Jean-Michel Jarre (FR)

Biografia

Icona Jarre, lo scaltro pioniere dell’elettronica francese.

Tra i principali responsabili della popolarizzazione dell’elettronica a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, una lunga carriera costellata di successi (si parla di 80 milioni di copie vendute dei suoi album), di colossali show multimediali (quattro volte nel Guinness Book of Records per il concerto con il maggior numero di spettatori) ma anche di non rare cadute nel manierismo autocaricaturale e nel kitsch, il francese Jean-Michel Jarre si è conquistato di diritto una posizione di assoluto rilievo nella storia della musica.

«Il suo successo risiede nella sua capacità d’instillare quella fede tecnologica senza frontiere il cui corollario eminentemente musicale è senz’altro stato Oxygène» (E. Bridda).

Pre-Oxygène

Jean-Michel André Jarre nasce il 24 agosto 1948 a Lione. È figlio di Maurice Jarre, prima direttore musicale del Théâtre National Populaire di Parigi e poi grande compositore di colonne sonore (nove nominations agli Oscar e vincitore in tre occasioni, per Lawrence d’Arabia, Il Dottor Zivago e Passaggio in India) e dell’eroina della Résistance Francette Pejot. I genitori divorziano quando Jamie (così viene chiamato in famiglia) ha cinque anni: il figlio rivedrà il padre solo a vent’anni, e i loro rapporti rimarranno praticamente inesistenti fino ad una tarda, fredda riconciliazione avvenuta solo nel 2005. Maggiore influsso ha il nonno, musicista e ingegnere, co-inventore del primo mixer audio e di uno dei primi giradischi portatili.

Jean-Michel comincia a studiare piano da bambino, ma è solo dopo qualche anno che si accende la vera passione per la musica. Il giorno del suo ottavo compleanno, allo Jazz Club Le Chat Qui Pêche di Parigi, diretto da amici della madre, Chet Baker suona la tromba in suo onore, a pochi centimetri da lui: un momento che ricorderà spesso come una delle sue prime esperienze “fisiche” della musica. A dieci anni la madre lo iscrive al Conservatorio di Parigi. Negli anni Sessanta lo troviamo a suonare la chitarra in vari gruppetti rock (Mystères IV, Dustbins). Dal 1964 comincia ad interessarsi di elettronica. Nel 1969 diventa membro del Groupe de Recherches Musicales (GRM), diretto da Pierre Schaeffer, il padre della musique concrète e pioniere della musica elettroacustica, e fino al 1971 ha la possibilità di lavorare a stretto contatto con personaggi del calibro di Pierre Henry, Bernard Parmegiani, Pierre Boulez e Karlheinz Stockhausen. Interessantissime testimonianze del periodo sperimentale GRM: il brano Happiness Is A Sad Song (1969, pubblicato solo nel 2011 nella compilation ufficiale Essentials & Rarities) e il 45 giri contenente La Cage e Erosmachine (registrato nel 1969 ma pubblicato nel 1971: il primo disco ufficiale di Jarre, 117 copie vendute, ora quotato 350 euro). Nel 1971 viene chiamato a comporre la musica (con il sintetizzatore VCS-3) per il balletto AOR (Igor Wakhévitch, altro collega del GRM, ne firma le musiche “tradizionali”): è la prima volta che l’elettronica entra all’Opera di Parigi. Seguiranno più avanti i lavori per gli spettacoli Le Labyrinthe e Dorian Gray.

