The Chemical Brothers (UK)

Biografia

Dall’uso maschio dei breakbeat à la Public Enemy e Meat Beat Manifesto che li ha accomunati ai Prodigy, all’amore per il rock e lo shoegaze dei My Bloody Valentine e da lì giù per un’idea psichedelica e garagista 60s rivista secondo la scientificità di produzioni techno e house assorbite sui banchi di scuola di una Manchester già Mad, i Chemical Brothers non solo hanno coniato una delle miscele più esplosive ed energetiche all’interno del crossover tra dance e rock degli anni ’90, ma hanno anche avuto il merito di dare uno scossone alle contraddizioni che si erano create attorno al concetto di rave in un fine millennio dominato da un consumismo notturno già massificato e dagli ultimi spasmi di brit pop e grunge. Antesignani del cosiddetto big beat promulgato da FatBoy Slim, Monkey Mafia, Crystal Method e dalla cricca Wall Of Sound e Bolshi da una parte, e con la strada spianata da “house band” come Underworld, Lionrock e Leftfield dall’altra, il duo composto da Tom Rowlands e Ed Simons ha rapidamente scalato le classifiche europee nei 90s con un potente mix dove l’hip hop più rockista di New York (leggi Public Enemy) incontrava un rifforama di synth infiammati da lisergici effetti stroboscopici. Era evidente che il duo, pur manovrando macchine, lo faceva con un piglio anarchico e punk, ma era altrettanto evidente che campionamenti, tastiere e computer erano trattati scientificamente con il preciso intento di accelerare il tempo e plasmarlo su un futuro fatto di spartano e ipercinetico postmodernismo. Un mondo che fosse il più lontano possibile dai classici canovacci del rock come del (brit)pop, e soprattutto dall’ingombrante presenza del grunge, eppure fedele a quel mix di generi che aveva dominato le notti dell’Hacienda e cambiato per sempre la vita ai due dj producer.

Uno dei brani più rappresentativi del crossover tra generi dei 90s cattura il più vecchio dei fratelli Gallagher all’apice della fama con gli Oasis, frullato in una sorta di Tomorrow Never Knows dei Beatles detonata a Long Island e poi sparata nell’iperspazio. E’ Setting Sun, una traccia dove a venir risucchiati non sono soltanto gli arrangiamenti a base di 60s garage psych, ma anche le strofe e la melodia vocale. Sarà un classico dei Chemical Brothers quello di utilizzare gli ospiti al canto come texture sonore – o smalti psichedelici – recidendo così ogni facile richiamo al formato canzone, come non mancheranno le occasioni per sperimentare il lato più frontale dell’acid techno in dj tool chiamati Electronic Battle Weapon, o in un brano manifesto come Hey Boy Hey Girl, oppure ancora reinventare il funk e i 70s con Block Rockin’ Beats, sorta di risposta ai Beastie Boys di Ill Comunication. Non è un caso che i fratelli chimici abbiano inizialmente scelto di farsi conoscere come Dust Brothers omaggiando proprio il duo americano dietro alle basi di Paul’s Boutique e di Odelay di Beck. E non è un caso se il loro primo potenziale singolo, Song to the Siren, contenente campionamenti di un’altra band seminale, ovvero i Meat Beat Manifesto, fu spedito a quell’Andrew Weatherall che nel 1991 aveva per sempre cambiato volto al sound dei Primal Scream con Loaded; il producer, del resto, aveva attivato nello stesso periodo i Sabres Of Paradise, progetto decisamente affine ai Dust Brothers per quanto riguarda una mentalità di sintesi tra rare groove, electro, funky, dub, techno, breakbeat e quant’altro.

Due anni più tardi, nel periodo in cui i poliritmi iniziano a girare velocemente e la scena elettronica inglese imbocca la strada di una irreversibile diversificazione e frantumazione, i Chemical Brothers, come i Prodigy, intuiscono la potenza schiacciante di un taglio selvaggio e rock applicato secondo rigide squadre e sciabolate laser già cavalcato dalla band di Jack Dangers e Jonny Stephens, portandolo verso una nuova e più concisa sintesi lontana dall’industrial ma ancora forte di una carica noise e punk, e con un decisivo e lancinante tocco psichedelico, caratteristica quest’ultima che darà al duo una marcia in più rispetto ai colleghi del big beat e alla stessa band di Liam Howlett (uno dei tanti esempi: il campione di It Comes on Anyhow datato 1968 degli psych-rocker Lothar and the Hand People infilato nel techno mantra di It Doesn’t Matter). Non ultimo, la contestualizzazione del fenomeno Chemical Brothers è importante quanto il fenomeno stesso: mentre le discoteche ed i club, dal 1994 in poi, riconvertirono rapidamente il comunitarismo neo-hippy catalizzato dall’ecstasy all’inizio dei 90s in qualcosa di elitario e dominato dalla cocaina e dalle ritmiche in 4/4, il big beat trainato da Fatboy Slim – e dai suoi party sulla spiaggia – e dai Chemical Brothers con i loro concerti dance-rock reintrodussero, sotto i fischi dell’intellighènzia dei club, un concetto di happening fondato da persone appartenenti a diverse classi sociali e unite da un’esperienza musicale basata principalmente sul ritmo, un concetto che i locali da ballo dell’epoca avevano dimenticato.

