Recensioni

Chi aveva scommesso su questo ragazzino di Nottingham ci aveva visto decisamente giusto. Smaliziato come l’Alex Turner di qualche anno fa (con un pizzico di arroganza northern che fa tanto Liam Gallagher), il giovane Jake ha bruciato le tappe e, forte di un esordio robusto e ben accolto da pubblico e critica, nonché di una reputazione live in costante ascesa, l’estate scorsa è volato direttamente a Malibu da Rick Rubin per mettere su nastro una manciata di nuove canzoni nel minor tempo possibile. C’è maggiore urgenza ed elettricità in questo Shangri La (battezzato dal nome dei celebri studios, già di proprietà di The Band, dove è stato registrato), c’è la voglia di prendersi tutto e subito – com’è giusto che sia a vent’anni -, ci sono umori e toni certamente più vari rispetto all’omonimo dell’anno scorso, che pure vantava un songwriting più melodico (manca il pezzo killer alla Two Fingers, per capirci) e manteneva ambientazioni e mood saldamente orientati al folk e al r’n’r vintage.
Qui invece, a partire dai singoli apripista What Doesn’t Kill You e Slumville Sunrise, pare subito evidente l’esigenza di portare il tutto sui territori di un alt-folk dai toni ora punky ora irriverenti alla primi Oasis (Kingpin, Simple Pleasures), watt e decibel a misura di palchi importanti quali Glastonbury, cui Bugg appare assolutamente votato (si veda anche la ballatona a ugola spiegata A Song Without Love). Detto che tanto l’apertura di There’s A Beast And We All Feed It quanto la chiusura Storm Passes Away pagano ancora gustoso omaggio al Dylan elettrico e a Woody Guthrie, le cose più interessanti vengono forse dalle vibrazioni Wilco di Messed Up Kids e quelle Decemberists di All Your Reasons, mentre sul livello qualitativo della scrittura c’è ben poco da eccepire. Non buono nel complesso quanto Jake Bugg, tuttavia un album che forse indica già un luminoso futuro.
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