Back to eskimo jungle

L’aspetto che tuttora ci affascina e cattura dei continuum elettronici britannici, oltre alla loro irresistibile coriacità e freschezza, è il continuo corso e ricorso dei generi e degli stili; giovani producer che a cadenza regolare ripescano, rimescolano e ricontestualizzano frammenti di passati prossimi e remoti, assorbendone DNA e urgenze ritmiche.

Abbiamo più volte sottolineato in queste pagine quanto la spinta creativa della scena allaragata (leggi dopo dubstep, grime, Uk Funky e Purple Sound) abbia dato buoni spunti anche lungo il 2013, a dimostrazione del fatto che sul filo dell’hype si muovono, con intelligenza e gusto, molti giovani beatmaker (Guido, Walton, E.M.M.A, Kahn…). E’ altrove, tuttavia, che i follower più progressisti della scena hanno prestato maggiore attenzione negli ultimi mesi. Tanta jungle ha contraddistinto mirate produzioni e/o dj set di una variegata percentuale di producer, tra cui molti volti noti come Four Tet, Machinedrum, fino a Demdike Stare e Raime (gli ultimi due solo in veste live) ma anche tantissime sonorità eski e/o sino hanno affollato un mercato grime mai così aperto alla contaminazione, perlomento nella sua frangia più Soundcloud based (simile, per dinamiche e strategie, a quella trap del 2012/2013 versante TNGHT).

In pratica ritornano i primi Novanta e i primi Duemila, e a ritornare è una sana voglia di rimescolare le carte proprio nei punti temporali in cui le lancette del tempo correvano più veloci. Momenti in cui le idee e le soluzioni tra ritmi e spazi fioccavano al doppio e al triplo della velocità con EP e nuove etichette ad affollare un mercato di nicchia affamatissimo e ricettivo, in grado di far parlare di sé ben oltre i confini nazionali e di creare quelle alchimie che, incidentalmente o meno, hanno prodotto le balistiche soniche che conosciamo e le relative esplosioni mediatiche su larga scala conseguenti, prontamente assorbite e sfruttate da impresari, etichette e via dicendo.

Pinch-by-Andrea-Luccioli

E’ una ruota che gira ma – e ne parlavamo qualche tempo fa con Rob Ellis / Pinch – crediamo che il vero cuore della faccenda non stia negli statement o nei momenti di gloria, ovvero nella piena maturazione di un genere, che sia drum’n’bass o dubstep, ma nelle fasi immediatamente precedenti, dove cioé le regole e soprattutto le definizioni sono estramamente labili. Un contesto in cui i producer più anonimi marciano a pieno regime, catturando spunti avanti e soprattutto indietro nella storia dei continuum elettronici UK, il perfetto humus per i futuri consolidamenti e le relative speculazioni di mercato e mediatiche, nonché il momento in cui ci si sbizzarisce nell’invenzione di nuove etichette. Wot Do You Call It canzonava Wiley, nel 2004, nel suo primo album, Treddin’ On Thin Ice, basando il successo del brano proprio su un balletto di definizioni che, ironicamente e maldestramente, sono diventate statement in Grime, compilation omonima su Rephlex, pubblicata giusto un mese dopo e contenente, ironia della sorte ex post, …dubstep.

Andatevi a leggere la difesa di uno degli A&R della label nei commenti di Discogs a quell’album: la difficoltà di definizione e le speculazioni sulla miglior definizione sono da sempre il barometro della vitalità della scena e si ripetono con la medesima criticità in ogni momento di forte transizione. Nei primi anni di questo nuovo decennio, quando allo sdoganamento/sputtanamento della dubstep su larga scala (vedi frangia nu e brostep americano), sono subentrate label del “dopo” quali post-dupstep o soulstep, soltanto la post-garage (poi veicolata nell’ombrello 130 black) ha fatto piena giustizia a un comparto di producer coerenti con il continuum ardkore e la sua oscurità, ma soprattutto pronti a ripartire e a reinventarsi da una serie di traiettorie dark garage d’inizio 2000 ancora inesplorate.