Last but not least. Più folli e allucinati dei colleghi più famosi a cui venivano paragonati negli USA (The Fat Of The Land e You’ve Come a Long Way, Baby vendettero sicuramente molto di più), i fratelli chimici hanno avuto il merito di racchiudere idealmente un immaginario visivo, oltre che musicale, per una generazione post-grunge (poi EDM) stellestrisce, un variegato insieme di ragazzi che ha finito per associare un’eccitante idea di wave elettronica alla loro musica, anche grazie a High Xpectations, l’infausto episodio di Dawson Creek trasmesso a novembre del 2000 che prevedeva una sountrack a base di Block Rockin’ Beats, Setting Sun e Leave Home e un prevedibile epilogo ospedaliero per uno dei protagonisti. Tutte le tracce dei Chemicals proposte durante quella puntata erano imperdonabilmente vecchie di qualche anno già all’epoca, e i coetanei europei risero non poco quando l’episodio fu trasmesso anche da loro; eppure, per una nuova leva di ragazzi americani sparsi un po’ in tutta la nazione, quel mix di dance, elettronica frontale e party selvaggi fu l’ideale amplificazione di qualcosa – un idea mitica di rave – che per anni aveva covato nei club underground del Paese e si apprestava a diventare qualcosa di generazionale.

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Baggy beat & laser heart

Entrambi provenienti dalla middle class londinese e innamorati dell’Haçienda ancor prima di frequentare l’Università, Ed Simons (il moro) e Tom Rowlands (il rosso) si conoscono a Manchester nel 1989 ad un corso di letteratura medioevale, condividendo un background di ascolti hip hop, electro e synth pop, ma anche post-punk, wave, rare groove, 2 tone e gothic rock. Tom in particolare aveva iniziato a collezionare dischi di Eric B e Scholly D dopo che l’ascolto della Muizi Wights a Ton dei Public Enemy gli aveva letteralmente cambiato la vita; non molto più tardi, la passione per i breakbeat e i balearic sound ibizenchi lo aveva portato a dar vita agli Ariel, un trio completamente immerso nel sound di Madchester di fine 80s gravitante attorno al famoso locale aperto da Tony Wilson (Sea Of Beats, Bokadilo). La band ebbe vita breve. Già dal 1992, Ed e Tom avevano iniziato a mettere i dischi sotto l’alias di 237 Turbo Nutters ad una loro club night chiamata Nacked Under Leather e presto la comune passione per i Dust Brothers (producer di Beastie Boys e Beck) aveva portato ad adottarne il nome anche nelle vesti di dj e remixer. Di fatto sono due remix degli Ariel (Mustn’t Grumble, T Baby) sotto entrambe le ragioni sociali a far capire alla coppia che i tempi sono maturi per mettersi in proprio ed iniziare a comporre qualcosa di nuovo. Stampato in 500 copie e fatto in casa con un hi-fi casalingo, un sampler e una tastiera, Song To The Siren è il primo pezzo che la coppia propone ai negozi di dischi londinesi sotto un’etichetta creata ad hoc dal duo, Diamond Records, e questo mentre l’attività nei club, con mix a base di hip hop, techno e house, inizia a dare i suoi frutti. Il pezzo, che non piace agli addetti ai lavori per via dei suoi – troppo lenti – 110 bpm, convince Andrew Weatherall, tanto che è il producer di Screamadelica ad iniziare a suonarlo in giro e a farsi promoter della band. Sarà grazie a lui che i due guardinghi ragazzi firmeranno poco più tardi per Junior Boy’s Own, etichetta che aveva pubblicato a gennaio un certo dubnobasswithmyheadman e che pubblicherà ufficialmente la traccia nel maggio del 1993.

Song To The Siren è ancora acerba ma i suoi sample fanno già capire da quali tipi di ascolti il duo provenga: la batteria è presa da God O.D. dei Meat Beat Manifesto, l’hook dalla King Of Beats dei Mantronix, altri effetti da Beats & Pieces dei Coldcut e i frammenti vocali da Song Of Sophia dei Dead Can Dance e Chill Out della funky band Free Expression. Sotto i corposi breakbeat, il funky transgenico e l’effettistica ghetto à la Public Enemy già si intuiscono le due anime del sound che verrà: un tocco acid e uno psichedelico sciolti in un mix ancora piuttosto basico, ma già ben indirizzato.

L’anno successivo, a gennaio del 1994, i Dust Brothers iniziano a fare sul serio: da una parte remixano una serie di act ibridi tra dance e band come The Sandals, Leftfield, Republica e Lionrock, dall’altra confezionano un primo EP di materiale inedito, Fourteenth Century Sky, che contiene una versione extended di quello che diventerà un loro classico, nonché lo starter di tutto il movimento big beat: Chemical Beats (occhio al campione di Revolution N°9 dei Beatles). Sempre qui troviamo One Too Many Mornings, altro classico del lato più immaginifico del sound del duo che ha goduto di un successo ritardato per via di una chillout compilation pubblicata nel 2001, e una dub driven Her Jazz di ben otto minuti che evidenzia una delle classiche progressioni psych trance dei Chemicals stagliata su un canovaccio che unisce un lato minaccioso e rave a un retrogusto funky trasfigurato – ma ancora tangibile – proveniente dai tanti, tantissimi dischi rare groove campionati.

