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Dopo aver condito col suo riconoscibile tocco parecchi generi cinematografici nel corso della sua ormai quarantennale carriera da cineasta – il gusto per la Nouvelle Vague in Stranger Than Paradise, il prison movie in Daunbailò, l’on the road a più riprese in Mystery Train, Taxisti di notte e Broken Flowers, il western in Dead Man, il noir in Ghost Dog – e soprattutto dopo aver preso di petto la figura del vampiro in quel canto romantico e crepuscolare che era Solo gli amanti sopravvivono, Jim Jarmusch decide di organizzare un party per la fine del mondo prendendo in prestito un’altra figura storica del genere horror: lo zombie. Al party sono invitati alcuni degli attori/amici più illustri del regista dell’Ohio, per un carosello dei ricordi indispensabile a suggerire quell’atmosfera di addio necessaria affinché tutto venga spazzato via e si riparta probabilmente da zero, o quasi. Massacrato dalla critica dopo la presentazione al Festival di Cannes, così come all’arrivo in sala, I morti non muoiono è stato accusato spesso di girare a vuoto, di non costituire come vorrebbe una critica così forte al sistema americano, o più in generale all’ideologia occidentale, di non utilizzare in definitiva la figura dello zombie romeriano come fece appunto il maestro newyorchese nel capolavoro del 1968.

Il punto è che nel 2019 la figura dello zombie – americanamente inteso – è così già abusata che non avrebbe avuto alcun senso da parte di Jarmusch riutilizzarne i connotati satirici per attaccare una società che è già la caricatura di sé stessa. Difatti, gli esseri più sconcertanti che si aggirano per le strade di Centreville – la città al centro di tutto, l’America trumpiana ma anche l’Occidente intero – sono i cittadini di questa piccola località di nemmeno un migliaio d’abitanti, che si trascinano inermi giorno dopo giorno, così assopiti che anche quando la minaccia di un’apocalisse zombie incombe e diventa concreta tutti reagiscono come se l’avessero sempre attesa, come se il ciclo di avvenimenti recenti che ha colpito il mondo occidentale fosse stato un indicativo campanello d’allarme. Così, l’Agente Ronald Peterson – l’esatta antitesi del Paterson dell’omonimo film precedente – anziché meravigliarsi non si stupisce di nulla, anzi conferma a più riprese il suo cattivo presentimento su tutta la vicenda, irritando perfino il più attempato collega Cliff Robertson (l’immancabile Bill Murray) e suscitando il panico della collega Minerva Morrison.

I morti non muoiono è quindi sì un grande party per la fine del mondo dove tutti gli amici si riuniscono per un ultimo grande canto insieme – c’è Iggy Pop che reclama la sua tazza di caffé come in Coffee and Cigarettes, c’è Eszter Balint del primo (vero) film di Jarmusch, Stranger Than Paradise, che è anche la prima vittima della storia, ci sono gli sfacciati riferimenti ipertestuali, come la presenza di Adam Driver sia nell’universo jarmuschiano con il suo rimando a Peterson/Paterson sia in quello lucasiano di Star Wars (Driver è Kylo Ren nella nuova trilogia sequel) – ma è altresì un altro tentativo perfettamente riuscito di ricodifica di un genere già “morto e sepolto”, del ribaltamento/rielaborazione di un topos narrativo in una versione che va oltre anche la parodia stessa de La notte dei morti dementi di Edgar Wright.

Gli zombie di Jarmusch sono proprio come il barbone che vive tra i boschi interpretato da Tom Waits: superflui in questo mondo, in quest’epoca al culmine delle vicende politiche cui gli Stati Uniti sono giunti; hanno la stessa funzione di quelli che nel film, dopo il fattaccio, continuano a ripetere in modo divertito: “Io ve lo avevo detto”. Che Jarmusch ce lo avesse detto davvero (nel ritratto di Detroit nel già citato Solo gli amanti sopravvivono), che Centreville sia solo una cittadina fittizia (ispirata al 200 Motels di Frank Zappa), ironicamente “A real nice place to raise your kids up”, sono solo alcuni dei tanti indizi disseminati lungo questa narrazione dalla natura beffarda, che esplode in un cortocircuito metacinematografico – altro sberleffo verso quel post-modernismo di cui Jarmusch stesso è un esponente di spicco – attraverso il quale mettere alla berlina persino la funzione didattica dello strumento cinema, in attesa che un evento davvero fuori dall’ordinario – come la vista di un alieno che decide di abbandonare il pianeta in cui da anni viveva in segreto – ci ridesti dal torpore, dal letargo intellettuale di quest’epoca. Questa generazione merita di essere spazzata via e i segnali di questo destino sono ovunque e sotto i nostri occhi. Non resta che riporre almeno un briciolo di speranza nelle nuove leve.

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