Recensioni

Su tutto, la costruzione a tavolino. È a questo che devono aver pensato i vertici Netflix una volta ripescato il progetto di un film sui Mötley Crüe, in sviluppo dal lontano 2006, passato per le mani di Paramount e MTV Films prima e Focus Features poi. L’incapacità di ricavare un buon soggetto da circa trent’anni di aneddoti e storielle (quando non storiacce) ha probabilmente spinto verso quella che sembrava l’unica soluzione possibile per assicurarsi dei buoni profitti, magari per vendere qualche copia dell’eventuale colonna sonora e cavalcare ancora l’onda lunga dell’effetto nostalgia di stampo eighties (nonostante sia ormai chiaro a tutti che i Novanta stanno iniziando a chiedere i loro quindici minuti indietro). L’occasione era di quelle da non farsi sfuggire: il fenomeno mondiale di Bohemian Rhapsody ha scoperchiato un vaso di Pandora a cui già tantissimi produttori stanno accorrendo famelici, pronti a gettare in pasto a una folla che non vede l’ora di sgolarsi in un po’ di karaoke con le immagini in movimento che scorrono davanti ai loro occhi in una sala buia. Sostanzialmente: chi se ne frega delle storie. Ogni band ne ha una potenzialmente adattabile per il cinema, ma siamo sicuri che quest’ultimo mezzo tragga veramente beneficio da quest’ultimo particolare tipo di operazione? E se la risposta è negativa, non ne risentirebbe anche, seppur in minima parte, la reputazione della band presa in oggetto?

Facciamo un passo indietro a prima che la febbre di Bohemian Rhapsody cominciasse a far danni, provocando una sorta di revisionismo disneyano un po’ troppo stucchevole con al centro volti e situazioni simbolo della storia del rock. Prima ancora delle band, al centro dell’attenzione c’erano le storie e il loro sapersi inserire all’interno di un mezzo completamente differente da quello che è racchiuso all’interno di uno studio di registrazione o di un palcoscenico da stadio. Potremmo tornare benissimo al 1986, quando Alex Cox provò a restituire lo spirito punk del decennio appena precedente attraverso un film altrettanto anarchico. Il suo Sid & Nancy viveva sì di grandi interpretazioni (con un allora 27enne Gary Oldman), ma aveva anche un cuore romantico invidiabile; un tentativo non proprio riuscito, probabilmente per il suo procedere troppo schematico, ma quantomeno rimaneva sempre ancorato a una narrazione ben precisa. Nel 1991 toccò a Oliver Stone raccontare l’epopea dei Doors nell’omonimo film, che si sincronizzò abbastanza automaticamente con la poetica d’autore del regista di Platoon, che in questo modo aveva l’opportunità di raccontare ancora un altro lato del Vietnam (i soldati ascoltavano proprio Jim Morrison e compagni sui campi di battaglia vietnamiti, e cosa ascolta il Capitano Willard di Apocalypse Now se non The End?).

Bowie e un certo modo di intendere il periodo glam sono stati ritratti egregiamente da Todd Haynes in Velvet Goldmine, lo stesso Haynes che un decennio dopo tradurrà in pellicola (Io non sono qui) quello che Bob Dylan ha significato per oltre tre generazioni di ascoltatori, ovvero un poeta dai mille volte e dai mille significati, in un quadro tanto impressionista quanto profondamente postmoderno. In Last Days, Gus Van Sant non era interessato né all’uomo né tantomeno al mito di Kurt Cobain, ma riuscì comunque a restituirne il senso di annullamento che lo accompagnò nei suoi ultimi, interminabili giorni e alla sua morte che tra le righe acquisiva i caratteri di un rituale. In ControlAnton Corbijn – professione fotografo – sceglie il bianco e nero per restituire intatte le mille ombre della mente di Ian Curtis. Questi sono solo alcuni esempi di biopic musicale, un genere cinematografico quindi e non un karaoke per immagini. Uno sguardo su una band, un poeta, una canzone, un momento preciso da incastonare nei ricordi, ma prima di tutto uno sguardo.

È proprio quest’ultimo a mancare completamente in The Dirt, che al termine dei suoi interminabili 108 minuti di durata finisce per essere solo una raccolta neanche troppo vivace o irriverente di aneddoti, senza uno straccio di storia a sostegno. Man mano che gli aneddoti si susseguono sullo schermo diventa sempre più palese l’inconsistenza di un’impalcatura così fragorosa. D’altronde, dallo sceneggiatore che ci ha regalato perle come xXx – Il ritorno di Xander Cage non è che ci aspettassimo il nuovo 24 Hour Party People, anche perché Jeff Tremaine (uno che si è fatto una carriera grazie a Jackass) non ha certo dalla sua quell’appeal tutto britannico che rendeva la pellicola di Michael Wintebottom una gustosa comedy dallo humour nerissimo. Al contrario, è proprio quel sapore agiografico a ogni costo a lasciare perplessi a più riprese: il Rock & Roll può rivelarsi un’arma a doppio taglio, e i nostri protagonisti ne escono con le ossa rotte. Purtroppo, sembrano anche gli unici ad essersene resi conto…

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