Il periodo pre-Oxygène 1972-1975 è caratterizzato da brani dominati dall’elettronica, dove alla ricerca elettroacustica sui nuovi suoni (con pericolosa tendenza a scivolare verso la “library music”, come nel caso del primo album firmato Jean Michel Jarre: Deserted Palace raccoglie tracce pensate per sonorizzare trasmissioni radio-televisive, pubblicità, eventi, ecc…) si innestano spesso facili melodie romantico-kitsch, sulla falsariga degli album “moog muzak” che hanno ammorbato i primi anni ’70 (degenerazione commerciale conseguenza del successo di Switched-On Bach di Walter/Wendy Carlos). Due esempi su tutti: la sua cover/copia di Popcorn, firmata Pop Corn Orchestra (una delle oltre 70 versioni uscite solo nel 1972!) e la colonna sonora del film Les Granges Brulées (La mia legge, con Alain Delon e Simone Signoret, 1973). A fini storici, molto utili risultano i quattro volumi bootleg Rarities (in particolare il primo, il secondo e il quarto), dove sono inseriti molti dei lavori di questa frenetica fase. Contemporaneamente Jarre lavora con/per altri artisti più (l’illusionista Dominique Webb, Françoise Hardy, Gérard Lenorman, Christophe, Patrick Juvet) o meno (i Triangle, i Blue Vamp, Samuel Hobo) famosi, non solo in ambito musiche, ma spesso anche per i testi. E proprio come paroliere Jarre acquista la prima popolarità e i primi sostanziosi diritti d’autore, che Jamie investe principalmente nell’acquisto di sintetizzatori, utilizzati nel 1976 per la creazione dell’album che segnerà per sempre la sua carriera: Oxygène.

2 dicembre 1976: la svolta

Pubblicato, non senza riserve, da Francis Dreyfus (per la divisione Les Disques Motor), che rimarrà l’editore di Jarre per oltre vent’anni, con una prima prudente tiratura di 50.000 pezzi, Oxygène diventerà (non immediatamente, ma in maniera inesorabile) l’album francese di maggior successo di sempre (si parla di più di 15 milioni di copie vendute nel mondo). Suite classicheggiante in sei parti (senza titoli, solo numerate da I a VI), interamente elettronica (a vantaggio dei geek in ascolto, ecco l’elenco completo delle macchine utilizzate: ARP 2600, EMS Synthi AKS, EMS VCS3, RMI Harmonic Synthesizer, Farfisa Professional Organ, Eminent 310U, Mellotron, Korn Minipops-7), il lavoro viene registrato su un 8 piste casalingo (si badi bene: sette anni prima del lancio del protocollo Midi), con l’importante apporto tecnico dell’ingegnere Michel Geiss, esperto di synth analogici.

Oxygène emerge sia per l’estrema attenzione verso la cantabilità delle melodie che per il calore e la spazialità dei suoni (il disco verrà utilizzato per molto tempo come dimostrativo nei negozi di hi-fi). In reazione alla “roboticità” avvertita nelle esperienze di certa elettronica tedesca del periodo (Kraftwerk su tutti), l’approccio cercato da Jarre è più organico e sensuale, guidato dall’ossessione di rendere ogni suono sempre diverso, mai ripetuto allo stesso modo.

È un’elettronica terrestre, con molti riferimenti agli elementi naturali (il vento, gli uccelli), anche in questo differenziandosi ad esempio dalle evocazioni spaziali dell’album coevo Albedo 0.39 di Vangelis, avvicinandosi invece al mondo “new age” in fieri (vedi un altro importante album elettronico del 1976, New Age of Earth di Ash Ra Tempel / Manuel Göttsching). Completa e rafforza l’impianto ecologico/bio-sferico (prima ancora dell’emersione dell’ipotesi Gaia (la teoria olistico-vitalistica formulata da Lovelock nel 1979) la cover di Michel Granger (artista francese fatto conoscere a Jarre da Charlotte Rampling, ai tempi sua fiamma e poi moglie, fino al 1997). I riferimenti principali si trovano comunque nel mondo della tradizione classica continentale, affrontata senza necessità di stupire con effetti speciali in stile Tomita, ma con apprezzabile misura minimale: l’inizio è chiaramente ispirato all’incipit del Primo Movimento della Nona Sinfonia di Beethoven, il tema di Oxygène II richiama il mondo barocco, le influenze mahleriane nel lato B non si contano. Uno pseudo-theremin (in realtà il Sinthi AKS) disegna nella prima e nella terza parte, malinconiche arie. Ma è Oxygène IV a trainare e a decretare il successo planetario dell’album: il tema, una sorta di variazione rallentata della melodia di Popcorn, sostenuto dal ritmo della proto-drum machine Korg Minipops, era già stato abbozzato nel 1974 per il lancio pubblicitario dell’Autoroute A4. Il brano viene utilizzato come sigla dalla popolarissima trasmissione radiofonica Basket, l’hit parade di Europe 1: nella prima metà del ’77 il 45 giri rimane per varie settimane ai primi posti della classifica francese – in un milieu caratterizzato dalla “cosmic disco” elettronica di progetti come Space (Magic Fly) e Space Art (Onyx) – e diventa uno dei brani elettronici più famosi di sempre.