Non molto più tardi, sempre nel 1994 – e sempre su Junior Boy’s Own – esce un secondo EP targato Dust Brothers, My Mercury Mouth E.P. un trittico di tracce inedite dove troviamo un taglio dub che successivamente verrà abbandonato (la traccia omonima, If You Kling to Me I’ll Klong You), campionamenti 60s, effettistica psych, ma anche aperture IDM e quel fare acido e tubolare che successivamente verrà affinato. L’uscita, discograficamente parlando, segna anche la fine dell’alias utilizzato fino ad allora, e questo a causa di prevedibili problemi legali sorti, nel frattempo, con i veri Dust Brothers, acuiti dal fatto che Ed e Tom avevano iniziato a mettere i dischi anche all’estero. La nuova ragione sociale, però, è già davanti ai loro occhi e proviene dalla traccia di cui sono più soddisfatti. Così i Chemical Beats, a partire dalla primavera del 1995, diventano un affare da Chemical Brothers.

Mandatory Credit: Photo by Rex Features ( 515752au ) CHEMICAL BROTHERS - ED SIMONS AND TOM ROLANDS, LAS VEGAS, AMERICA - 02 MAY 1997 VARIOUS

Exit Planet Dust

Nel frattempo, dall’estate del 1994, stando ai racconti dello stesso Rowlands, il duo aveva iniziato un periodo di notti insonni, sia per via delle session dell’album d’esordio, sia per l’attività di djing. Nello stesso periodo la coppia si è trasferita al Heavenly Sunday Social, un after tea situato nello scantinato dell’Albany pub e gestito dall’omonima label che diventerà presto leggendario. Il club rimane aperto soltanto 13 settimane ma segna profondamente l’immaginario collettivo dell’epoca, guadagnandosi paragoni con l’esperienza dei primi concerti dei Sex Pistols in città. Qui i Chemicals sono soliti avventurarsi nei missaggi più caleidoscopici, mescolando indie, rare groove, house, i Manic Street Preachers, una bella dose techno e un finale che prevede l’immancabile Tomorrow Never Knows dei Beatles mixata con la loro Chemical Beats; il segreto del successo di quella sala da ballo consiste nell’abbinare un disparato mix di generi a un altrettanto variegato gruppo di persone che comprende, fianco a fianco, gente comune e rockstar, Tricky e Bobby Gillespie, Tim Burgess dei Charlatans e i Saint Etienne, Noel Gallagher e Paul Weller, non a caso molti dei futuri featurer dei brani dei Chemicals. Naturale che una volta sparsa la voce lo scantinato ha i giorni contati, con il mese di chiusura della prima mandata di serate a coincidere magicamente e quasi profeticamente con il completamento di Exit Planet Dust, un esordio che nelle intenzioni dei due ragazzi intende fornire una colonna sonora per i week-end di una generazione cresciuta grazie al propellente di una molteplicità di movimenti sottoculturali, accelerata negli stimoli, post-moderna per definizione e quindi non solo legata ai pub e alle chitarre degli Oasis, ma anche ai club e al mondo della dance che, nel frattempo, ha infiammato il Regno Unito e l’Europa tutta.

Nel disco, pubblicato in tandem da Junior Boy’s Own, la personale Freestyle Dust e Virgin Records il 26 giugno 1995, ritroviamo sia una nuova versione di Chemical Beats che il primo demo Song To The Siren (in versione live – datata marzo 1994 – al Sabresonic, il nightclub gestito dal progetto Sabres Of Paradise di Weatherall) ma anche l’electrofunky rockista del primo singolo Leave Home, la traccia che apre l’album come un mantra e che subito dopo deflagra con il campione di Brothers Gonna Work It Out di Blake Baxter (precedentemente il brano era stato disponibile anche in un mix di Natale allegato a NME, a sua volta remixato e suonato da Weatherall sempre nel 1994).

Exit Planet Dust si divide idealmente in due facciate, con le prime sei tracce del CD a formare un unico medley: Leave Home in attacco e Chemical Beats in coda, venti minuti di granitici break hip hop, funky stellare e fritture di synth utilizzati come chitarre elettriche o acidissimi didgeridoo. Nella seconda parte i bpm rallentano e danno spazio a momenti chillout e bpm sotto i 110. Ritroviamo la citata One Too Many Mornings ma anche la stellata Chico’s Groove e la shoegazey Life Is Sweet con Tim Burgess dei Charlatans, idolo mancuniano che come il duo da sempre professa l’amore per le garage psych band più oscure dei 60s. Tra i remix di quel singolo va senz’altro segnalato quello dei Daft Punk, all’epoca alla loro terza pubblicazione in assoluto (il duo parigino successivamente ringrazierà i Chemical Brothers nelle liner note di Homework); in chiusura, un altro fortunato singolo con ospite al canto Beth Orton. La sua Alive Alone venderà oltre un milione di copie in tutto il mondo sposando perfettamente i suoni e l’immagine utilizzata per la sua copertina, una foto – dicono i due – rubata da una rivista di moda degli anni ’70 in perfetta controtendenza rispetto alle cover astratte delle produzioni techno del periodo.

Accolto ovunque con grande entusiasmo (The Edge lo nomina il suo disco preferito di quell’anno, un certo Norman Cook dichiara «this is the way forward and what we should all be doing»), Exit Planet Dust catalizza il successo che la formazione ha raccolto sia tramite fortunati remix (vedi la loro versione di Voodoo People dei Prodigy o di Jailbird dei Primal Scream), sia dal vivo, in un tour internazionale di spalla ad Orbital e Underworld iniziato a marzo e che tocca anche gli Stati Uniti, sia nelle serate di culto Heavenly Social on Saturdays, che alla fine del 1995 si spostano a Turnmills. Quell’anno non può chiudersi meglio di così: i Chemicals suonano alla Brixton Academy con i Prodigy, nel più grosso evento a cui hanno partecipato fino ad allora.

