• gen
    29
    2016

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42 records

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«Vorrei che la mia poesia avesse l’età che ho io», diceva Vittorio Sereni, a testimonianza dell’urgenza di veder crescere la propria produzione parallelamente alle esperienze di vita e di quanto, in realtà, sia difficile che questa cosa avvenga davvero, soprattutto a causa del contraddittorio rapporto che si ha con ciò che si crea, che tu sia David Bowie o Niccolò Contessa. Il cantautore (è indubbio ormai che lo si possa definire tale) partorisce la sua terza fatica, e sulla soglia della sala operatoria ci sono le attese di chi spera di riconfermare il suo valore estetico, ma anche di chi non vede l’ora di ribadire quanto I Cani siano un fenomeno del tutto sopravvalutato. In entrambi i casi, chiaramente, soltanto per poter affermare di aver sempre avuto ragione. Aurora, però, riesce a porsi in bilico sul filo di un funambolo che potrebbe cadere da un momento all’altro, il filo su cui ha sempre oscillato l’autore romano, da un lato l’electro-pop da cameretta (in senso buono) per giovanissimi e dall’altro la volontà di scrivere testi non scontati che parlassero delle contraddizioni della nostra esistenza. Un filo, ovvero l’istinto, che rimane per Contessa l’unico vero percorso di creazione.

Anticipato dall’uscita di ben tre video – Baby Soldato, Il posto più freddo e Non finirà – e dalla canzone Torta di noi composta per il film di Zanasi, il disco si sarebbe dovuto chiamare Mondo Cane, sintagma che non scompare del tutto perché lo ritroveremo nel testo di Finirà e di Sparire. Un titolo che avrebbe gettato una brina di vena critica incarnando il continuum concettuale di Glamour, album scuro nella filosofia e lucido nel penetrare la realtà. Quello ufficiale, invece, cambia veste, consegnando quella punta di speranza ottimistica di cui si pensava il Nostro fosse assolutamente privo. Questo non toglie che, nel concreto e al di là del titolo, in queste tracce non venga espresso uno degli aspetti meno considerati dalla musica leggera, e specialmente dal pop, ovvero il sentimento dell’inadeguatezza. Avendo, Contessa, spontaneità creativa e mancanza di visione programmatica, ci troviamo di fronte a un disco che si presume segua (per tornare all’incipit) la sua età. Sono finiti i tempi delle narrazioni critiche (e autocritiche) del ristretto mondo che circondava l’autore, dei riferimenti neorealisti de I pariolini di 18 anni e delle frasi ironiche e amare sugli hipster. Se già con Glamour gli scorci si erano allargati in modo da poter riguardare più mondi, più punti di vista, con Aurora il passo è ulteriore: una visione più olistica rispetto a Storia di un impiegato o Storia di un artista.

Ci troviamo di fronte a riflessioni ontologiche filo-buddiste di PROTOBODHISATTVA – senza dimenticare una punta di ironia, senza prendersi davvero sul serio – o a tematiche sulle forze universali di Calabi Yau, un pezzo che rimanda a spazi infiniti e infinite vite, forse addirittura fuori dal tempo e dallo spazio, effetto che viene ricreato anche in musica con melodie elettroniche aperte, ben costruite grazie alla sovrapposizione di voci e suoni nella seconda parte. Il musicista porta poi avanti la tematica universale (che in fondo rimanda alla San Lorenzo di Glamour) anche in Ultimo Mondo e in una Finirà che, col suono simil-handpan, si aggrappa al minimalismo musicale onirico. Il singolo Non finirà, invece, fa uno scatto musicale buttandosi nel pop funky anni ’80 sulla scia revivalistica à la Bruno Mars, ma le considerazioni restano di tipo teorico, sulla storia, sulla filosofia. Questo non deve far pensare che venga abbandonata la sfera intimista, psicologica, come se di fronte a questo Universo chi racconta si sentisse piccolo e, appunto, inadeguato. Nella già citata Calabi Yau viene espresso il senso di disarmonia nei confronti di se stessi: «io non voglio più guardare, dentro di me non c’è niente di niente». L’intimismo emerge anche nelle un po’ sciape Una cosa stupida e Aurora, o nell’ansiolitica Il posto più freddo, la canzone forse più riuscita dell’album, che delinea il profilo psicologico di un esile mito inadatto alla vita che si deve accontentare di sporadici e fulminei accenni di serenità. In ultimo, il motivo sentimentale, che ne I Cani è stato spesso un tema tangenziale, entra qui addirittura nel titolo della traccia d’apertura Questo nostro grande amore, che parla d’amore (capito? D’amore!) ma posto in una composizione di crudi termini economici – lasciando intravedere quasi una vena ludica – che ha un ritornello efficace, orecchiabile ed estremamente pop.

Vero è che, in questo disco, viene lasciata un attimo in disparte l’effettiva peculiarità de I Cani: la capacità d’analisi di una situazione reale e la sensibilità visiva di saperla raccontare, anche con leggero sarcasmo. Aurora descrive istantanee forse meno lucide a livello di immagini, materializzate in poche tracce, come nell’amara Baby Soldato. Ci vengono sì presentate le contraddizioni umane e la mancanza di accordo col mondo, ma cambia il modo di farlo: si attenua l’immediatezza testuale, l’atteggiamento di sfida e l’irrequietezza che piacciono tanto ai giovani, in favore di spazi aperti ed eterei – sostenuti da un’elettronica che tenta in ogni modo di uscirne matura e solida – quasi che Contessa ci creda davvero nel fatto che esista una speranza (capito? Una speranza!). La sua musica, probabilmente, sta seguendo la sua età, il suo sentire, le sue esperienze di vita, e Aurora sembra rappresentare un buon disco, ma di transizione, in cui il musicista ricerca qualcosa di nuovo per se stesso senza però averlo trovato del tutto.

29 gennaio 2016
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