Oxygène esce in Francia nel dicembre 1976 e in UK nel luglio del 1977, in piena era punk: dapprima male accolto dalla critica britannica, che intravedeva solo una versione fuori tempo e più scolastica del mondo kosmische-prog dei Tangerine Dream o un’iniziativa in stile “one man prog band” à la Mike Oldfield, è ormai da tempo pienamente rivalutato e considerato come uno dei dischi più importanti della storia dell’elettronica non sperimentale.

La conferma: Équinoxe

Nel dicembre del 1978, dopo una gestazione produttiva di otto mesi (da gennaio ad agosto), esce Équinoxe. L’album ricalca la formula di Oxygène, aggiornandola e mettendola a punto. Si conferma l’impianto elettronica + melodia, organizzato in forma di suite (stavolta in otto parti, più legate tra loro): e se si perde il fattore sorpresa si guadagna in ricchezza e pienezza sonora. Jarre può ora permettersi più macchine (l’elenco si allunga: ai synth VCS 3, ARP 2600, EMS Synthi AKS e RMI Harmonic, all’organo Eminent 310U e al Mellotron si aggiungono il Yamaha CS-60, l’Oberheim TVS-1A, , l’RMI Keyboard Computer, l’ELKA 707, il Korg Polyphonic Ensemble 2000, il vocoder EMS, una serie di sequencer tra cui il Matrisequencer 250, adattato ad hoc da Michel Geiss, responsabile anche della drum machine customizzata Rhythmicomputer), e il suono che ne scaturisce è ancora più ricco, soprattutto alle frequenze basse. La sinfonia comincia sostanzialmente allo stesso beethoveniamo modo dell’album precedente, e prosegue richiamando ancora tanti stilemi della tradizione classico-romantica e chiose sintetiche al mondo naturale. La nuova Oxygène IV è Équinoxe 5 (basata su una melodia già utilizzata anni prima per la colonna sonora del programma TV Le Setyricon), la cui pulsante sequenza ritmica viene piegata, nelle due parti successive, in forme moroderianamente synth-pop. Nella parte 8, dopo il discutibile “organetto sotto il temporale” (il brano verrà poi rinominato “Band in the rain”), il tema viene ripreso e sublimato. L’album, pur non raggiungendo le vette di Oxygène, ha ottimi riscontri di vendita e cementa il ruolo di star dell’autore.

Il 14 luglio 1979, a Jean Michel viene affidato il compito di celebrare la festa nazionale francese con un “concerto audiovisivo” gratuito in Place de La Concorde a Parigi, al quale si stima abbia assistito un milione di persone. Il “concerto” in realtà si dimostra essere una pubblica esecuzione della registrazione di circa 50 minuti tratti da Oxygène e Équinoxe, accompagnata da proiezioni video e, per gli ultimi dieci minuti, da un roboante spettacolo pirotecnico: Jarre si limita a smanettare sul mixer e a suonare sparutamente in playback l’armamentario di macchine in parata. La grandeur dell’evento segnerà comunque l’impostazione delle successive performances live del francese.