Big-Dada-Grime-2.0Con Skream a giocarsi la carta house e poi disco – un po’ come il Michael Jordan che si diede al baseball -, una presa di posizione forte per l’underground britannico ha riguardato dunque la regolamentazione dei battiti: calare la velocità ha rappresentato un passo deciso rispetto a un bistrattato dubstep che, almeno dal 2011, è ridotto a un corollario di drop e machismo a 140 bpm, come accusava James Blake qualche tempo fa.

La definizione di “130 black” forgiata da Blackdown, boss assieme a Dusk della Keysound, incontra favori in casa Tectonic di Pinch, dove, oltre a un nuovo interesse techno (vedi Cold Recordings), si esplorano soluzioni sotto i 130 (e anche 120) nella compilation Tectonic Plates Vol. 3 (del 2012). Si inizia dunque a sperimentare da più parti (vedi anche Punch Drunk) su spazi più aperti e suoni anche esotici o esoterici tout court (il profeta di Kahn, il talismano di Kryptic Minds, l’ottima compilation di Fat kid on fire, Un_Known Vol 1). E parallelamente, non di meno significativo il fermento Grime, genere che ha avuto a sua volta problemi dovuti alla sovraesposizione mediatica dei suoi principali protagonisti (Wiley, Rascal, M.I.A), e che in questi 24 mesi dà segnali assolutamente entusiasmanti: Grime 2.0, e le Dub Wars (una giocosa battaglia a gironi, fatta a colpi di tracce e missive musicali svoltasi lo scorso autunno) sono due ottimi attestati di vivacità per una scena che non sta combattendo (solo) una trap war, come ribadisce Wiley (This Ain’t A Trap War), ma che rapidamente si rinnova grazie a una fetta di giovani producer che non sono più solo londinesi.

Non è quindi una sorpresa che negli ultimi mesi i suoni che più stanno stimolando l’interesse e la creatività di producer e ascoltatori non si coagulino nella poliritmica del giro Hessle Audio (non a caso Pearson Sound, con Starbust EP, sta guardando oltre) o all’inseguimento di 4/4 in ogni piega, che sia la techno di Pangaea o Untold o la successiva ondata house (Scuba, con il quale abbiamo parlato proprio di questo recentemente) o l’ancora più recente infornata garage/2 step sull’onda lunga della Future Garage di Falty Dl e compagnia. Ciò che ha infiammato le cuffie e gli ascolti progressisti tra la metà del 2012 e l’intero 2013, creando un montante sempre più consistente, riguarda da una parte la jungle (e indietro breakbeat), che ha avuto senz’altro una diffusione, anche mediatica, più trasverale e massiccia, e dall’altra l’eski beat (o eski sound) con un’appendice di Sinogrime. In sintesi, varianti strumentali di Grime, di cui Wiley è considerato il godfather, che hanno goduto di una breve ma fertilissima vita sul nascere del genere (fondamentale la raccolta Avalanche Music Vol.1).

 

om unit

Jungle fever

Nel 2011, all’epoca di Room(s) e di tutto quel fermento ritmico che le compilation Bang and Works Vol.1 e Vol.2 di Planet Mu avevano fomentato nel Regno Unito (e di rimbalzo anche in America, al di fuori di Chicago), Machinedrum, ovvero Travis Stewart, aveva menzionato in alcune interviste l’influenza portata dalla jungle di quel disco, ma è ben vero che l’innesto vero e proprio dei poliritmi e dei rullanti nelle sue sintesi soniche avverrà soltanto due anni più tardi con Vapor City. Nel frattempo però, proprio alla fine di quell’anno, a riflettori spenti, lui e Om Unit, ovvero il britannico Jim Coles, vecchia volpe “turntableista”, finalista nel DMC World DJ Championship e noto precedentemente con l’alias hip hop 2Tall, iniziano una serie di edit spartendosi equamente il lavoro.

