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Il problema dell’universo cinematografico DC, soprattutto se comparato con il diretto rivale Marvel Cinematic Universe, non è mai stato la mancanza di identità ma di un modo efficace per comunicarla al pubblico (ciò che invece funziona da sempre dalle parti di Kevin Feige e colleghi). Con Man of Steel e Batman v Superman Zack Snyder ha improntato il racconto supereroistico sull’epica del fallimento, disegnando affreschi crepuscolari e immagini che sembravano uscite da un dipinto di Eugene Delacroix; di fatto offrendo al panorama dei blockbuster americani una proposta più originale, almeno visivamente, rispetto alla concorrenza e riflessioni sull’eroe come figura fragile, uomo fra gli uomini, tra spunti cristologici e dirette citazioni ai fumetti. L’intenzione però si è presto scontrata con altre esigenze: confezionare un prodotto che fosse prima di tutto commerciale e commerciabile. E allora vai di tagli al montaggio, sceneggiature riviste, problemi di varia natura e gli imprevedibili scherzi del destino (mentre terminava le riprese di Justice League Snyder fu costretto ad abbandonare il set per il suicidio della figlia), qualunque cosa si mette contro un piano editoriale che una logica ce l’aveva. Impiegata male, ma c’era.

“Il mare porta via ogni lacrima”, dice la voce super partes – oltre che lungimirante – di Jason Momoa all’inizio di Aquaman, il film che non cambierà le sorti dell’universo cinematografico DC né scuoterà le basi di un sistema industriale che funziona così da anni, ma che ribadisce l’importanza dell’identità come valore assoluto in questo tipo di operazioni. James Wan, come Patty Jenkins con Wonder Woman, lavora benissimo sulla creazione di un immaginario che somigli al suo protagonista coerentemente alla storia e al materiale a disposizione. D’altronde Arthur Curry non è Diana Prince, l’idealista innamorata della vita, o Kal-El, il Dio che scende a patti con la sua fragilità, e nemmeno Bruce Wayne, la sintesi del nichilismo; dunque cavare della dietrologia filosofica qui sarebbe stato inutile (tranne il messaggio ambientalista di Atlantide sommersa dai rifiuti della Terra ferma, quello si che è uno spunto interessante).

Rimane anche in Aquaman un elemento condiviso dagli altri eroi DC, ovvero la costante dei figli che hanno un rapporto conflittuale con la propria casa: la abbandonano per diventare grandi e conoscere il mondo, specialmente quelli di retaggio aristocratico, salvo poi scoprire l’arretratezza del luogo che si lasciano dietro e le contraddizioni della società “moderna”. Alcuni, come Arthur, vi fanno ritorno in cerca di un’identità perduta e per confrontarsi con un’eredità mai voluta; lui che in fondo è solo un ragazzo immaturo, selvaggio e virulento, al suo primo incontro con le responsabilità. E il film gli corre dietro, specchio acquatico di fondali mozzafiato e scenari incredibili, (auto)ironico, tamarro, leggero e godereccio.

Dove Batman v Superman e Justice League erano rinascimentali nell’aspetto e prediligevano un approccio cupo sull’azione, Aquaman è invece barocco puro, sfarzo ed esagerazione senza limiti e senza la paura di sembrare ridicolo. Finalmente libero di sperimentare nel territorio dell’abbondanza, tutto muscoli e poco cervello, anche nella maniera in cui concepisce l’azione, lo storytelling, le donne (sexy ma soprattutto in gamba, praticamente un miracolo di décolleté nell’era del #metoo) e l’uso della musica (come quando decide di far suonare Pitbull mentre Momoa e Amber Heard emergono dalle onde). Consapevole che il cinecomic può essere questo, e non solo divertimento impegnato o finissima serialità alla Marvel Studios.

2 Gennaio 2019
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