Recensioni

6.5

Occorre innanzitutto collocare cronologicamente questo album nella discografia di Jason Molina: stando alle note di copertina, è stato inciso nel 2008 durante un soggiorno in solitario a Londra, quindi tra il penultimo lavoro targato Magnolia Electric Co. (il box Sojourner, del 2007) e i due lavori del 2009 (la collaborazione con Will JohnsonMolina and Johnson –  e il canto del cigno dei Magnolia, Josephine). È verosimile quindi che queste canzoni siano le ultime incise in vita dal Molina solista. Sembra inoltre che le incisioni siano avvenute in una cornice emotiva del tutto particolare: un periodo di convalescenza causato dalle conseguenze del morso di un ragno durante un tour italiano. A quanto pare, più che il veleno dell’aracnide a debilitare Jason furono le pillole antivirali con cui tentò di curarsi. 

In ogni caso, è il 2008, siamo a Londra. C’è quest’uomo di trentacinque anni col suo sguardo nero e lancinante sulle cose, un repertorio di dischi bellissimi alle spalle da cui aveva ricavato una fama troppo circoscritta ma tutto sommato solida, alle prese con un’inquietudine cronica che teneva a bada ahinoi più con l’alcool che con la chitarra. Tuttavia, alcool o no, le canzoni passavano sempre a fargli visita, gli apparivano come fantasmi, spuntavano dalle ombre che non mancavano mai di accompagnarlo e premevano per prendere vita. Al quadro si aggiunga la suggestione provocata da una città – la City – che rivelava risvolti suggestivi, tipo la storia dei sette cancelli (gli ingressi della vecchia Londra) o quei pappagalli che svolazzavano nel giardino dell’abitazione di Jason, arrivati chissà da dove (li sentiamo cinguettare a mo’ di field recordings tra un pezzo e l’altro: e se fossero stati i discendenti di quelli liberati da Jimi Hendrix nei 60s?).

Sto tergiversando, lo so. Perché le nove canzoni di questo Eight Gates (per inciso: l’ottavo cancello della città sarebbe quello ad uso e consumo di Jason) non sono quel tesoro recuperato che potevo augurarmi. Sono buone, a tratti emozionanti, ma non ripetono il miracolo delle meravigliose bonus track di The Lioness. Per metà si tratta di abbozzi, ginnastica calligrafica, cartigli suggestivi in attesa del bagliore melodico che avrebbe conferito loro la “quietezza dirompente” che ben conosciamo, un’attesa che però rimane tale. In alcuni casi sono pezzi che stanno in piedi grazie alla consueta, impressionante impronta vocale di Molina, a quella sua capacità di cantare come se si trovasse sull’orlo del dirupo che sta per inghiottirlo (si ascoltino soprattutto Old Worry, l’agrodolce The Mission’s End – quasi un apocrifo di Will Oldham – e la conclusiva, smarrita The Crossroad + The Emptiness). 

Sono invece compiute – in un senso più vicino al Songs:Ohia di Ghost Tropic che non alla classicità folk rock dei Magnolia Electric Co. – le prime due tracce, una spettrale Whisper Away srotolata come uno sguardo abbacinato sulle prospettive livide (e su quello struggente bordone di violoncello) e una Shadow Answers the Wall che s’aggrappa a una triangolazione di basso dinoccolato (quasi – ohibò – Morphine), batteria disidratata e organo* ventrale, mentre Jason si strappa afflizioni sconcertanti dal petto («Twin of unmade promises / Twinned with sorrow / Shadow answers the wall»). A queste vanno aggiunte una Be Told The Truth che sembra risucchiare nel suo gorgo lento organo/violino (neanche troppo vagamente Dirty Three) ogni barlume residuo di speranza, nonché quella Thistle Blue che si scortica un cuore già piuttosto impietrito («Whose wilderness has my heartbreak wandered through? / Whose questions have I left to go unanswered? / It’s late, I know») pennellando cartigli rugginosi di chitarra e vibrazioni di hammond presi dal taccuino degli appunti di Nick Cave.

È giusto insomma sottolineare che siamo abbastanza lontani dagli esiti migliori del repertorio di Molina, anche se il cantautore dell’Ohio aveva raggiunto standard talmente alti da arrivarti dritto al cuore anche con l’ispirazione a mezzo servizio. In ragione di ciò, si tratta di un buon album, disperatamente autunnale, che non mancherà di riscaldare i rimpianti coi quali facciamo i conti ormai da marzo del 2013.   

 

*(Edit: vengo a sapere solo a recensione pubblicata che all’organo siederebbe nientemeno che Chris Cacavas, mai menzionato nella cartella stampa fornitaci col promo: bah)

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