Venendo dai breaks, Coles coglie al volo il trait d’union tra jungle e footwork (entrambi settati infatti su 160-170 bpm) mentre parallelamente, Machinedrum si dedica ad alcuni tagli a base juke (tenendosi sui 170). Il primo, sotto il moniker Philip D Kick, sforna una serie di remix di “footwork jungle” (raccolti in tre volumi omonimi) mettendo le mani su, tra gli altri, Droppin Science di Danny Breaks, The License di Krome & Time, The Burial di Leviticus, Champion Sound di Q Project, R.I.P di Remarc; il secondo, come Machinedrum, pastura invece brani come New Forms di Ron Size, N Joi This di Untouchables o Jungle Squirrel di Secret Squirrel (raccolti in Ecstasy Boom del 2011). Ci penserà poi Mike Paradinas, nel FACT Mix 274 (agosto 2011), ad accreditarli entrambi in una scaletta tutta Chicago accanto a paladini della scena quali Traxman, Diamond e Dj Rashad, con quest’ultimo a raccogliere a sua volta il testimone e, nel 2013, a proporre amen break, incastri di basso e certi campionamenti à la Coles in un missato di ottimi avvitamenti tra ghetti US e UK (Let It Go, I’m To Hi) e grande risposta di critica (Rollin EP, Double Cup, 2013). All’interno di questa forbice temporale, si scatena l’entusiasmo di un variegato giro di producer che sperimentano sia un percorso comunque coniugato altrimenti, sia ipotesi da non lasciar intentate e, in qualche caso isolato, in full immersion, come nel caso dei Special Request e Tessela che hanno fatto drizzare le orecchie dei media nella primavera 2013, facendo scattare il parapiglia.

tessela-hackney-parrotNelle mani di Tessela, ovvero Ed Russell (fratello minore di Tom, ovvero Truss), che con il 12” Hackney Parrot inaugura la personale Poly Kicks, a farla da padrone è un approccio decostruzionista e trattenuto dell’amen break, come se dalla jungle si tentasse di tornare indietro, ai breakbeat, al frammento di base, piuttosto che il contrario. A Resident Advisor Russell confessa di non aver mai conosciuto ardkore decente fino a quando non l’ha riscoperta in tempi recenti, andando a recuperare dischi, ascolti e anche qualche DVD nostalgia. L’effetto remember, del resto, è parte consapevole di molte di queste operazioni e, senz’altro, il loro fascino si lega sia a un abbandono nella finestra temporale, sia alla voglia d’incidere sul presente tracciando nuove traiettorie e/o possibilità.

Hackney Parrott fa il giro delle radio, Pearson Sound e Jackmaster la suonano. S’attiva dunque un link sonico che dall’Andy Stott di Up The Box contenuta in Luxury Problems (ottobre 2012) e dai campioni diva house dell’ultimo Scuba, porta alla più granitica risposta ritmica di Special Request, ovvero lo scafato Paul Woolford, attivo già da una decina d’anni sul fronte house e firmatario anche di un remix della citata Hackney Parrot, perfetto esempio, peraltro, del focus del producer su un oculato mix di dissotterramenti del continuum ardkore, filiazioni House, anthemica rave e rintocchi di bass e dub.

Il successivo EP di Russell, Nancy’s Pantry, che segnerà una convergenza più marcata con Woolford ma anche nuove e più industriali direzioni, e il doppio album di quest’ultimo, Soul Music, diviso tra produzioni originali e remix, oltre a Old School Methods EP (Keysound, settembre 2013) di Etch, ovvero il londinese Zak Brashill (altro ottimo esempio di lavoro sulle false memories) metteranno concreti paletti alla dilagante euforia jungle, tanto che, lungo tutta l’estate e l’autunno 2013, nelle press di molti EP e lavori, compresi quelli di Om Unit (Threads) e Akkord (Akkord), il riferimento al genere sarà puntuale e anche sovraesposto. E’ il segno che il termine macina consensi e in epoca internet è già pronto per diventare tag obbligatoria, soprattuto da quando, a luglio, Four Tet pubblica Kool FM, un 12” contenente una traccia omonima che sarà poi compresa nell’album Beautiful Rewind.