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The big psychedelic beat

Nuovo materiale inedito del duo non tarda ad arrivare. Dopo che a Exit Planet Dust viene certificato il disco d’oro, esce un nuovo EP in tiratura limitata, Loops Of Fury, contenente tre brani inediti e il remix di Dave Clarke del classico Chemical Beats. Loops Of Fury e (The Best Part Of) Breakin’ Up sono assalti macchinici e rockisti in convergenza parallela con il sound che nel frattempo i Prodigy stanno ulteriorimente calibrando (Firestarter dei “nuovi” Prodigy uscirà poco più tardi, nel marzo del 1996) mentre Get Up It Like This torna a pasturare quelle basi breakbeat-funky-rap-rock dalle quali molto del sound dei Chemical Brothers è nato e si è sviluppato (non troppo distante il trattamento che Dave Clarke riserva a Chemical Beats).

Il duo ha serrato i ranghi ma, nel contempo, non ha abbandonato la vena psichedelica, tanto che, ad ottobre 1996, Ed e Tom mettono a segno il loro primo n 1° single, Setting Sun, un brano fortemente voluto da Noel Gallagher di cui i musicisti avevano cominciato a parlare già al Glastonbury Festival dell’estate del 1995. E’ noto che Gallagher, grande fan dell’esordio dei Chemicals, voleva lavorare a qualcosa di simile a Life Is Sweet, uno dei successi di quel disco con ospite Tim Burgess dei di lui compaesani Charlatans e così, compatibilmente con gli impegni discografici e burocratici con gli Oasis e le loro rispettive label, il cantante riceve dal duo un nastro sul quale lavorare e conferma la sua disponibilità a registrare una linea vocale già il giorno seguente.

Il frullato di psichedelia pastorale tagliata sui potenti bassi, i vertiginosi breakbeat e i taglienti effetti electro fanno di Setting Sun un enorme successo commerciale, accompagnato anche da qualche problema legale: gli avvocati dei Beatles viventi accusano la formazione di aver rubato alcuni frammenti dalla loro celebre Tomorrow Never Knows (brano idolatrato dai Nostri e più volte suonato nei dj set), accuse subito ritirate dopo che un musicologo assunto da Virgin prova che il duo non ha catturato nessun sample dalla canzone. Qualche mese più tardi – e siamo già a marzo del 1997 – arriva il secondo strike: Block Rockin’ Beats, con quel retrogusto funky à la Dust Brothers (quelli veri) abbinato a una linea di basso dei 23 Skidoo (il brano è Coup) e a un sample vocale dell’adorato Scholly D sul solito rifforama di effetti stroboscopici, arriva diritto – e nuovamente – al primo posto della classifica dei singoli UK.

I due potenti brani – e l’edita Get Up It Like This – rappresentano così gli ideali antipasti di un secondo potente affondo della formazione, un album che approfondirà ancor di più l’impatto psych del progetto su una serie di poliritmi che, per effetto traino della drum’n’bass, hanno subito una decisiva accelerata. Più caotico, spregiudicato e funambolico del suo predecessore, Dig Your Own Hole è un pugno nello stomaco per i puristi di qualsivoglia scuola, un disco scientificamente electro-funky che libera tutta la stordente forza lisergica dalle macchine che il duo ora manovra con inedita destrezza. Elektrobank – anche grazie al videoclip diretto da Spike Jonze con protagonista una giovane Sofia Coppola – sarà il picco di questo rinnovato approccio à la punkrocker in (electro)acid, come le più lente e pastorali Where Do I Begin e The Private Psychedelic Reel – con rispettivamente Beth Orton e Jonathan Donahue dei Mercury Rev al canto – andranno ad assicurare – specie la seconda – due nuove gemme al “canzoniere” dream dei Chemicals (con It Doesn’t Matter a pensare da sola a coprire la mai doma fregola acid techno). Neanche a dirlo, Dig Your Own Hole sarà uno degli album più rappresentativi di un decennio che farà del crossover il suo credo, oltre che dell’ondata big beat che sta catturando prepotentemente l’attenzione dei media.

Segue un tour estensivo negli Stati Uniti, Paese dove l’album vende complessivamente 150.000 copie quell’anno, decisamente di meno rispetto a The Fat Of The Land e You’ve Come a Long Way, Baby rispettivamente di Prodigy e Fatboy Slim; eppure l’influenza di queste sonorità sul suolo americano sarà ben più profonda di quanto all’epoca si potesse immaginare. E’ un periodo, questo, dove il duo intensifica ancor di più sia l’attività come dj (i Nostri diventano resident dj al Liquid Rooms di Tokyo nel 1997), sia quella sui remix, tra cui, in particolare, vanno segnalati quelli di due tra le più interessanti band psichedeliche del periodo, Spiritualized e Mercury Rev (vedi i due trattamenti elettro-dream di I Think I’m in Love dei primi e quello riservato a Delta Sun Bottleneck Stomp dei secondi). Molta di questa attività confluirà, nel 1998, in Brothers Gonna Work It Out, un mix album curato dalla coppia con brani, tra gli altri, di Kenny Dope, Meat Beat Manifesto, Renegade Soundwave, Willie Hutch e remix per mano dello stesso duo del citato brano degli Spiritualized e della Everything Must Go dei Manic Street Preachers, in pratica una compilation fondamentale che mescola le influenze musicali della formazione con la legacy conquistata sul campo, perché quello dei Chemical Brothers è un genere tutto loro, riconoscibile fin dalle prime note. Non ultimo, quell’anno il duo ha fatto pace con i Dust Brothers originali che remixano a loro volta Electrobank in occasione della sua uscita in formato singolo.

