Recensioni

Marauder aggiunge un nuovo tassello al percorso con cui gli Interpol cercano di reinventarsi dal terzo disco in poi (Our Love to Admire), con uno sforzo encomiabile anche se a fuoco alterno. La mossa principale di questo sesto album da studio è stata il coinvolgimento, dopo tanto tempo, di un produttore “esterno”. La scelta è caduta su Dave Fridmann, che tutti ricordano come il pigmalione psichedelico di certi Flaming Lips e Mercury Rev (o della svolta post slowcore dei Low), ma nessuna grandeur sinfonica è sottesa a questa decisione. Piuttosto l’accento, almeno per la band, nel presentare il nuovo disco, cade sul fatto che i tre Interpol titolari sono “tornati” a suonare duro e a suonare live, registrando quasi “come si faceva una volta”.
Anche se proprio il primo pezzo in scaletta, la saltellante If You Really Love Nothing – una vivace pop song psichedelica con accenti quasi spectoriani – potrebbe ricordare un’altra produzione di Fridmann come gli MGMT, possiamo dire che più che dal suono caratteristico di alcuni suoi dischi, Banks, Kessler e Fogarino abbiano preso semmai dall’eclettismo del producer e dal suo senso per lo spazio e la dinamica del suono la libertà di rinnovarsi e acquistare un nuovo respiro. Un “respiro” fatto soprattutto di livelli di strumenti rimescolati e di un diverso riverbero generale, preso attingendo anche a suoni più vecchio stile rispetto a quel post-punk loro punto di riferimento da sempre.
Ma intendiamoci: la new wave non riesce a fare a meno di essere la pietra angolare del loro modo di intendere la musica, e tale rimane anche dove il backbeat forte del singolo The Rover o il trotto reggaeggiante di Complications sembrano propendere per una vena più rock a tutto tondo, “confermata” anche dall’r&b di Number 10. Ai brani che abbiamo finora citato e che danno sostanza a nuove o differenti sfumature di scrittura, segue da presso quella che possiamo definire simpaticamente una piccola restaurazione di stile: Flight of Fancy, Mountain Child e in fondo anche la ballata groovy Surveillance sono tipici brani alla Interpol che si fanno forti comunque di un senso della dinamica e dello spazio accentuati, di una rinnovata energia nell’esecuzione portata dalla presa diretta, del ruolo più prominente della batteria (la vera forza motrice, tra l’altro, di un pezzo come Stay in Touch) e di una chitarra più ispida e riverberata (il basso, come già notava Diego Ballani nella recensione di El Pintor, è più in secondo piano).
Un suono che cambia per una scrittura che lo fa a dire il vero solo a tratti. Un restyling semi-profondo, che non stravolge l’idea della band ma che rimane un po’ a metà. Se una sterzata doveva essere, ci sarebbe piaciuto sentirli osare e rischiare in tutta la scaletta. Avrebbero potuto cadere, ma anche dare un’altra marcia a quella che è senz’altro una raccolta di buone e anche ottime canzoni.
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