I primi anni Ottanta

Il 22 maggio 1981 esce Les Chants Magnetiques (con la versione inglese del titolo, Magnetic Fields, si perde non solo il gioco di omofonia tra Chants – canti e Champs – campi, ma anche l’omaggio al pressoché omonimo capolavoro elettronico del maestro Bernard Parmegiani, pubblicato nel 1974). Rimangono le melodie orecchiabili marchio di fabbrica, aumenta la rilevanza del ritmo e delle percussioni sintetiche, entra per la prima volta il digitale, con l’utilizzo del recente, costosissimo synth-campionatore Fairlight CMI (di cui Peter Gabriel è stato tra i primi acquirenti nel 1979, mentre Never For Ever di Kate Bush, del settembre del 1980, è stato il primo album dove si può ascoltare lo strumento). Delle cinque parti di cui si compone la nuova opera, una occupa interamente il lato A del disco, in stile tangeriniano. La parte 2 rimane associata, almeno per gli italiani di mezz’età, ai trailer cinematografici (dal 1983 al 1986 è stata la prima sigla della rubrica RAI “Appuntamento al cinema”). Il combinato disposto della pletora di synth analogici e i nuovi sample digitali restituiscono, nella terza e quarta parte, un sincretismo di suoni ai tempi davvero inaudito, ma l’incongrua e imbarazzante quinta parte (chiamata poi didascalicamente The Last Rumba), epitome assoluta del kitsch musicale, rischia davvero di rovinare tutto.

L’inoffensività politica della proposta musicale e la mancanza di lyrics potenzialmente eversive consentono a Jarre di potersi proporre e farsi apprezzare anche in Cina: nell’ottobre 1981, dopo due anni di negoziazioni con il governo della Repubblica Popolare, il francese è il primo artista occidentale ad esibirsi a Pechino e Shanghai dopo la Grande Rivoluzione Culturale. Testimonianze della tournée, il video documentario The China Concerts diretto da Andrew Piddington (già regista del film sugli storici concerti di Elton John in Unione Sovietica del 1979) e il doppio album Les Concerts En Chine / The Concerts In China, pubblicato nel 1982. Il punto di partenza è costituito dalle performance live, a cui spesso e volentieri si aggiungono/sostituiscono sovraincisioni in studio e field recordings. Coadiuvato ai synth e alle drum machine da Frédérick Rousseau e dal duo costituito da Dominique Perrier  e Roger Rizzitelli, ovvero i già citati Space Art, Jarre propone larghe porzioni da Équinoxe e da Les Chants magnétiques, inframmezzate da interessanti nuove composizioni, spesso ispirate al mondo cinese (Night In Shanghai, Orient Express). L’Ouverture è sostanzialmente una versione rallentata (nel rapporto da 33 a 45 giri) di Magnetic Fields 1. Il piacevole inedito Arpégiateur, con richiami esotici alla Yellow Magic Orchestra, verrà poi inserito nella colonna sonora di 9 settimane e ½. Pur attribuita nei credits a Jarre, Jonques De Pêcheurs Au Crépuscule / Fishing Junks At Sunset è in realtà un brano tradizionale cinese, qui suonato insieme all’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Pechino. Compare per la prima volta la famosa arpa laser (inventata da Bernard Szajner), che da quel momento diventerà strumento iconico di quasi tutti gli show di Jarre (e fonte di continue discussioni sul fatto che venga effettivamente suonata live o sia solo un trucco scenografico). Chiude il lavoro l’inedito japaniano Souvenir Of China, ideale album di foto ricordo realizzato al rientro dalla tournée.

Nel 1983 un gruppo di artisti francesi chiede a Jarre di sonorizzare una loro mostra, incentrata sul tema del supermercato. Durante la realizzazione delle musiche si sviluppa l’idea di pubblicarle in un disco da produrre e vendere in un’unica copia, come un quadro o una scultura.