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Exit Planet beat

L’intensificarsi dell’attività come dj – sia live, sia lato remix – porta dunque a un terzo album segnato maggiormente dall’incidenza degli hi hats (dalla porta mai chiusa dell’amore per l’acid) e da una netta predilezione per ritmiche meno sincopate e più lineari. La produzione si è fatta più rotonda e dance, con il duo ad allontanarsi dall’estetica big beat ma non dal motto work hard party harder. Il singolo che anticiperà l’album di maggior successo commerciale della band sarà anche il migliore dei biglietti da visita in questo senso, oltre a rappresentare il brano con il quale il pubblico li assocerà in futuro, Hey Boy Hey Girl.

Accompagnato da un videoclip che a sua volta entrerà nella storia per via delle riprese X-ray vision nel club (con i ballerini a trasformarsi in scheletri danzanti al Ministry Of Sound di Londra), Hey Boy Hey Girl ha un riff quasi identico a quello utilizzato in I Sit On Acid dai Lords Of Acid nel 1988, e non è una sorpresa dato che la mentalità con la quale il duo lo ha composto è la medesima con la quale remixa, ovvero campionando da più fonti (il vocal sample viene da The Roof Is on Fire di Rock Master Scott & the Dynamic Three), compattando i sample, sparando i volumi in un saliscendi di filtri al mixer e aggiungendo il classico taglio psichedelico.

Da queste premesse e traiettorie, pubblicato a giugno del 1999, Surrender, il terzo lavoro della formazione, è un trionfo di visioni psichedeliche affidate ancora una volta ad un pastorale e beatlesiano Noel Gallagher (Let Forever Be, con tanto di indimenticabile video di Michel Gondry), un finale ancora nelle mani di un Donahue psych folk (Dream On) e per la prima volta la voce della splendida Hope Sandoval, ospite quasi obbligata per assicurare al duo il meglio dei cantanti dream sulla piazza (Asleep from Day). Con Manchester sempre nel cuore, i Chemicals riescono questa volta ad accaparrarsi anche Bernard Sumner (New Order) e Bobby Gillespie (Primal Scream): le due icone rock, presenti rispettivamente al canto e ai cori del brano Out Of Control, assesteranno il secondo colpaccio hard house del disco, con il secondo a garantirsi la presenza del duo nel disco dei Primal Scream Xtrmntr con un remix del suo brano più rappresentativo, Swastika Eyes, un altro conciso e potente bordone acido.

Con un tiro più stroboscopico, una parte dedicata ai featuring di alto livello e almeno tre brani da antologia a cui possiamo tranquillamente aggiungere l’opener robotic-Kraftwerk-via-Moroder Music:Response (quasi un inside joke tra i due britannici e i Daft Punk), Surrender è la prova più consapevole ed equilibrata dei Chemicals, nonché il loro più grosso successo commerciale. Seguono live ancora più massivi con varie partecipazioni festivaliere, tra cui lo sfortunato Woodstock 99, Glastonbury, Coachella e Creamfields. Alla fine del 2000, in una dj gig in supporto agli U2 a New York, il duo suona per la prima volta quello che sarà il nuovo cavallo da battaglia: It Began In Afrika, un anthem tribal house con una base ritmica ancor più allineata al 4/4 che farà furori ad Ibiza nell’estate del 2001, a cui seguirà a settembre un altro affondo, ovvero il remix di Song For Shelter di Fatboy Slim. Sono le premesse di Come With Us (ottobre 2001), un album tutto sommato solido di una band che questa volta sceglie di non voler stupire a tutti i costi, prediligendo un sound più pacato, ricco di rotondi campionamenti folk ed etnici che continueranno il processo di trasformazione precedentemente avviato. Per la prima volta, la spina nel fianco del lavoro è rappresentata da episodi vocali non indimenticabili (Richard Ashcroft dei Verve in The Test e il ritorno di Beth Orton in The State We’re In), pensati più come tasselli di una tracklist che come brillanti singoli da classifica. Ne risulta così un disco che brilla nei due potenti singoli in area house – It Began In Afrika e la balearica Star Guitar – che anticipano la pubblicazione (con tanto di DVD single e video promozionale di Michel Gondry), con il resto della scaletta a puntare su elementi elettrock ed elettrofunk usati in maniera piuttosto basica (Hoops).

In pratica, in un album dei Chemicals spuntano dei riempitivi e non basta l’ennesimo omaggio ai Beatles (Pioneer Skies con Lucy In The Sky With Diamonds il riferimento molto a lato) a placare alcune critiche piovute da parte della stampa specializzata. Il passo successivo sono altri numerosi appuntamenti festivalieri, questa volta accompagnati da due EP pensati rispettivamente per il mercato americano (AmericanEP) e giapponese, la produzione – non indimenticabile – di un discreto singolo stand alone dei New Order, Here To Stay, e successivamente – a cavallo del 2003 – una collaborazione con Wayne Coyne dei Flaming Lips nel brano The Golden Path (una indie-sketch-song tra U2 e Lou Reed) che finisce nell’album che raccoglie i singoli di maggiore successo della band (Singles 93–03). Nel frattempo, brani dei Chemicals finiscono nelle soundtrack di alcuni popolari videogame per Xbox e Playstation e il duo continua le Electronic Battle Weapon, tracce numerate stampate in 12” e pensate appositamente come dj tool, con la numero 7 (che contiene Acid Children) a riscuotere un discreto successo tra gli addetti ai lavori, accendendo nuovi riflettori sulla carbonara produzione. Per il nuovo album sulla lunga distanza bisognerà aspettare fino a gennaio 2005, mese in cui esce Push The Button.