Kool FM, citazione dell’omonima pirate radio che passava jungle negli anni d’oro, è senz’altro una buona replica all’epica memorabilia di Wut It Do della coppia Logos e Mumdance (che ritroveremo parlando di Grime) contenuta sia nell’album Cold Mission sia nell’EP Genesis e disponibile come dubplate già in primavera. Wut It Do è finora la traccia più funzionale e di successo per il dancefloor UK. Nel giro Keysound, ma anche Hyperdub, il pezzo non è mai mancato.

burial - rival dealerTornando a selezioni più casalinghe, in tempi mediamente non sospetti Zomby – che con i continuum ardkore ha una storica fissazione – pubblicava, a giugno, nel doppio With Love, un paio d’episodi junglisti di buona fattura, mentre, all’opposto, un funambolico vecchio squalo come Mark Pritchard infilava i rullanti in una miscela altamente instabile (ma avvincente) comprendente ragga, footwork, rave, grime, ghetto sound, acid, idm e persino hover sound (Lock Off e Make a Livin’). Emblematico poi che un producer spugna come Ital Tek infili gli amen break in un missato altrettanto massimalista come Control (novembre 2013), fino ad arrivare a un Burial che sotto le feste natalizie pubblica Rival Dealer, ennesimo EP che nella traccia omonima sfodera un breakbeat molto ’92, tipo i Soul 2 Soul al doppio della velocità, come dire jungle prequel. Sempre di dicembre, la bomba nascosta della fregola junglista che ha animato la scena elettronica internazionale la sgancia Indigo, metà degli Akkord. In Storm EP il producer convoglia la cifra stilistica del progetto più blasonato del 2013 in una tenebrosa bestia di rullanti e tenebre, un ponte ideale verso il jungle producer Digital citato/amato da Logos e un futuro ancora da scrivere. Di sicuro, dal 2014, i segnali portano a Addison Groove che, con Addison Groove presents James Grieve, sposterà il baricentro dalla Chicago del footwork alla Bristol della jungle, e Lee Bannon, uno che dall’hip hop ha provato la carta del poliritmo complesso con il lungamente annunciato Alternate/Endings su Ninja Tune, un buon disco, piuttosto particolare nell’angolare le modalità fumate di Stones Throw e indietro della WordSound in una produzione anche molto adulta di jungle, leggi drum’n’bass. Difficile pensare a un ritorno di quest’ultima formula codificata quando il mainstream britannico, da Chase & Status ai Pendulum, lo mastica ininterrotamente da anni. Di converso, la jungle ha senz’altro rappresentato un’energia liberatoria lungo il 2013, rompendo gli steccati footwork come del 4/4. Staremo a vedere se la scena ne sentirà ancora il bisogno.

 

logos parker - keysound

130 eski

Quando nel novembre del 2013 Logos pubblica Cold Mission, il suo nome, in Italia è noto soltanto agli aficionados della Keysound e questo ostico lavoro, benché ben recensito all’estero (da noi solo su BlowUp e SA), viene più rispettato che compreso e amato. La tracklist snocciola note sparute di synth, ritmiche sparse, field recording di bottiglie che s’infrangono, rintocchi di bassi a vuoto, in pratica più vuoti che pieni, monocromia, oscurità, freddo, salvo qualche occasionale momento zen e l’isolato (citato) episodio jungle con il feat. di Mumdance. Osservando dall’Italia, non è per nulla facile riconoscere nel lavoro la punta di un iceberg di un ben più folto gruppo di giovani grime producer, e neppure loro stessi, i protagonisti, giusto a marzo 2013, nel momento in cui inaugurano una serata format (il Boxed) a Londra per proporrre le loro ferventi tracce new eski, sanno bene come andrà a finire.

