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Ben Montero non è l’ultimo – ed ennesimo – newcomer della scena psych australiana. Tutt’altro, Ben è uno che la scena l’ha vista praticamente nascere, lavorando per anni perlopiù all’ombra dei compagni più ingombranti come musicista in svariate band e progetti locali e, soprattutto, come illustratore/fumettista di spicco all’interno dell’ambiente tanto da collaborare con DeMarco e Vile a livello di merchandise e con i Pond per la copertina di Man It Feels Like Space Again. Per rendere meglio l’idea, la pagina Facebook dedicata alle sue vignette conta più di 85.000 fan, quella dedicata al suo progetto musicale poco più di 4.000.

La figura di Montero (il personaggio, l’artista, l’uomo) che sembra emergere dai suoi caleidoscopici fumetti stracolmi di personaggini (gli stessi che popolano i videoclip), colori, satira e slackeraggio misto infantilismo è la stessa che prende forma tra i solchi della musica pubblicata sotto il suo moniker. Il progetto musicale Montero nel tempo (l’esordio The Loving Gaze, risale al 2013) ha subito diverse mutazioni e oggi si riaffaccia sul mercato in formazione allargata tra vecchie conoscenze aussie e nuove collaborazioni (gli Acid Baby Jesus) nate in quel di Atene, dove attualmente Ben vive. Il risultato è Performer, sophomore album pubblicato per Chapter Music e prodotto, non a caso, dal vecchio coinquilino Jay Watson/GUM (POND, Tame Impala), in cui il Nostro allarga gli orizzonti sonori e – contemporaneamente – perfeziona la forma canzone.

Il viaggio inizia con Montero Airlines e una volta allacciate le cinture si decolla dolcemente fluttuando tra richiami 70s, stratificazioni di synth, influenze Tame Impala (quei rullanti…), nuvole variopinte e phaser dilatatissimi. Un incipit che già mette in evidenza alcuni degli elementi salienti dei quaranta minuti successivi intarsiati da un frullato lievemente pacchiano, epicamente glam (Caught Up In My Own World) e lisergico da sorriso sulle labbra/ghigno, che può rimandare al mood dei Flaming Lips di qualche tempo fa. Una rilassante psichedelia giocosa che non disdegna aperture al limite della stagione soft rock/AOR (senza, fortunatamente, entrarci in pieno ed evitando tentazioni da riccardoni) accompagnate da una indole divertita tutt’altro che corporate-friendly.

All’interno dei contorni sfuggenti di Performer pulsa vivido un intuito fuori dal comune per la melodia catchy vagamente lennoniana. Un esempio su tutti è Vibrations, ballatona synth-phonica d’altri tempi (tipo Peter Frampton meets Electric Light Orchestra) con uno dei ritornelli di più facile assimilazione degli ultimi mesi. Detta in altre parole, se – in una realtà parallela – Ben fosse una superstar, questo sarebbe il classico brano in grado di fare ondeggiare all’unisono 50.000 teste davanti ad un main stage di un qualche enorme festival internazionale. Melodicamente parlando non è da meno Running Race, a suo modo semplicemente adorabile.

Modellando le linee canore, Ben mette in mostra una consistente versatilità vocale, tanto che lo vediamo passare da un falsetto alla Bee Gees – presente qua e là lungo tutto il disco – alle profondità baritonali (tra crooner, glam e new wave) di Quantify, in cui l’australiano sembra porgere un tributo a Bowie («think of all the fun that we’ll together, meeting by the Berlin wall»). Parallelamente, pur essendo un lavoro tutto sommato privo di grossi rischi, Performer non ha paura di abbracciare gli eccessi e l’eclettismo più sbandierato. Nella title track, ad esempio, abbiamo soluzioni quasi borderline: una batteria che alterna settaggi standard, settaggi Parker-style e un sound da economica drum machine, un ritornello sfacciatamente pop e un vocoder super-kitsch.

Performer regala una mole considerevole di “good vibes” (in questo senso l’estivo DeMarco’s sound di Tokin’ The Night Away merita certamente una citazione) e si candida ad essere uno dei più convincenti album psy-oriented di questa prima parte di 2018 insieme a All These Worlds Are Yours dello svedese HOLY e Freedom’s Goblin di Ty Segall.

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