Ironico statement contro la mercificazione dell’arte? Acuta critica nei confronti della banalizzazione dell’atto creativo, che pone Jarre come continuatore della Scuola di Francoforte e degno epigono di Baudrillard? O, più prosaicamente, geniale mossa di marketing?

Fatto sta che il vinile di Musique Pour Supermarché / Music For Supermarkets viene stampato in un unico esemplare alla presenza di un ufficiale giudiziario e messo all’asta il 6 luglio 1983 a Parigi insieme alle altre opere della mostra (battuto a 69.000 franchi: pare che l’acquirente, un certo signor Gérard, si fosse precedentemente svegliato dal coma ascoltando Souvenir de Chine). Nello stesso giorno l’album viene trasmesso una sola volta nella sua interezza da Radio-Luxembourg (l’invito a piratare l’evento viene colto dai fan: esistono dei bootleg, reperibili anche in rete) e il master tape viene pubblicamente distrutto. Non vengono però evidentemente cancellate le registrazioni: delle otto parti di cui si compone l’album, tre vengono riutilizzate successivamente, due già nel successivo album Zoolook. Pubblicato nel novembre del 1984, il nuovo lavoro riveste un ruolo importante nella discografia del Nostro, ponendolo nuovamente in bolla con lo zeitgeist del periodo, in un mondo, musicale ma non solo, sempre più pervaso dall’elettronica. Dominato dal Fairlight e dalle nuove possibilità di intervento digitale sul suono, ispirato dal connubio tra world music e tecnologia, Zoolook è un ottimo tentativo di imboccare una strada tra sperimentazione e synth-pop già presa da altri (e, a dirla tutta, con ben altri altri risultati), ad esempio dai Talking Heads sotto cura Eno, o dagli Art of Noise e compagnia ZTT). Registrato a New York, prodotto con l’assistenza del fido Frédérick Rousseau, mixato con l’aiuto di David Lord (collaboratore di Peter Gabriel ed esperto di Fairlight), l’album gode del sound engineering di Daniel Lazerus (tra i responsabili di quel capolavoro sonico che è The Nightfly di Donald Fagen) e dell’apporto di musicisti del calibro di Marcus Miller al basso, Yogi Horton alle percussioni, Adrian Belew alla chitarre e Laurie Anderson, per la quale Jarre nutre una grande ammirazione, che vocalizza su Diva, ovvero la parte 7 di Music For Supermarkets rinominata (l’altro recupero dall’”opera unica” è Blah-blah Café): per la prima volta nel corpus jarriano si lavora sulla voce umana (utilizzando fonemi da 25 lingue diverse, frutto delle ricerche dell’etnologo Xavier Bellanger e rielaborate elettronicamente).

Il successo, il declino

Nel 1985 Jarre viene contattato per organizzare un mastodontico concerto a Houston, in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni della città e dello stato del Texas, oltre che dei 25 anni della NASA. Lo show, presentato il 5 aprile 1986, coinvolge l’intera città: laser, fuochi d’artificio, i grattacieli utilizzati come sfondo per le proiezioni video, un milione e mezzo di spettatori (nuovo record registrato dal Guinness dei Primati). Oltre all’arpa laser, compare per la prima volta la mitica tastiera circolare luminosa. Per l’occasione viene assemblato, in tempi insolitamente rapidi, un nuovo album: Rendez-Vous, che viene dedicato a Ron McNair e agli altri astronauti periti nell’incidente dello space shuttle Challenger del gennaio 1986 (McNair avrebbe dovuto suonare dalla navetta l’assolo di sassofono in quello che sarebbe stato il primo brano musicale suonato e registrato dallo spazio). Dei sei appuntamenti di cui si compone l’album, ben tre riprendono lavori precedenti (le melodie del Secondo e del Terzo Rendez-Vous provengono da due canzoni scritte nel 1975 per Gérard Lenorman, il Quinto riprende la parte 3 di Music For Supermarkets), mentre il Quarto Rendez-Vous (che diventerà uno dei brani più noti di Jarre) si dimostra una sorta di riscrittura eurovisionista di Zoolookologie. Il sesto e ultimo brano, dove avrebbe dovuto collocarsi il sassofono suonato dallo spazio, viene chiamato Ron’s Piece (al posto di McNair l’assolo è curato da Pierre Gossez) e risolleva un po’ le sorti di un disco stucchevole ed evitabile. Sei mesi dopo Houston un altro show elefantiaco viene organizzato a Lione, città natale di Jarre, in occasione della visita di Giovanni Paolo II (la benedizione del Papa farà parte dell’album celebrativo dei due live En Concert Houston / Lyon, uscito nel 1987).

