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Chissà che clima si respirava in Turchia negli anni 80. È ragionevole pensare che, pur essendoci stato un golpe militare, poi parzialmente sanato con elezioni parlamentari, il mood of the nation fosse meno opprimente di quello odierno e più aderente ai principi dello stato laico teorizzato da Atatürk. Tuttavia, è agli anni 80 che guardano gli Jakuzi, ma non quelli turchi bensì quelli anglosassoni.

Hata Payı è il secondo lavoro della formazione di Istanbul e l’umore che lo pervade è direttamente ispirato a quello che ammantava i dischi di primi Depeche Mode, Soft Cell, Human League e Ultravox. C’è tutto quel campionario dichiaratamente 80s di tastiere e sintetizzatori, ma anche di chitarre che arpeggiano à la Smiths e Joy Division. Il piglio derivativo, però, a volte può rivelarsi zavorra, altre propellente per il decollo e il permanere in quota, specie quando le qualità compositive fanno da stabilizzatori. E in questo senso, il sophomore dei trio “ottomano” è un lavoro coi controfiocchi.

All’alba dell’industria discografica, ai gruppi emergenti i patron delle label chiedevano l’esecuzione di un pugno di ritornelli per stabilire se gli aspiranti candidati avessero le stigmate per entrare nel loro roster. Ebbene, gli Jakuzi la selezione l’avrebbero superata brillantemente con qualsiasi etichetta. È la loro capacità di imbastire chorus a presa rapida che colpisce. Basti ascoltare Şüphe, Toz o l’opening track Sana Göre Bir Şey Yok. Hata Payı diventa una droga in men che non si dica, difficile staccarsi da questi 11 brani synth-rock che richiamano la new wave/romantic più spinta, con a tratti un afflato dreamy à la Cocteau Twins, condito però dall’epicità mediterranea degli Heroes del Silencio, senza tralasciare – perché no – l’aderenza al presente con riferimenti ai fieri e brumosi panorami sonori degli Editors (Yangın, Kalbim Köprü Gibi) o al piglio gaio e campestre dei migliori Fanfarlo (Istemezdim).

Dal punto di vista dei testi, il combo non fugge dalle tematiche socio/politiche che giocoforza non può eludere chiunque, a quelle latitudini, abbia oggi l’ambizione di esprimersi liberamente. Il titolo dell’album si può tradurre come “parte dell’errore” e, secondo il frontman e cantante Kutay Soyocak, il feeling sottostante al sound del gruppo «deriva in parte da dove vivo. A volte mi sento male, perso e solo come tutti. Qui in Turchia, l’economia e la politica qualche volta mi fanno perdere la speranza. Il futuro sembra sfocato, ma cerchiamo di portare avanti quello che facciamo senza perdere troppo la testa. Il nostro pubblico aumenta giorno dopo giorno, ci supportano e durante i concerti percepiamo un sentimento d’amore». Insomma, non sappiamo se – alla luce di un tale pensiero – gli Jakuzi siano ben accetti in patria, in caso contrario ce li prendiamo volentieri noi.

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