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È divenuta un piccolo classico vivente, Marissa Nadler. Con le sue canzoni gothic folk che aggirano in realtà ogni limitante etichetta di genere per farsi spettrali incantesimi di onirica soffusione, ai limiti del dream pop. Strangers è il suo settimo album, che in parte muta direzione e in parte ribadisce vari punti fermi. C’è un nuovo desiderio comunicativo nell’affrontare argomenti universali, nel nome di “sconosciuti” che esprimono tutta la loro disperata solitudine attraverso la voce aggraziata ed eterea della protagonista, accompagnata da trame sonore che usufruiscono di corde sia acustiche sia elettriche, synth e drum machine. Per raggiungere l’obiettivo, ci si affida a una certezza: Randall Dunn – già ai servigi di Sunn O))), Earth, Black Mountain… – garantisce tridimensionalità agli undici nuovi brani.

Se i primi due dischi la presentavano al pubblico in veste più scarna, sviscerando i temi dell’innamoramento e della conseguente rottura, Songs III: Bird On The Water del 2007 lanciava definitivamente la songwriter americana nel panorama del cantautorato vieppiù tradizionale. Il più ritmico Little Hells, due anni dopo, fu un po’ lo scoperchiarsi del vaso di Pandora in termini di apertura a differenti nuance stilistiche e maggior compiutezza formale. Da lì in poi, un lavoro omonimo nel nome di un’apprezzabile, melodica naturalezza, il minimalismo del tralasciabile mini speculare The Sister e l’autobiografico July del 2014, che flirtava con rifrazioni shoegaze e atmosfere doom con effetto, ad ogni modo, al solito atemporale.

Strangers ribadisce capacità di scrittura e classe, riprendendo il discorso musicale laddove lo aveva lasciato il suo predecessore e rendendolo più elaborato. Divers Of The Dust apre con canto elegiaco e tasti, rivelandosi uno dei migliori episodi assieme a una Skyscraper basata viceversa sui giri acustici. A volte si ha la sensazione che queste composizioni fantasmatiche potrebbero affondare il colpo definitivo soltanto se si facessero più carnali, ma probabilmente così facendo perderebbero la loro aura di purissimo mistero. Janie in Love è una della tracce più orecchiabili date sinora alle stampe, non troppo distante da certi Beach House, nonché uno dei personaggi femminili che si incontrano lungo il tragitto (la soffusa Katie I Know e lo storytelling scheletrico, eppure funzionale, di Shadow Show Diane completano la carrellata), mentre Hungry Is The Ghost si estende per oltre sei minuti di requiem intimista pervaso dai riverberi, All The Colors Of The Dark esprime le infinite possibilità della cupezza con mood sospeso e inserimento di archi, e la title track lambisce il blues. Ormai la conosciamo molto bene, Marissa Nadler: in attesa di un auspicabile capolavoro per questi anni Dieci, la sua presenza è intanto una perenne conferma.

 

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