Rendezvous_houston

Con Revolutions (1988) prosegue (in peggio) il filone degli album funzionali agli spettacoli/evento: pensato in occasione di Destination Docklands (due concerti a Londra l’8 e il 9 ottobre ’88, poi testimoniati da Jarre Live del 1989) il lavoro (realizzato in due versioni) è un pasticcio senza appello tra banali e roboanti suite synth-sinfoniche e svisate etniche (dal medio oriente all’Africa). En Attendand Cousteau / Waiting For Cousteau (1990), dedicato al famoso esploratore degli oceani, è nettamente distinto in due parti: Calypso richiama nel titolo sia il nome dell’imbarcazione del Comandante francese, sia il ritmo caraibico del pezzo, incentrato sulle steel drums e chiaramente pensato per megatrenini live. Il lungo brano eponimo (la versione in CD dura quasi 47 minuti, più del doppio rispetto a quella inserita nel lato B della versione in vinile e in cassetta) è una inusuale incursione nella pura ambient music di stampo enoiano, utilizzato l’anno prima come sonorizzazione della mostra fotografica Concert D’Images, e poi impiegata come sottofondo introduttivo del concerto monstre a La Défence a Parigi del 14 luglio 1990 (terzo record da Guinness: due milioni e mezzo di spettatori).

Dopo tre anni di pausa (intervallata dalla compilation Images: The Best Of Jean Michel Jarre, continuous mix tra vecchie e nuove versioni dei maggiori successi e alcuni inediti, pubblicato nel 1991), nel maggio del 1993 esce Chronologie, nelle intenzioni dell’autore e nei fatti un ritorno al mondo Oxygène/Équinoxe, ma sempre con un furbo occhio rivolto al presente. L’incontro/scontro tra i “vecchi” synth analogici come ARP 2006 e Minimoog da una parte e le recenti diavolerie digitali Roland JD-800 e Kurzweil K2000 dall’altra, fa scaturire la scintilla perduta da anni. L’interessante e non forzata combinazione tra suoni degli anni Settanta e suoni degli anni Novanta porta ad un risultato finale che media tra le due istanze arrivando ad un sinfonic-electro-synth-pop-eurodisco molto Eighties, tra trance e trash, tra EDM e hair metal (ospite la chitarra heavy di Patrick Rondat), tra pitch bender e scratch, tra un Vangelis in ecstasy e i Pet Shop Boys in chiesa. Il tema del tempo che passa permette a Jarre di riciclare in parte il lavoro profumatamente sovvenzionato da Swatch (che nel settembre del ’92 aveva festeggiato con il francese il 100milionesimo orologio venduto). L’album, incredibilmente, funziona.

L’interesse verso il mondo della dance music si conferma con Jarremix, album di remix uscito nel 1995 in occasione del Concert pour la Tolérance sotto la Tour Eiffel, terzo trionfale Giorno della Bastiglia a Parigi per il Nostro. Tra le non memorabili versioni avrebbe spiccato il Laboratoire Mix di Oxygène 1 a cura di Laurent Garnier, che verrà però tolto subito dalla circolazione, non avendo incontrato il favore di Jarre, probabilmente perché troppo lontano dall’originale: succederà nel 1997 anche con Toxygene, remix degli Orb della parte 8 del seguito di Oxygène. Sì, perché ad oltre 20 anni dall’uscita della pietra miliare jarriana, Jamie ci riprova, rievocandone nostalgicamente stile e impostazione, con l’unica conseguenza di rimarcarne la lontananza.