In un’intervista concessa a Dummy, Slackk, autore di numerosi mix mensili della scena, e il citato Logos, organizzatore assieme a Mr. Mitch e Oil Gang (anche etichetta omonima), raccontano con entusiasmo di come, con gli hard disk pieni di questa musica, fossero stati anche preparati a perderci economicamente e di quanto commenti come “è la peggiore musica che abbia mai sentito” o “dovreste metter su una serata house e non questa roba” si sprecassero ad ogni break, tra sigarette e spliff  fuori dal locale.

avalanche music:1 wileyNonostante le perplessità di molti, nel giro di poco tempo, Boxed prende il via, i ragazzi ottengono residency al Fabric e al Plastic People e, nel contempo, le dub wars (una sfida a gironi a colpi di tracce su Soundcloud) siglano il loro ingresso in campo a colpi di missive accanto, tra gli altri, anche a Wiley, autore e padre delle tracce di inizio duemila dalle quali tutto è ripartito (Eskimo, Ice Ring, Igloo. Obbligatoria la compilation Avalanche Music Vol 1) e presente con This Ain’t A Trap War, traccia monito che sta a indicare anche che, sopra o sotto la dialettica tra l’introduzione o meno dei preset della 808, c’è un piccolo universo di suoni sui quali sfidarsi.

Verso l’autunno del 2013, parafrasando Slackk nell’intervista citata, l’eskibeat del suo Raw Missions (del 2012), non sembra più così fuori di testa. Una cerchia più allargata di persone inizia a gasarsi per questi beat e Kowloon, l’EP di Logos pubblicato nella primavera del 2012 (ma già circolante come dubplate alla fine del 2011), comincia ad essere considerato il vero starter di tutta la scena. Raw Missions e Cold Mission, poi, sono ovvie citazioni dal continuum ardkore che aprono una parentesi interessante sui recuperi.

Da buon frequentatore del FWD>> e delle notti DMZ, Logos è uno che sulle fasi della scena elettronica britannica è decisamente preparato: cita apertamente le Special Mission o Mission Accomplished del jungle producer Digital, ovvero Steve Carr, e da buon pragmatico va anche oltre: la sua operazione consiste nel ritornare al periodo in cui Wiley aveva coniato l’eskibeat (“mi sentivo freddo con la mia famiglia, freddo con me stesso e con il mondo intero“, ha affermato il godfather del Grime in alcune interviste riportate sulla sua wikipedia personale) circuitarlo sugli ambienti più cupi della jungle per poi ricontestualizzarlo a 130bpm, avvallando così funzionalità dancefloor e aderenza Keysound.

Da quel che possiamo osservare dalla grande proliferazione di produzioni che tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 stanno popolando streaming e pubblicazioni e che si stanno allargando a macchia d’olio imbastardendosi con altre modalità elettroniche legate al ballo, nu rnb e hip hop, il parallelo con quella frangia di produzioni dell’area rave trap, ovvero partorite dalla comunità Soundcloud based di producer sulla scorta di TNGHT, viene spontaneo. L’entusiasmo e efficacia delle soluzioni, superata una iniziale barriera di perplessità, diventano da subito contagiose. Nel 2012 nascono le prime etichette dedicate: la londinese Lost Codes di Visionist, l’irlandese Glacial Sound di Paul Purcell, la neozelandese Egyptian Avenue di Epoch, alle quali s’aggiungono i tipi di Oil Gang, in parte la londinese Local Action e sicuramente la neonata Goon Club Allstars, con ricettive Diskotopia (etichetta giapponese per cui hanno pubblicato Rabit, Visionist e Slackk) e naturalmente Keysound (Vionist, Rabit, Epoch, Wen, Moleskin) a completare il cerchio. Poi c’è gente sulla rampa di lancio ancora senza produzioni canoniche (solo Soundcloud o dentro compilation) come Samename, underground heroes come Grobbie, Inkke, Breen, Sublo. Per non parlare dei sintetisti come MissingNo o di gente sopra le righe come Sd Laika, il cui Unknown Vectors (su Lost Codes) è considerato da alcuni come un antefatto importante dell’esordio di Logos assieme a un altro lavoro, che ha avuto un’incidenza fortissima su tutto il comparto (oltre che per il corso della sua etichetta), ovvero Classical Curves di Jam City, pubblicato dalla britannica Night Slugs (di cui l’americana Fade To Mind, è la label sorella).

