Recensioni

7.2

Nel mondo folk-rock il tipico passaggio da atmosfere lo-fi a un sound più limpido e professionale da sempre tende a significare il “salto di maturità” e la “presa di coscienza” artistica, una sorta di richiamo d’attenzione cui tende a rispondere, di norma, un pubblico più ampio. Per la singer-songwriter australiana Indigo Sparke il processo sembra essersi attivato al contrario: a giudicare dai brani più accattivanti del suo album di debutto Echo, l’augurio è che un suono ricco di piccole, opacizzanti sbavature continui a caratterizzare, come ha promesso di recente, il suo tentativo di catturare «the rawness of things» (la crudezza delle cose).

Nel suo EP di debutto del 2016 Nightbloom, un piccolo esperimento diaristico a tinte country-folk, Sparke metteva a nudo una disarmante scrittura confessionale («You, you just wanted my body / And I, I just wanted to give it away», cantava in Devil And) e un indubbio trasporto nelle proprie interpretazioni vocali (il crescendo di Father Forgive Me). Eppure l’alta fedeltà nella produzione finiva per astrarre non solo voce, chitarre e batteria, ma anche le stesse pene amorose e familiari di Sparke, da un qualunque genuino contesto di gestazione, favorendo un processo comunicativo piuttosto middle of the road. L’impressione, per dirla con gli anni Novanta cui Sparke strizza l’occhio, era un po’ quella di ascoltare una Liz Phair al debutto con Whitechocolatespaceegg (1998), intuendone la capacità di sfornare un capolavoro di “rawness” come Exile in Guyville (1993). Un vero peccato, insomma.

In Echo, invece, non a caso uscito per un’etichetta esperta nell’identificare interstizi di oscurità persino nei generi più “delicati” come Sacred Bones (si pensi alle derive spettrali del folk di Marissa Nadler), Sparke cattura un suono più sporco e imprevedibile che ben si accompagna alle ambizioni esistenzialiste dei suoi testi. In Bad Dreams elettrica e voce sembrano catturare l’angoscia di una songwriter bloccata in un appartamento vuoto («My own friends don’t even know me») in compagnia del ricordo di una relazione che continua a “finire” nel più doloroso dei modi («You broke all of my ribs in a dream the other night»). L’ottima Carnival, nell’ultimo minuto, sovrappone il flebile rumore di una folla, in sottofondo, a un ululo di disperazione («’Cause I feel like I can’t feel»), catturando uno strano mix di intimismo e semi-improvvisazione che qui ricorda non poco l’Americana-folk a tinte fosche di Amy Annelle.

Nonostante rimangano stralci della compostezza del passato e qualche tocco di prevedibilità nella narrazione (il descrittivismo on the road di Undone, le «fucked up illusions» di Golden Age) in Echo Sparke spesso opta per un metaforico connubio col mondo animale, cui si accompagnano sonorità scarne ed estrose interpretazioni vocali: nello spiritico spoken Dog Bark Echo Sparke torna a ululare a suon di onomatopee, mentre nel bridge di Baby e nella rumoreggiante Wolf Sparke scopre un’affinità elettiva con la figura di un lupo alla ricerca di un punto di riferimento («Screaming, trying to find my way back home», «You’re the moon, I’m the wolf»). Quest’ultimo viene raggiunto senza dubbio nell’ultimo brano, Everything Everything, un commuovente momento di astrazione in cui le perforanti riflessioni dell’artista («Only heaven knows what to do with me»), accompagnate da soffusi field recordings ed echeggianti note al piano, d’improvviso s’arrestano, lasciando spazio a una brutale realizzazione che, proprio in chiave lo-fi, suggerisce l’auspicato “salto di maturità”: «Everything is dying / Everyone, everyone /Everyone is dying / Everything is simple».

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