Con la pubblicazione nel ’97 di Oxygène 7-13 i fan esultano, i critici meno: troppa acqua, troppa tecnologia, troppa “elettronicizzazione del mainstream” sono passate sotto i ponti della musica.

Buona parte dell’album verrà inserito in scaletta per lo show a Mosca del 6 settembre 1997: 3 milioni e mezzo di spettatori, quarto ingresso nel Guinness dei Primati. Anche in questo caso segue un album di remix (Odyssey Through O, accompagnato da un software per la sincronizzazione di immagini in real time con la musica): tra i crediti compaiono i nomi di Apollo 440 e Tetsuya “TK” Komuro (e non quelli degli Orb…), che ritroviamo insieme a Jarre sul palco sotto la Tour Eiffel il 14 luglio 1998, due giorni dopo la finale della Coppa del Mondo di calcio vinta in casa dalla nazionale francese. La festa è dominata dai ritmi techno progressive (c’è pure spazio per l’hip-hop, con Oxygène in the Ghetto!): questa volta sono i fan storici a non apprezzare la “svolta”.

Il nuovo millennio

Altro evento, altro album. L’evento è di quelli epocali: The Twelve Dreams of The Sun è il “faraonico” concerto in due parti tenutosi davanti alle Piramidi di Giza tra la notte del 31 dicembre 1999 e l’alba del 1° gennaio, in occasione dello strombazzato passaggio al “nuovo millennio” (per la frenesia globale anticipato di un anno…). Pur non potendo utilizzare come previsto la Grande Piramide come sfondo per le proiezioni, lo show rimane come al solito spettacolare, con interessanti soluzioni di adattamento al mondo mediorientale del materiale proposto. L’album, proposto quasi tutto in anteprima in occasione dell’evento, è Métamorphoses, poi pubblicato nel gennaio del 2000 (ma negli USA solo nel 2004…): lavoro composito, dove per la prima volta Jarre presenta una collezione di vere e proprie canzoni, per l’interpretazione delle quali chiama tanti ospiti (spiccano il ritorno di Laurie Anderson, voce declamante in Je Me Souviens, il tocco world-pop di Natasha Atlas in C’est La Vie, e il violino di Sharon Corr in Rendez-Vous à Paris) o ci mette del suo con il vocoder. Malgrado una rinnovata attenzione al suono, anche se sostanzialmente in ritardo su tutti i fronti, il risultato complessivo è troppo eterogeneo e derivativo per poter essere apprezzato in pieno, con momenti davvero tristi come il coro di Tout Est Bleu, lo pseudo-drum & bass campanaro di Bells o l’eurotrash di Give Me A Sign. Di certo Jarre non entra nel terzo millennio da protagonista.

Interior Music, CD realizzato nel 2001 in edizione limitata a 1000 copie, contiene la sonorizzazione di un’installazione audio-video creata per l’apertura di un negozio Bang & Olufsen a Parigi: interessante mèlange di field recording e landscapes ambient (per favore, non parliamo di musique concrète…), con e senza voci recitanti sconnesse frasi (tra cui alcuni slogan pubblicitari del brand danese) in stile noveau roman. Sessions 2000 (l’ultimo album di Jarre pubblicato, nel novembre 2002, da Disques Dreyfus) è un non inascoltabile ma anonimo accrocchio di pezzi tra ambient e chillout buttati giù insieme a Francis Rimbert a forza di preset campionati delle workstation Korg e Roland. Sulla stessa falsariga sottofondista è Geometry Of Love, commissionato dal proprietario del club parigino VIP Room e pubblicato nel settembre del 2003: sulla cover compare il pube pixelato di Isabelle Adjani, all’epoca fidanzata di Jarre (nella fase di passaggio da Charlotte Rampling ad Anne Parillaud…). Nel settembre del 2004 esce AERO, sorta di best of di versioni riviste in formato Dolby Surround 5.1.

