Recensioni

7.5

Ci sono voluti sette anni per avere un nuovo full-length dei gallesi Islet, dopo l’ottimo Released By The Movement che arrivò solo un anno dopo il parimenti eccellente esordio Illuminated People. È vero, in mezzo a tanta attesa abbiamo avuto un EP, Liquid Half Moon, pubblicato nel 2016, ma – si sa – gli EP sono come gli aperitivi sui Navigli: al più stuzzicano l’appetito, non bastano a saziare.

Se però l’attesa viene ripagata da un’opera di cotanta portata, allora ben venga. Siamo di fonte a un raro caso di autoesilio discografico sfruttato alla perfezione. Probabilmente questo terzo album del trio di Cardiff – prodotto da Rob Jones (Pictish Trail, Charles Watson) – non sarebbe stato così bello se fosse arrivato prima, e probabilmente si tratta del lavoro migliore tra i tre dati alle stampe dal gruppo, quello che ne stabilisce le linee cardine, sostanziandosi in una cifra pop sperimentale con – bisogna dirlo – pochi eguali al giorno d’oggi. Una cifra che li rende sì archeologi capaci di riconoscere e datare i più strambi reperti del passato, ma anche architetti sopraffini nel costruire ambienti modernissimi dentro cui quel vasellame antico non stona affatto.

Una scoperta continua, queste undici tracce, bellezza allo stato puro. Da Good Grief, trasognata e sincopata ninna-nanna che oscilla tra l’elegiaca conturbanza di Slowdive e Mazzy Star e il disagio dei Blonde Redhead disturbati e allucinati di Misery Is A Butterfly, a Treasure, dove – su un algido tappeto sonoro a base di tastiera ed effetti vari – si alternano il cantato etereo di Emma Daman e quello perentorio e robotico, ma allo stesso tempo caldo e pregno d’umanità a mo’ di Brian EnoDavid Byrne, del consorte della vocalist, Mark Thomas (fratello di John, che completa la band); passando per Geese, splendida sinfonia da dancefloor in perfetto stile Everything But The Girl, ma ammiccante anche alle sortite avant-garde di Arthur Russell e Jenny Hval, i cui sette minuti che impegna per dispiegarsi sono in tutto e per tutto benedetti.

C’è un che di contemplativo e universale in questo lavoro registrato in una casa nascosta tra le colline dell’entroterra gallese più rurale: «Guardo a questi monti e penso a come io non sia certo la prima – ha spiegato la Daman – Penso alle molte migliaia di coloro che sono stati qui a guardarli prima di me e a come essi non siano appartenuti a una sola razza ma a molte, in una sorta di flusso continuo». In effetti, alcuni testi del disco si rifanno alla letteratura. È il caso della magnifica Radel 10, che trae ispirazione da The Good Immigrant, l’antologia con gli scritti di vari autori britannici appartenenti alle minoranze (il che, in tempi di Brexit, vale quasi quanto una dichiarazione di guerra), o della stessa Geese, ispirata al romanzo Il popolo delle montagne nere, dello scrittore e sociologo gallese Raymond Williams.

Il tutto – per tornare all’aspetto musicale – presentato sotto le insegne di un pop empirico, a tratti giocoso – molto anni ’00 in questo senso – e dal vasto assortimento di riferimenti a campioni del genere quali Grizzly Bear e Fiery Furnaces, condito da synth caramellosi che suonano come flipper andati in tilt e drum machine squinternate e simili, nei beat, alle molle di una brandina da campo che schizzano via sotto il peso insostenibile di tre obesi un po’ alticci che saltano all’unisono sul già di suo sottile materasso. Nella seconda parte del disco, e segnatamente in episodi quali Clouds e Florist, vengono a galla rispettivamente gli influssi afro/math degli Animal Collective e dei Battles di Gloss Drop, alla ricerca – attraverso la tecnologia – dello stato primordiale del pop da far collimare con l’innovazione dello stesso genere, e il Brian Eno (ancora lui) prima maniera di Here Come The Warm Jets.

Se sapevate dell’esistenza degli Islet da tempi non sospetti, amerete questo ulteriore saggio di capacità compositive; se, al contrario, siete nuovi alla faccenda, tenetevi pronti a un viaggio che vi farà conoscere quel che resta del lato sconosciuto del pop.

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