VisionistE’ pertinente con la nostra indagine anche un parallelo con una cellula adiacente (ma con diversi gradi di osmosi) ai ragazzi del freddo: c’è sicuramente un più allargato svuotamento dei suoni fatto di austere linee di synth, campioni pitchati di macchine fotografiche, bottiglie, serialità e minimalismo a ruotare attorno alle teste di questi ragazzi e se c’è una  punta d’iceberg qui, oltre all’emblematico ghiacciaio di James Ferraro (Cold), quella è R Plus Seven di Oneohtrix Point Never, paradigmatico concept sulla smaterializzazione dell’uomo nella rete. Un album che ha catalizzato alcune traiettorie di sound artist che vanno dal citato Ferraro a Laurel Halo, fino a Fatima Al Qadiri, presente in quello che è il più autorevole lavoro pubblicato da Visionist, I’m Fine, ed assoluta fan della scena grime britannica.

Logos - KowloonPrecisiamolo bene: Visionist, nel giro dei nuovi grimer esquimesi, ha un’importanza pari a quella di Logos; comprensibile che i due si guardino a distanza di sicurezza. Mentre James Parker pubblicava il seminale Kowloon EP, nel 2012, contemporaneamente, Louis Carnell, spostandosi in area grime dopo alcune incursioni footwork (Rock The Flock, Diskotopia, 2011) e preparandosi a un missato sintetista, inaugurava Lost Codes pubblicando una personale mappa di produzioni nu eski/sino, tra installazioni sonore di matrice orientale/aliena e ritmi scanditi a codici morse, senza farsi mancare un inevitabile tocco post-garage di marca Keysound/Tectonic (Acre).

In questo catalogo, mediamente buono, oltre ai 12” di Filter Dread (Hyper Lost) e il citato Sd Laika (Unknown Vector), l’irlandese Bloom è il nome chiave: Maze Temple EP, come sottolinea giustamente Dummy, porta le astrazioni di Logos e Visionist su un piano più ballabile e diretto, come per tornare ai vecchi connubi tra grime e videogame, in un’ottica di tracce che devono far muovere e contagiare altri producer.

Seguendo questo approccio più frontale rispetto a una materia che comunque mantiene il suo corrollario di onde quadre e glacialità analogiche, non possiamo non menzionare la compilation Feathers EP (pubblicata a febbraio 2013 su Pelican Fly) dove Samename, con Mishima Curse, si diverte a costruire un brano prendendo ispirazione (e sample) da Tekken, famoso picchiaduro su Playstation, o in cui Moleskin, in Pulskimo, rivede la mitologica Eskimo di Wiley attraverso un panzer di corposi bassi e grumi di snare (entrambi pubblicano su Goon Club Allstar). Proprio queste tracce ci riportano dalle parti delle Dub Wars: le sfide ludiche tra i Grimer sono interessanti non solo per ricordare alcune spassose missive – tipo quella di Bloom per Samename intitolata Whosname? (send for Samename) o Logos e Slackk che si scambiano Shogun Duppy e Oy Logos – ma anche per osservare da vicino la dialettica tra fazioni. Emblematica la coppia Visionist e Saga, artisti che per primi provocano i Kahn e Neek e poco dopo ritirano il brano da Soundcloud (idem Wiley con la sua This Ain’t a Trap War…). Non è noto il motivo ufficiale, ma ascoltando anche solo la risposta di petto dei due bristoliani, con una solidissima Man must be Dillusion-ist tra ragga, grime e dubstep, è chiaro quanto nelle orecchie di uno come Louis Carnell, in continuo flirt con il giro degli astrattisti americani di casa UNO NYC e Hippos In Tanks, le produzioni della coppia suonino come qualcosa di conservatore dal quale distinguersi.

IFatima Al Quadiri -Desert Strike EP‘m Fine, pubblicato dalla footwork label newyorchese Lit City Trax,  è sicuramente un mix di grande sintesi progressiste (c’è della footwork, come certi trattamenti vocali e cadenze da HH alternativo che ritroviamo anche nell’EP di MissingNO), una prosecuzione ideale, e in senso più autenticamente wileyano, del percorso di riletture grime di Fatima Al Qadiri in Desert Strike EP sulla citata Fade To Mind di Kingdom, realtà molto ricettiva riguardo alle sonorità qui esposte (vedi anche il trattamento di Nguzunguzu della Enemy di Kelela in Cut 4 Me tutto marzialità No in infusi nu soul o un Gremino che già nel 2012, con Let’s Jack, tagliava techno e instrumental grime per il dancefloor), nonché etichetta gemellata con la britannica Night Slugs i cui citati Jam City hanno sfornato recentemente un nuovo brano, Bells, altro punto di riferimento per le traiettorie soniche a venire.