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Where the people care

Push The Button segna per Rowlands e Simons un ritorno alla sperimentazione di nuove soluzioni e al confronto con il presente. Nella prima metà degli anni Zero le tendenze sul dancefloor hanno registrato un netto cambiamento di rotta rispetto alla fine dei 90s: dalle sfarzose ed ottimiste produzioni del big beat, l’undeground dance internazionale si è orientato verso l’electroclash, e dunque su un netto ritorno verso sonorità tra mutant disco, acid-house, new wave e post-punk che vengono mixate con tracce techno. Consapevoli del mutato clima introdotto dalla Gigolo di Dj Hell, Miss Kittin, Chicks On Speed e co., i Chemicals rispondono con una The Big Jump che risente dei tagli disco e funky dei Gang Of Four, ma soprattutto con Believe, dove Kele Okereke degli allora lanciatissimi Bloc Party costruisce ponti tra il passato e il presente di una band che sceglie di reinventarsi con coerenza emancipandosi dalle scene dance. Ad essere approfonditi sono gli sguardi sul mondo, in particolare sul Medio Oriente. In Left Right, una delle due tracce rappate del disco, il duo introduce per la prima volta temi politici per bocca di Anwar Superstar (fratello di Mos Def); nell’altra, Galvanize, anche singolo traino del disco e vincitore di un Grammy nel 2006, c’è Q-Tip degli A Tribe Called Quest, le cui rime si stagliano su un riff di quelli che sembrano strumenti ad arco siriani. E non è tutto: altrove sono gli sguardi indie e folktronici (l’altra tendenza emersa nella prima metà del decennio) a venir esplorati, e i brani qui presentano a loro volta ospiti strategici come Anna-Lynne Williams dei Trespassers William (Hold Tight London) e i Magic Numbers (Close Your Eyes). Push The Button rappresenta un ritorno a un consistente impiego di ospiti, ma anche un (non completamente riuscito) tentativo di rinnovamento: in The Boxer, ad esempio, un ispirato Tim Burgees si cimenta in quella che sembra una aggiornata e riuscita riconversione del sound di Dig Your Own Hole, mentre il finale, visto il forte ritorno alla sonorità wave degli 80s di quel periodo, non può che venir giocato in casa con lo strumentale Surface To Air a riallacciarsi alla gloriosa tradizione melodica e agrodolce dei New Order. Prova superata, dunque, seppur con qualche riserva: il duo, da sempre una garanzia dal punto di vista dei singoli, sembra più concentrato nel trovare nuove quadre al proprio sound, e questo aspetto non può che risaltare negativamente alla fine della fiera (sonica).

A settembre 2006 i Chemicals accettano l’invito della galleria d’arte britannica Tate Modern a comporre un brano ispirato a un lavoro presente nella galleria. Nasce così Rock Drill, una traccia che riporta il duo su binari techno/electro, traccia dalle lineari progressioni ispirata dalla scultura degli anni ’10 del Novecento Torso in Metal from The Rock Drill di Jacob Esptein. Seguono lavorazioni per il nuovo album e due nuovi capitoli della serie Electronic Battle Weapons, rispettivamente l’ottavo e nono, tracce che vengono presentate in anteprima al programma di Pete Tong su BBC Radio 1. Dalla prima la band mutua Saturate, una traccia synth driven che rinuncia al classico approccio acid per esplorare un terreno più progressive e pre-EDM. La traccia verrà inclusa in We Are The Night, il nuovo album della formazione annunciato via MySpace a marzo 2007 ma uscito soltanto a luglio per via di un ritardo nella confezione dell’artwork. Ancora una volta i Chemicals osservano i movimenti e le commistioni tra indie e dance attorno a loro. Nessuna sorpresa se gli ospiti di questa puntata saranno i Klaxons, next big thing britannica dopo l’acclamato Myths Of The Near Future ed alfieri dell’allora ultra hypato movimento nu rave. Il disco delude proprio a partire dalla loro All Rights Reserved, ma sopratutto per una title track che rappresenta sì un ritorno alle muscolarità del club e del passato assieme all’hard house di Do It Again con ospite Ali Love, ma anche un pericoloso passo falso. Nemmeno il mix di spezie indie/disco/songwriting, già incontrato nel precedente lavoro, qui brilla particolarmente, a parte la splendida The Pills Won’t Help You Now dei Midlake, unica gemma – assieme alla strumentale Saturate – di un album debole che, in particolare in quel momento, viene visto come un revival non cercato né voluto.

Segue Brotherhood, una seconda e altrettanto criticata compilation dei migliori e più famosi brani fino ad allora pubblicati dalla band, una sorta di versione aggiornata di Singles 93-03 con l’aggiunta di tutte le Electronic Battle Weapon più l’inedito 10° capitolo della serie e due nuovi brani – Midnight Madness (ovvero la versione “finita” della citata Electronic Battle Weapon 10) e Keep My Composure con il feat. di Spank Rock, due riempitivi che nulla aggiungono a quanto già affermato fino ad allora. Nello stesso periodo esce anche B-Sides Volume 1, ennesima raccolta, questa volta di b-side, che aggiunge altre evidenze a una sensazione condivisa da molti: il duo è definitivamente materia per libri di storia, e dunque proprio come è accaduto a tutti i dinosauri del rock spetterà ai live – magari con la scusa di album per timbrare il cartellino – rinverdirne i fasti.

