Recensioni

6.4

Dopo otto anni di sostanziale fermo artistico e reduce da anni di rovinose debacle (ultime, in ordine cronologico, proprio le manieristiche, pompose e paradossalmente insipide divagazioni techno in digitale dell’ultimo, pessimo, concettualmente imbarazzante Teo & Tea del 2007), l’annuncio di un impegnativo progetto come Electronica può aver fatto sollevare un tantino qualche sopracciglio (non a torto) prevenuto e malizioso. Summa e sintesi (almeno nelle intenzioni) di un più esteso (non)genere che Jean Michel Jarre, con il suo ripulito positivismo musicale, ha sicuramente contribuito a sviluppare (tutto il calderone-baraccone progressive trance, ma anche molta ambient e tanta new age cosmicheggiante sono figli suoi), questo primo emisfero vanta in scaletta una serie di altisonanti collaborazioni che faranno sollevare ancora di più il già inarcato sopracciglio. Non aiuta a togliere un po’ di scettico imbarazzo quella copertina che fa un po’ Greatest Hits di fine carriera da cestone del supermarket, ma l’espressione corrucciata e concentrata del Nostro ci fa subito capire che tutta questa colossale operazione bipartita ha proprio il risoluto piglio della rivincita verso chi lo dava per (ultra) bollito (ed eccoci lì, in prima fila), quasi a voler dire “magari i miei ultimi dischi non erano proprio bellissimi, ma quarant’anni fa ho dato il via a una piccola-grande rivoluzione, non dimenticatevelo, e sono ancora qua”. Viene spontaneo però chiedersi, date queste non proprio incoraggianti premesse, cosa possa aver spinto nomi come John CarpenterFuck Buttons (giusto per spendere due collaboratori a caso presi dalla scaletta), che sicuramente non hanno (più) molto da dimostrare a nessuno, a partecipare ad un’operazione simile.

Possiamo subito dire che, davvero a sorpresa considerato quanto detto sopra, la sua piccola rivincita, il buon Jarre, se la prende. Questo primo volume non è summa totale o imprescindibile compendio, ma rimane un (buon) disco che si lascia ascoltare abbastanza piacevolmente e aggiorna in parte le ossigenate esplorazioni passate regalando un piacevole effetto nostalgia, seppur con qualche sporadico scivolone di dubbio gusto. L’iniziale titletrack con Boys Noize è già emblematica, con tastieroni Jarre al 100% e un suono che a svecchiarsi un minimo non prova nemmeno, suonando anzi orgogliosamente vintage, con forti echi carpenteriani (non a caso) e una struttura della traccia (crescendo-pausa-crescendo finale-breve coda distensiva) che rimarrà pressoché invariata per quasi tutto il disco. L’ariosa marcia pop infarcita di coretti e fumosità shoegazy di Glory con i fratelli di Francia M83 apre una lunga serie di ospitate che sanno di trait d’union quasi necessario tra (l’allora) pioniere e chi ne raccolse il lascito: ecco allora Close Your Eyes, inevitabile e riuscito confronto-collaborazione con gli Air (da sempre debitori verso Jarre di una corposa fetta del loro sound), tra violini pizzicati, synth da vecchia fantascienza di serie B e voci roboticamente filtrate al vocoder, in un tripudio di eleganza e mestiere. Seguono le stratificazioni progressive della suite Automatic (firmata a quattro mani con un Vince Clarke di depecheiana memoria) che deflagrano nella seconda sezione in un dance anthem strumentale tra spirali di synth e clapping di buongusto non sempre saldissimo.

La parte centrale del disco si apre invece a contaminazioni abbastanza inedite, con scorie provenienti dal mondo hip hop(!): il confettoso pop di If..! con Little Boots, la trap bella rotonda che fa da base ai saliscendi tastieristici in crescendo di Immortals con i Fuck Buttons e alle atmosfere più oscure di Conquistador con il compatriota Gesaffelstein, la spoken poetry asettica e quasi robotica di Laurie Anderson in Rely On Me. Compaiono anche ibridi tech-house come la ballatona Suns Have Gone con Moby e Travelator, Pt. 2 con Pete Townshend, che se magari con la musica elettronica c’entra, ma non tantissimo, sicuramente calza alla perfezione nel più ampio discorso sulla tecnologia (per interessi personali e intuizioni avveniristiche passate, vedi tutto il concept alle spalle di Lifehouse) che Jarre sembra voler portare avanti parallelamente all’album (e con una futura applicazione, soprattutto nei live). Menzione a parte per Zero Gravity, splendida stretta di mano con quei Tangerine Dream che rappresentarono ai tempi l’altra faccia della musica cosmica: sereno e positivista Jarre, oscuri, lisergici e metafisici (e di ben altro spessore) Froese e compagni; pace è ora fatta, tra chi si lasciò incantare dalle asettiche fluttuazioni del francese e chi invece detestò da subito gli ammiccamenti poppeggianti di Oxygene IV preferendo le siderali acidità kraut dei teutoni.

La tranche conclusiva si apre (un po’ malamente) con la progressive trance dell’olandese Armin van Buuren in Stardust, tamarra e sempre pericolosamente sul ciglio del sottile muro che separa la raffinatezza dal trash involontario; molto meglio il solido e robusto dub di Watching You con 3D dai Massive Attack (sicuramente uno degli episodi migliori), oscuro e tribale fino alle ariose aperture d’archi a 2/3 di durata che si stratificano con onirici contrappunti di piano, suggellando un finale di grande eleganza. A Question of Blood è una breve ma preziosa gemma che potrebbe benissimo essere una b-side dal recente Lost Themes di John Carpenter, tanto è evidente la mano del maestro americano nell’inconfondibile suono dei sintetizzatori e nella costruzione di atmosfere da allegra biciclettata notturna su qualche metafisica lost highway tipo Il seme della folliaThe Train & The River con il buon Lang Lang tanto farà la gioia dei (molti) estimatori del pianista con gli occhi a mandorla quanto confermerà le riserve dei suoi (moltissimi) detrattori: persa e un po’ prolissa tra mille ricamini pianistici svolazzanti e un po’ artificiosamente fioriti, scorre emozionale ed emozionante tra poderose impennate di synth e prevedibili e raccolte code intime condite dalle inevitabili pioggerelle ormai un po’ manieristiche senza, a conti fatti, lasciare particolarmente traccia.

A questo punto non resta che aspettare il 2016, che porterà in dote la seconda metà del disco (con alcune ghiotte anticipazioni in merito alle collaborazioni presenti già trapelate, vedi ad esempio David Lynch), per poter dare un giudizio complessivo e definitivo sull’effettiva bontà di una operazione che sembra partita con il piede giusto.

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