Del resto, se la forza di Visionist sta nel sapersi muovere bene sia sugli statement keysoundiani assieme a Wen e Beneath (la loro new wave su This Is How We Roll), Logos è colui che ha maggiormente saputo ricontestualizzare classici come Eskimo o Ice Ring in uno spazio, se vogliamo anche lynchiano, fatto di assenze più che presenze. Possiamo andare oltre e ricondurre il fascino magnetico di Cold Mission non alla musica, ma ai silenzi tra le battute e i campioni, alle loro pause. Uno che lo ha compreso bene è Rabit, un ragazzo di Houston, balzato subito all’attenzione sia per la bizzarra (per la comunità grime) provenienza geografica, sia per il credit nel citato album con Swarming. I due EP finora pubblicati da questo curioso ragazzo, Sun Showers e Double Dragon, sono due perle di ritualità nipponica applicata a sintetiche, motivetti appena accennati e il solito corollario d’effettistica grime. Un purismo a cui si è interessato anche Murlo, producer delle Midlands attivo anche con Famous Eno (Ariel) e ottimo artigiano di giapponeserie IDM in Last Dance (2013), forse il lavoro più solare e innamorato in una scena che ha come colori dominanti il blu e il nero.

wen

E se parliamo del black più black, Wen è il producer per eccellenza della new wave, giusto per citare l’iconico brano inciso con Visionist e Beneath contenuto nella citata compilation This Is How We Roll. Il ragazzo di Margate è forse il miglior sincretista di aree stilistiche limitrofe (ma non necessariamente intersecate) tra 130 black e grime. A inizio anno, la sua Commotion (e relativo EP su Keysound), un misto di killer track e vocioni black ad uscire splendidi dall’oscurità, esaltatava non solo il giro di Blackdown, ma anche quello più allargato dei magazine, da Fact a Dummy. A settembre Owen Darby, questo il vero nome, partecipa alle dub war con la carichissima Bombarded e da lì a fine anno la sua agenda impazzisce d’impegni (tanto che la nostra intervista programmata con lui salta) proprio come quella di Mumdance, producer molto eclettico che, tra le altre cose (vedi l’iniziale incursione nel roster di Diplo), negli ultimi dodici mesi si è interessato parecchio a grime e ardkore, trovando le sue quadre prima nell’autoprodotto Twists and Turns e poi nei brani con Logos, Rabit e Pinch nel FactMix di dicembre.

Il 2014 è già iniziato all’insegna di contaminazioni potabili al 4/4 e non solo:  il finlandese Twwth infila eski beat su un tappeto ritmico di spartana techno e chopped r’n’b house vocals dai richiami juke / footwork sulla rotta indicata da Gremino (Thousand Million, gennaio, Signal Life), mentre Akito li triangola con uk funky, house e dancehall in Metamessage sulla neonata SubSkank, di cui è comproprietario. Nel programma di James Blake sbuca un inedito del wonky producer AirheadShirin, tutto sincopi e cubetti di ghiaccio, mentre Pearson Sound, che già in Starburst EP (novembre 2013) aveva dato segnali di avvicinamento, continua nella direzione del bozzetto nell’estetica del freddo con il recentissimo 7” Raindrops.

Tutti segnali che ci fanno intravedere per i prossimi mesi una metabolizzazione delle instanze eski a più livelli produttivi: Kelela, MissingNo e Visionist ad aprire la pista a balistiche UK e US, Wen ad avvitarlo in soluzioni 130 black e Samemane e Moleskin a macinare beat per rinfocolare la scena grime dall’interno.

9 Febbraio 2014
9 Febbraio 2014
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