Recensioni

Steve Goodman, ovvero Kode9, boss di Hyperdub, quest’anno festeggia il decimo anniversario della sua creatura, una delle etichette out elettroniche più lungimiranti che il Regno Unito (almeno) possa contare. E usiamo il prefisso out proprio per indicare un distacco rispetto all’idea di musica elettronica come prodotto catalogabile e chirurgicamente distinguibile per generi e sottogeneri, pratica legata al mercato che questo tipo di musica produce da sempre. Goodman, del resto, che non è un londinese doc ma viene da Glasgow, un po’ out lo è sempre stato. E nel senso più nobile del termine. Out nel senso di fuori dal luogo comune, fuori dalle facile etichette, a partire da quella che più lo ha identificato. Sempre lui è la figura di riferimento che un giovane Pinch ascoltava al FWD, e sempre davanti ai suoi piatti – vedi anche la contemporanea serata Hyperdub 130 – il crocevia di influenze e tendenze che daranno vita alle serate DMZ di Mala e Coki, e dunque alla nascita del dubstep come genere. Sulla base di queste esperienze paradigmatiche uno come Logos inaugurerà in tempi recenti il Boxed, una notte che non è soltanto un evento, ma un’autentica fucina di creatività con suoni, spazi e ritmo, godimento mai scontato e, dietro, una cultura, percorsi, continuum, una matrice di riferimenti e influenze in continuo divenire.
Kode9, di reti e incastri, ne sa parecchio. E’ anche un filosofo, un accademico, ma con la testa sempre ben poggiata sulle spalle. Sonic Warfare: Sound, Affect, and the Ecology of Fear, il suo finora unico libro pubblicato per MIT Press, indagava gli effetti del suono su individui e società, con particolare riguardo agli aspetti legati alla gerarchia e al potere. Per scriverlo Goodman adotta e sviluppa il concetto di Black Atlantic di Paul Gilroy, una teoria, non africano-centrica, per studiare la diffusione di ritmi, suoni, musica, a partire dalla diaspora del continente nero. Di suo, lo scozzese individua un trittico di traiettorie con le quali ha convissuto fin dal primo contatto con le correnti elettroniche UK: l’afro futurismo, l’ardkore continuum reynoldsiano e il gettotech globale, percorsi che si applicano allora come oggi al network di rimandi e influenze di un’etichetta come Hyperdub.
Del resto, non porsi confini tra musica e suono, nord e sud, Africa e Occidente, struttura e basso, è alla base delle scelte di quest’uomo, di questo mondo sonico, e dunque della compilation, che come la precedente è una foto scattata al presente per chi lo sta vivendo e una al futuro per chi a tutte le sfaccetature di questi percorsi arriverà soltanto tra qualche anno, tra un lustro o mai.
5 Years Of Hyperdub, partiva da un concetto supersonico di dub, in sintesi della sintesi, un portato di tribalità passate nel tubo catodico futurista. Allora non era un caso che ad inaugurare le danze ci fossero i King Midas Sound di Kevin Martin / The Bug, altro Maître à penser del dub, della mutazione, della musica senza confini più scura. Ma questo è soltanto uno degli aspetti di un mosaico sempre complesso e mai unidimensionale che univa/e unisce la trasfigurazione Uk Garage di Burial alla dubstep di Mala, il massimalismo wonky di Flying Lotus e della scuola di Los Angeles, i ritmi trainati dalla melodica sintetica di Joker (l’autoproclamato purple sound) alla post-rave post-grime di Zomby, gli 8bit trasversali di Quarta 330 e Ikonika fino al Uk Funk e la soca degli LV.
Nella nuova compilation, in un presente che ha occultato la dubstep e visto esplodere la bolla massimalista, il più marcato dei tre percorsi goodmaniani è quello del ghettotech globale. E dunque se in 5 Years Of Hyperdub il presente/futuro guardava all’america del wonky e la circuitava nel purple sound britannico, questa tracklist, divisa tra inediti e “dimostrate hit da ballo“, mastica, rimpalla e trova nuova spinta ed energie nei due fenomeni più virali di questi anni: il juke / footwork e la trap, due facce di un’unica medaglia che trova in certi luoghi dell’urbano l’equivalente del tribale, del comunitario e del primitivo. La footwork è una sorta di grado zero house, e quindi un ibrido tra maschie tessiture hip hop passate nel tubo catodico di complesse ritmiche per il ballo; la trap, nel suo portato contemporaneo di astrazione e suoni alieni, rappresenta il lato più mistico e sinistro del ghetto.
Naturalmente, poi, c’è tutta la complessità e la continuità di casa Hyperdub: il dubplate di lungo corso di Mala che debutta “in chiaro”, Expected, ovvero la traccia che Benga in questo momento non è in grado di darci, l’afrofuturismo nel classico vocal della casa (Spaceape), le collisioni footwork / trap apparecchiate da Kode9 (Xing Lu nell’Helix remix). E poi le promesse già mantenute, ovvero il detroitiano Kyle Hall con la tribale, frattale e cubettosa Girl U So Strong, e una serie sguardi hip hop americani in controluce (e di rimbalzo grime): Kuedo in fregola glacial sound e filo Zomby (Mtzpn), la coppia di producer Taso e Djunya che rispondono alla missiva rave trap dei disciolti TNGHT (Only The Strong Survive), Morgan Zarate e Flowdan che affondano sincopi in atmosfere d’asciutto thrilling (Kaytsu e Ambush con Footsie). Infine il compatto micro set dei chicacoani, con DJ Spinn (All My Teklife), Dj Taye (Get Em Up), Dj Earl (I’m Gonna Get You), Heavee (Icemaster) e Dj Rashad (con Gant Man in Acid Life), a completare il primo CD d’inediti in bellezza.
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