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È una sorta di ritorno a casa con cui tutti o quasi, prima o poi, devono fare i conti. Perché se sei un musicista, per un verso o per l’altro l’Africa prima o poi passerà per la tua musica o la tua musica arriverà in Africa. Ecco così spiegato come Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35 e Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion), insieme ad Alberto Ferrari dei Verdena, siano finiti a suonare e registrare questo I Hate My Village. Certo, la condivisione del palco con Rokia Traorè e Bombino è stata sicuramente d’aiuto per aprire la via verso la grande madre Africa, anche grazie a uno di quei giri strani che hanno fatto sì che una certa musica tradizionale africana arrivasse a noi col filtro dell’Occidente, creando interstizi e percorsi laterali che rendono tutto sempre più eccitante, ammesso che si ami risalire alle influenze e alle fonti.

Sia come sia, I Hate My Village è un bel concentrato, un po’ di maniera ma in grado lo stesso di trasudare passione e sincerità, di “afro-rock”, etichetta che tutto vuol dire come niente, ma che probabilmente aiuta a identificare quel trip di ancestralità rituale e ipnotica che si fa carne pulsante grazie al rock. Dirtmusic e Horse Lords, giusto per fare due ottimi nomi tanto distanti quanto assimilabili che vengono in mente a chi scrive dopo il primo ascolto, ma c’è un bel “giro del giorno in 80 mondi” nelle 9 tracce che compongono un album invero troppo breve: il mondo Tuareg-blues di Tinariwen et similia, le poliritmie dei Battles, gli echi tribali e la polverosità magnetica del suono del deserto, le metriche tradizionali impiantate sul corpo (morente? non sembra…) del rock, ecc., non fanno che dare una idea della complessità presente in I Hate My Village. Album a cui si può imputare, come accennato sopra, soltanto una brevità che lascia con l’amaro in bocca, dato che certe musiche hanno anche bisogno di un respiro più ampio che faccia da “accelerante”. A parte ciò, un bel lavoro che probabilmente darà il meglio di sé on stage.

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