Recensioni

Al mio ingresso al Mediolanum Forum di Assago la prima sensazione che avverto è di straniamento. Era un po’ di tempo che non mettevo piede nella struttura. L’ultima volta fu nel 2011 per il Roger Waters – The Wall Tour, di cui conservo un buonissimo ricordo, un mix di sensazioni positive date dalla musica del supremo (ex)leader dei Pink Floyd, dall’ottima acustica, e dal fatto che in sostanza si trattasse di un’intima escursione padre-figlio in pellegrinaggio verso l’idolo di entrambi. Si diceva straniamento, quindi. Se, infatti, il pubblico di otto anni fa era molto vicino all’idea che mi ero fatto dell’evento e di cosa mi sarei potuto aspettare, quello di sabato 16 novembre mi ha lasciato del tutto sbalordito. Incredibile come il duo elettronico sia riuscito nei suoi oltre 25 anni di carriera a costruirsi una schiera di appassionati fedeli, e quanto in realtà di estimatori continui a produrne a ogni disco, specialmente tra le nuove generazioni, le ultimissime, quelle che si accusano troppo spesso a sproposito di frequentare i palcoscenici dell’itpop o della trap italiana additandole come inesperte o, peggio, ignoranti. La loro presenza massiccia, mi riferisco in particolare alla Generazione Z, quella dopo i Millennials, quella di “OK Boomer”, di Young Signorino e Achille Lauro, di TikTok e Telegram e via discorrendo.
Questo ovviamente non è un discorso che riabilita in alcun modo i generi musicali succitati, anzi. Forse però è sempre utile non generalizzare (sì, in questo momento lo sto facendo anch’io, ma c’è un motivo) il cercare di capire, il riflettere sui bisogni primari di questa generazione, quella che magari allo sferragliare delle chitarre sì, si emoziona pure, ma che non riesce a smettere di staccare lo sguardo dallo schermo. Uno schermo che nell’epoca corrente, quella in cui la vita stessa è qualcosa di digitale capace di staccarsi da ognuno di noi, può assumere diverse forme e dimensioni (noi ci siamo abituati per gradi, loro vanno in overdose ogni giorno), dallo smartphone a Netflix, dalla sala cinematografica ai maxi schermi di un concerto rock/pop/electro.
Come i mega pannelli visivi assemblati da Tom Rowlands e Ed Simon per il loro assordante, adrenalinico, futuristico e a tratti struggente show. Se è vero che la lungimiranza di un artista (o il suo genio, chiamatelo come vi pare) la si vede dal suo pubblico, allora i Chemical Brothers possono anche ritenersi più che soddisfatti di quanto realizzato finora. Un lavoro di fino in quanto a sonorità e immaginazione sfrenata che per i due britannici era già noto, ma che – dopo l’inutile autocelebrazione dei Duemila – nell’ultimo decennio ha saputo reinventarsi completamente mantenendo inalterata la propria identità, rinnovando quello spirito da pionieri con cui avevano praticamente plasmato il sound degli anni Novanta: ammettiamolo qui e ora, Further, Born in the Echoes e No Geography sono tre colpi da maestro sparati consecutivamente.
Gli schermi giganti sono Dio. I due dj ai loro piedi il logos. Il pubblico ammaliato i loro discepoli. La scaletta? Una collezione di parabole sapientemente gestite e mixate in termini di ritmo – non c’è mai un solo secondo di stanca nelle oltre due ore (DUE ORE) di esibizione pura, di immagini distopiche che si avvicendano tra loro, tra esseri umani angosciati e lotte all’ultimo sangue tra eroine senza paura e robot deformi, tra improbabili supereroi casco-dotati e scimmie in fila per uno. Ci sono tutti i pezzi che vorreste, da Go al sermone Chemical Beats, dalla profetica Hey Boy Hey Girl, alla nuova fantasia di Eve of Destruction, da una Escape Velocity messa lì per distendere gli animi fino a quel momento impazziti per discendere alla velocità della luce il super medley di Don’t Think / Under the Influence / Get Up on It Like This / Dig Your Own Hole. «Is it future, or is it past?», mi chiedo mentre i miei occhi sono fissi su quel maledetto schermo. Con la concentrazione e la razionalità ormai concetti perduti, riesco perfino a sentire i colori come in 2001: Odissea nello spazio. Forse non è né il passato né il futuro, né tantomeno il presente; è un luogo anch’esso astratto, tuttavia, quello immaginato in primis dai fratelli chimici, un luogo che sono stati capaci di vedere anni fa, di scrutare e indagare, di sedurre e da cui farsi sedurre, di imbottigliare all’interno dei rispettivi laptop per dissetare i propri discepoli. Ricordare il futuro, ritrovare la speranza dei tempi migliori: è questa la missione del No Geography Tour.
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