La previsione risulta totalmente sbagliata. I Chemical Brothers non sono ancora pronti per la pensione e, nel 2010, Further, annunciato come «l’album più psichedelico e melodico da molto tempo a questa parte» nonché come un progetto multimediale attivato assieme ai collaboratori di lunga data Adam Smith e Marcus Lyall, è un lavoro sorprendente, fatto di otto capitoli sonori e visivi che schizzano sulla tela un mix di techno e minimalismo à la Terry Riley, kraut e cosmica, electro e rock, pop e wave. Quello che si ascolta nella nuova prova è una vera e propria sinfonia di circuiti passionali «un rush perfettamente schizzato sulla tela», affermiamo in sede di recensione, un lavoro brillante e generoso, se vogliamo anche prog e non privo di ironia (Horse Power prende di mira il consumo di ketamina nei club). Il disco è molto apprezzato dalla critica specializzata, prevalentemente per aver dato sfogo al lato più immaginifico del duo, senza rinunciare al portato (più che mai) adulto della tradizione pop mancuniana che da sempre lo caratterizza. Anche i live show, con tanto di maxischermo per le proiezioni dei video, convincono e rafforzano la sensazione di una band che ha ritrovato forza e nerbo. L’immancabile supporto multimediale, Don’t Think, un concert film ottenuto dalle riprese catturate l’anno precedente al Fuji Rock Festival, arriverà quindi come ciliegina sulla torta di una forma ritrovata e di un duo i cui live, anche proiettati nelle sale cinematografiche, sono ancora in grado di generare un grande trasporto – degno di un rave – tra il pubblico.

Nel frattempo è uscita anche una colonna sonora curata dai Chemicals. Il film si chiama Hanna (2011) ed è un action thriller diretto da Joe Wrigh con protagonista Saoirse Ronan, per cui il producing duo confeziona un tema portante e ambientazioni non distanti da quelle utilizzate nella discografia ufficiale, soltanto convertite su un incolore profilo ambient, da soundtrack appunto. Un ascolto non sufficientemente emancipato dal film dunque, che non lascia un gran segno dietro di sé, a cui segue, nel 2014, un’altra produzione per il cinema, This Is Not A Game, un brano inedito composto per la colonna sonora della saga Hunger Games con un featurer, Miguel, in pose à la Drake/Kanye West e un arrangiamento non memorabile a ricalcare, senza troppe pretese, le coeve produzioni hip hop statunitensi.

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20 Years in acid

Per il nuovo album dei Chemical Brothers, annunciato a dicembre dal Sónar festival in uno dei suoi aggiornamenti di line up, bisognerà aspettare l’estate del 2015, ma già dal primo singolo, nonché opener del lavoro, Sometimes I Feel so Deserted (da cui verrà ricavato anche un apocalittico videoclip) è chiaro che il nuovo disco ha a che fare con un sound celebrativo del ventennale discografico. Ne risulta che quelli di Born In The Echoes sono i Chemical Brothers più riconoscibili e concisi dai tempi di Surrender, anche perché la tracklist, composta con una mentalità più vicina alla filosofia delle prime Electronic Battle Weapon – e dunque compattata da spirito acid techno (Just Bang) e scura house, loop ipnotici e stra-classiche filtrate psichedeliche – è settata sul classico dispiegamento di featurer, con finale dream proverbiale. Un format che, certamente, il duo ha provato già a metà Duemila con Push The Button ma che qui, al netto di hip hop e post-modernismi fuori tempo massimo, si presenta fiero e senza fronzoli, schiavo dei groove e senza rinunciare all’incanto e a misurate autocitazioni (vedi una I’ll See You There che potrebbe tranquillamente fare da nuova soundtrack al classico videoclip di Elektrobank): «un album fresco e ben ragionato, che trasuda classe e mestiere e pienamente consapevole di tutto il percorso lasciato alle spalle», affermiamo in sede di recensione, che senza aprire nuove vie nel percorso della coppia rimane «un ascolto godibilissimo e che attesta definitivamente la ripresa di un duo nuovamente in ottima salute».

Nelle interviste, in particolare a Rolling Stone, il duo dichiara di aver trovato nuovi stimoli nelle tracce acid dure e pure di Paranoid London e, in generale, di aver maturato l’idea dell’album nei club, suonando edit di Ron Hardy, cercando di ritrovare di nuovo quella splendida «primal strangeness» dei primi dischi house. Niente di più vero. In scaletta ritroviamo sia Q-Tip (in Go), sia Ali Love (in EML Ritual), e se nella prima traccia ascoltiamo una post-punk track newyorchese basata su un minimal funk militante con ritornello 80s, l’altra è una proverbiale discesa nelle dark room dell’house più genuina, con anche qui staffilate di blackness ridotte all’osso e Love a cantarci su come nel più buio dei dischi degli Underworld. Non troppo distante, ma con meno mordente, la traccia che dà il nome all’album con ospite Cate Le Bon e Under Neon Lights con il feat. di Annie Clark, ovvero St. Vincent, traccia in b/w sospesa tra due differenti arrangiamenti e stili vocali, un’occasione sprecata che si somma alla sensazione di trovarci, anche da queste parti (come del resto è capitato spesso e già dai tempi di Come With Us) davanti a riempitivi strumentali (Reflexion, Taste Of Honey) seppur di lusso, ma pur sempre riempitivi. A compensazione – ancora una volta – arriverà un finale salvifico affidato a polvere di stelle tra indieness/dream/psych, con gli splendidi Colin Stetson e Beck – e, in particolare, quest’ultimo – a chiudere un cerchio ideale con i Dust Brothers (i suoi produttori in Odelay e l’alias con il quale i Chemicals si erano fatti conoscere all’inizio) e firmare una ideale lost track d’indietronica anni 00s. La sua Wide Open, infatti, come in molti hanno notato, sembra un inedito dei Postal Service, l’ennesimo “plagio intelligente” di una discografia ventennale che non teme paragoni, né con tutto il comparto big beat, né con tutta la produzione ibrida tra dance e rock.

