre la stella era impegnata a nascere, l’ombra della luce (per dirla alla Battiato). Il senso di Race e compagni per l’elettronica affonda nell’immaginario dei primi Seventies, conserva cioè un approccio naif, il passo di chi si avventura fuori dalla comfort zone spinto dal puro bisogno di esplorare e dare forma a intuizioni che eccedono la padronanza dei mezzi. Ma è proprio grazie a questa smania che riesce “enianamente” (e krautianamente) a tracciare mappe oblique, il perimetro contorto e instabile di una visione che sgretola coordinate e riferimenti estetici con la gravità ellittica e burlona della patafisica. Si prenda la psichedelia scarnificata e rimessa in circolo pulsante di Virus Of The Mind, oppure il respiro orchestrale tra perturbazioni sintetiche e quella tromba dalle provenienze nebulose (quasi Sigur Ros) di All We Have Is Love, o ancora quella Can’t Make Shit Up intrisa di umori disarticolati Radiohead, di Morricone altezza Mission e del Jarre sotto la pioggia nera di Blade Runner.

Trent’anni di carriera non sono pochi, eppure in queste tracce non si avverte altro che il presente. O, meglio, uno sguardo tenuto fisso sul presente malgrado la luce accecante, nonostante la vertigine insensata delle informazioni che si snodano nel rosario ipnotico delle timeline. Una dimostrazione di resistenza e (quindi) di esistenza, di fiducia nella possibilità di stare in piedi malgrado tutto, grazie a gambe che hanno attraversato abbastanza crepuscoli da ostinarsi a sperare in un’alba ulteriore, anche se solo per un riflesso condizionato, per quel po’ di istinto di sopravvivenza residuo, per abitudine. Un grandissimo ritorno per i True Spirits.

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