• Feb
    09
    2018

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Play It Again Sam

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Donna, bestia, fragile bambina, una voce sola per buttar fuori tutta quella necessità che è la musica, capace di restituire la “vita sognata”. Dal soffio vitale di una splendida Joan Wasser, finalmente sicura del proprio bagaglio personale e artistico, sempre più Joan e sempre meno Police Woman, si articola una forma, si creano più voci, e lì il mistero della sua musica spazza via ogni nube del passato e si tuffa nella più totale trasparenza. Dopo la densità soul riversata in The Classic e l’esperienza non proprio riuscitissima del 2016 in coppia con Benjamin Lazar Davis per il trambusto electro-pop Let It Be You, la cantautrice americana torna con quello che è il suo lavoro più selvaggio e terragno finora. Sin dal titolo, Damned Devotion parla alla parte meno razionale del nostro sentire, una devozione dannata, contraddizione in termini, a simboleggiare un ritorno al passato più scarno e sincero visto nella scia di una possibile salvezza di fronte alla potenza talvolta devastante dell’amore.

Trafiggendo(si) il cuore, seguendo il corso di un amore maturo, doloroso, lussureggiante e ora perduto, Joan si lascia nuovamente stregare da quella sensazione senza tempo che ci avvolge tutti nel momento della resa. È un’anima in pena, fragilissima ma con le spalle larghe e la schiena dritta: senza costrizioni, senza filtri, senza rimpianti Damned Devotion scorre fra i silenzi profondi e attenti della sua creatrice. Anatomia di una passione, fotogramma urgente, sospiro universale; chi è pronto a volerne prendere le distanze, mente soltanto a se stesso. Il suono della fame del suo cuore, come lo chiama in una title track di sofisticata potenza e struttura, scalda un tormento elettrico e ipnotico a metà fra r’n’b e soul music di stampo americano, un po’ con lo sguardo di Nina Simone, un po’ con l’atteggiamento dei Sonic Youth.

Ammalia l’electro soul di Wonderful, dai toni lascivi di casa Portishead, mentre la Wasser decide di lasciare andare il passato e aprirsi a nuovi inizi. Non è certo semplice come suggerisce Warning Bell, quei campanelli d’allarme di cui rimpiange la mancanza per essere protetta da legami tremendi: i synth ariosi del brano rivestono una ballad pianistica dalla natura circolare, come lo sono gli errori compiuti in amore: «If there was a warning bell / I’d know / But all I hear is music / Soft and low / I never see it coming»L’ipnoticamente pop-soul zuccherino di Tell Me, ricolmo di morbidezza e calore, abbassa le difese di una donna combattiva, mostrando una natura più rilassata, grazie anche all’abile mezzo falsetto. Steed (for Jean Genet), dalla sensuale urgenza carnale, ricorda un funky groove à la Prince con la sua vertigine erotica e persuasiva. Dedicata all’amato Genet, il brano scioglie tutto l’appetito fisico di chi, come lo scrittore francese, ha lottato per la libertà sessuale. Lo fa a ritmo di r’n’b, jazz e soul, come su una pista da ballo, selvaggiamente fieri di ciò che si è diventati.

Dalla title track, che fa un grande uso della drum machine, si passa a quella che potremo definire la spina dorsale e drammaturgica del disco, The Silence: nella sua invocazione adorante dell’altro sull’altare dell’amore, la Wasser onora lo spirito di molti, amanti reali e miti che non ci sono più. «I’m told that wounds are where the light gets in»: Joan canta Leonard Cohen che citava a sua volta Gialal al-Din Rumi, poeta mistico duecentesco. Si affida alle parole, urlate a gran voce di altre, delle donne della Women’s March che si è tenuta a Washington nel gennaio 2017.  My body, my choice. C’è la summa artistica di un lavoro complesso e sincero come Damned Devotion, in questi quattro minuti e quarantadue secondi, il femminismo ragionato e la volontà di coinvolgere gli uomini, il coraggio di dire ciò che si pensa, la paura e l’inibizione provate di fronte alla minaccia. E a salvarci, sebbene portatore di ulteriore sofferenza, sempre lui, l’amore.

Il maestoso limbo di falsetti che regala Rely On sposa le onde della tenerissima ballad pianistica What Was It Like, omaggio al padre scomparso, in cui l’artista di Biddeford sperimenta sonorità espressioniste à la dEUS. Se il jazzy groove di Talk About It Later riafferma le complessità dell’amore nel mondo di Joan As Police Woman, incastrato nell’inquietante e grumoso mellotron, con Silly Me assistiamo a un confessionale fatto di afrobeat e dubbi: «Perché mi fido di questo tizio?», rimprovera a se stessa mentre un tappeto di beat insidiosi prende il sopravvento sull’incapacità di volersi davvero bene.

In questo strabordante, bellissimo e coeso Damned Devotion c’è tutto il mondo della musica black, il soul jazz più sofisticato e intimista, e quello indie folk più dark. Un neo-soul costruito attorno a trame di tastiera e poemetti esasperati ma mai noiosi sulle complessità estenuanti dell’amore, un piccolo trionfo di scrittura che tocca livelli di pura onestà, incertezza e accettazione della qualità effimera dell’esperienza umana. La chiamata sacra, la consacrazione all’amore, operata da Joan As Police Woman, ci lascia atterriti, tanta è la dedizione e la voglia di non sottrarsi ad alcun tipo di dolore. Per la troppa vita che ha nel sangue, sempre così smisuratamente perduta ai margini dell’amore.

9 Febbraio 2018
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