Recensioni

6.8

La congiunzione tra immagini e suoni come fil rouge espressivo di un’unica mente: dopo aver approfondito l’ottimo album Performer (Montero) – vera e propria controparte musicale delle sue acclamate illustrazioni – torniamo a parlare di un nome che, come l’australiano, porta avanti un discorso multidisciplinare e multisensoriale con una dialettica decisamente personale, in bilico tra il bizzarro e il squisitamente pop: Jack Stauber.

La componente visiva è affidata a una lunga serie di video su YouTube (in un canale da ben 120.000 iscritti) dai connotati VHS-friendly che inglobano grana amatoriale 90s (Memory Hole-style) e stralunate animazioni slacker. La componente musicale, manco a dirlo, va di pari passo partendo dalle gesta hypnagogic di Ariel Pink, abbracciando di volta in volta colpi di testa momentanei tanto imprevedibili quanto assolutamente in linea con quelli che sembrano essere i contorni artistici tout court del genietto di Pittsburgh. All’interno del nuovo album HiLo, l’americano sintetizza – come nel precedente Pop Food – quegli elementi stilistici che sono il riflesso di una personalità caotica ed eccentrica: le composizioni maneggiano il ridicolo inseguendo la pop music, prima destrutturandola e poi innalzandola a unico linguaggio possibile («pop is like a language that people speak», diceva in una video intervista tenendo in equilibrio un cd tra gli occhiali da sole e la fronte).

Il taglio lo-fi accentua sfumature nostalgiche immerse negli eighties e brani come Pad Thai o Databend, imbastiti su una scarna sezione ritmica ad altezza John Maus. Rispetto all’autore di We Must Become the Pitiless Censors of Ourselves, Stauber tiene maggiormente a freno le stratificazioni di synth, comunque fulcro di buona parte delle tracce contenute nel disco; in un frullato synthpop non troppo distante da quello proposto dai MGMT di Little Dark Age (Cunk in particolare), aggiunge ingredienti tra i più disparati, prediligendo un approccio giocoso (Beird), teatrale e carnevalesco, in un’alternanza tra frequenti attimi di follia e più sporadiche situazioni decisamente chill (Small World). In It’s Alright si intravede la veste da crooner narcotizzato che emerge anche in alcuni frangenti di Leopard, mentre, in netta contrapposizione, altrove ad avere la meglio è un groove sbilenco (John & Nancy) che si tramuta in ironico funk in Gettin’ My Mom On. A chiudere Pizza Boy, brano con un retrogusto da classicone senza tempo sospeso tra stagione glam ed alcune cose dei Flaming Lips.

Lungo i quarantacinque minuti di HiLo, tra vocalizzi, drum machine, effettistica varia, suonini e manopole impazzite, talvolta la componente weird prende inevitabilmente il sopravvento ma, in fin dei conti, fa tutto parte del personaggio e quindi, per il momento, è difficile chiedere altro.

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