Emblematico che nel 2015 The Day Is My Enemy dei Prodigy, pubblicato a marzo, venga continuamente paragonato al Born In The Echoes dei Chemical Brothers. Dove i primi cercano di sgomitare per un posto privilegiato nella storia – o meglio nella retorica – del punk rock britannico, accanto ai “grandi” del genere come PIL e Clash, i secondi, non meno riconoscibili e storicizzabili, sembrano continuamente aggiungere, togliere e dosare elementi a una nota formula, sempre uguale e sempre di quel poco diversa. Ancora alla ricerca della perfezione.

Back to rave

Passano quattro anni e gli alfieri del big beat britannico tornano, senza gran fanfare questa volta, con un lavoro fatto con le stesse macchine con le quali avevano prodotto due capisaldi come Exit Planet Dust e Dig Your Own Hole. Strumenti che erano rimasti per anni nella soffitta di Tom Rowlands che, nel frattempo, dall’anno in cui è uscita la precedente prova, ha prodotto un paio di tracce per i New Order (le trovate in Music Complete) e lasciato il brother Ed Simons concentrato sull’Università per non specificati studi (immaginiamo sul tardo Medioevo, per il quale ha sempre manifestato una particolare ossessione…). Sempre nel 2015 è anche successo che nel tour di supporto al disco, per un intero anno, il Chemical Brother si sia presentato onstage accompagnato dal solo Adam Smith (responsabile dei visual), alzando speculazioni sul fatto che Ed avesse smesso di esibirsi e/o abbandonato il progetto. Erano solo speculazioni.

No Geography, accreditato alla ritrovata coppia, è un rave album psichedelico che suona esattamente come un lavoro dei fratelli chimici dovrebbe suonare: energetico, immediato, festoso. Lo avevamo già capito dal trittico di singoli che lo anticipavano e dal fatto che la girandola di ospiti (che comunque non mancano) non rappresentava il piatto principale della promozione. L’acida anthemica di MAH (ovvero Mad As Hell, con campione dal film Network di Sidney Lumet del 1976 dalle parti di It Doesn’t Matter o della più nota Hey Boy Hey Girl per intenderci), un pezzo facile in 4/4 con palesi rimandi rave/house e l’immancabile innesto electro come Free Yourself e l’irresitibile disco house di Got To Keep On (con campioni di Dance With Me di Peter Brown e di State Beach di Rod McKuen, e tanto di clip ballerino diretto dai fratelli Oliver e Michel Gondry) erano i buoni biglietti da visita di un disco che aveva già l’odore del classico all’interno della loro discografia.

Il resto è a buoni livelli, si parte con il rifforama di Eve Of Destruction che presenta alle voci la rapper giapponese Nene e la cantante art pop norvegese Aurora, quest’ultima assoldata anche per alcune delle altre. Il pezzo gira, come ammesso dalla stessa coppia, sulle parti vocali (come la gran parte degli altri), qui ce n’è una metallica che – immancabile – recita il titolo, mentre il picchettare sulla testiera electro-rave, un dinoccolato basso funky condito da una samba di cowbell tengono il ritmo, alternando groove a iniezioni di adrenalina (i campioni qui vengono dalla strafamosa Weekend di Phreek, ovvero Patrick Adams).

Bango è l’altro piatto forte in salsa electrofunky, un nuovo giro alle origini del loro sound: Bango è l’alias del techno producer Stacey Pullen, ma Bango è anche la traccia di Todd Terry del 1988 che campionava Go Bang del progetto disco Dinosaur L di Arthur Russell. Insomma Detroit e New York anni ’80 e ’90 nel turbo ascensore dei Chemicals che trova, nella title track, un altro scintillante piano in cui fermarsi per respirare a pieni polmoni breakbeat, basso wave e una parte melodica non lontana da Moby. Non è finita, Gravity Drops è altro piacevole interludio, un carrello di tubulari ricordi Kraftwerk via Detroit, mentre sulle ali di una inquieta trance si muove The Universe Sent Me con la linea vocale di Aurora a ricordare dei New Order in chiave folk magica. Di un altro affondo disco a picco negli acidi come We’ve Got to Try esiste anche un remix spacciato come il più veloce della storia. È stato ottenuto accelerando la traccia originale a 15.000 BPM, gli stessi che le vetture di F1 sono in grado di raggiungere in gara. 3 secondi commissionati direttamente dalla massima categoria di settore. Bravi fratelli.

In chiusura, l’immancabile lentone con ospite la chitarra di uno come Simon Raymonde, che non ha certo bisogno di presentazioni. Al canto, una sodale dell’ex Cocteau Twins e boss di Bella Union, Stephanie Dosen, icona della christian trance quando era nei Virus (!), già al lavoro con i Massive Attack e anche con lo stesso duo nell’album Further oltre che nella colonna sonora Hanna.

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