Proseguono i concerti/evento (meno imponenti di prima), tra i quali spicca lo show del 26 agosto 2005 a Gdańsk, in Polonia, per festeggiare i 25 anni di Solidarnosc. Dall’audio-brunch del 12 aprile 2002 di Bruges viene estratto un Live pubblicato sull’iTunes Store nel 2006, contenente un pezzo proveniente niente meno che da AOR, l’opera elettronica del 1971. Nel 2007 il concept album Téo & Téa avrebbe dovuto rappresentare per Jarre il ritorno su grande scala, e invece si dimostra il suo “spettacolare nadir”. Per il dozzinale europop proposto vengono utilizzati paro paro e senza remore presets della groovebox Roland MC 808. Il minimo sforzo per il minimo risultato. Cercando di recuperare velocemente credito, Jarre si arrocca nel passato: a fine 2007 viene pubblicata una versione rimasterizzata di Oxygène accompagnata da un DVD (anche in 3D) dove viene presentato Oxygène Live in Your Living Room, progetto (poi portato in tournée) con il quale il lavoro di trent’anni prima viene riproposto dal vivo nella sua interezza (con nuove parti di collegamento) con strumentazione analogica vintage (in quartetto, con Dominique Perrier, Francis Rimbert e Claude Samard).

2015-2016: Electronica

I concerti proseguono, ma discograficamente ci si ferma qui. Almeno fino al 16 ottobre 2015, quando esce Electronica 1: The Time Machine. Con il terreno preparato dalla pubblicazione, poche settimane prima, di una furba ma completa summa della carriera (Essential Recollection), l’album è una forte dichiarazione di primogenitura, attraverso quindici diverse collaborazioni con vecchi e nuovi protagonisti di quel mondo sonoro che Jarre ci ricorda di aver contribuito a creare (i nomi dei coinvolti sono tali da essere tutti ricordati: Laurie Anderson, al suo terzo featuring jarriano, Edgar Froese/Tangerine Dream, Pete Townshend, John Carpenter, Vince Clarke, gli Air, Moby, 3D dei Massive Attack, Fuck Buttons, M83, Boys Noize, Little Boots, Gesaffelstein, Armin Van Buuren, Lang Lang). Il primo dei due volumi previsti di collaborazioni «rimane un (buon) disco che si lascia ascoltare abbastanza piacevolmente e aggiorna in parte le ossigenate esplorazioni passate regalando un piacevole effetto nostalgia, seppur con qualche sporadico scivolone di dubbio gusto» (L. Roncoroni). Electronica 2: The Heart Of Noise, con un’altra vagonata di featuring illustri, esce il 6 maggio 2016. A giugno un definitivamente redivivo Jarre è una delle punte del line-up del Sonar 2016. Il 2016 si chiude con l’uscita del terzo capitolo di Oxygene, in occasione del quarantennale della pubblicazione del debutto: ennesima dimostrazione dell’acume di marketing del francese, ma musicalmente inutile.

Ultime notizie (finora): nel 2017 il nome di Jarre figura nel “dream team” dei credits di Humanz, il quinto album dei Gorillaz di Damon Albarn. Nel 2018 Jean Michel compie 70 anni, e per l’occasione pubblica l’ennesima raccolta (Planet Jarre), dove è contenuto l’inedito Coachella Opening composto ad hoc per lo show californiano. Il 16 novembre 2018 esce Equinoxe Infinity, operazione celebrativa fotocopia di quella relativa ai 40 anni di Oxygène.

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