Recensioni

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Se è vero che la sperimentazione in musica è un processo che può richiedere anni, è altrettanto vero che a supporto di essa vanno inevitabilmente forniti, prima o poi, dei risultati. La carriera dei Joan of Arc, arrivata ormai al ventesimo anno di attività, è stata un susseguirsi di test, cambi di formazione e inversioni di rotta in materia di sound. Lo scanzonato mix indie acustico-elettronico del disco d’esordio lasciava spazio, dopo la dipartita di Mike Kinsella (fondatore dei seminali Cap’n Jazz), alle sbilenche sfuriate emo e noise di How Memory Works per poi rinchiudersi in uno sperimentalismo forzato e incomprensibile, quasi una bruttissima copia di Phil Elverum. Le bastonate della critica (memorabile l’1.9 di Pitchfork a The Gap), un rimpasto degli effettivi (con Tim Kinsella sempre al timone) e una maggiore attenzione per il songwriting portava i JOA a sfornare qualche titolo labilmente penetrabile e in parte fuori da quel nonsense solo vagamente art che resterà comunque il marchio di fabbrica della band di Chicago.

Joan of Arc, Dick Cheney, Mark Twain del 2004 e Boo Human del 2008 mostravano il lato meno nichilista dei Nostri e la capacità di essere contemporanei senza volerlo troppo, sempre sghembi ma all’interno di un sentiero. I numerosi tentativi per definire l’oggetto JOA portano a un anno fondamentale per la band, il 2017. Lo scorso anno vede la luce quello che avrebbe voluto essere il manifesto della band, il risultato di tanta ricerca su sound e capitale umano: He’s Got the Whole This Land Is Your Land in His Hands. In una intervista dello scorso anno rilasciata a Noisey, Kinsella affermava: «People definitely think they know me from stuff I make. And, to a degree, they do. I used to be very protective of that idea of “you can’t think you know me from what I say in this one song”, but the body of work as a whole definitely creates a constellation – and there is a thing in the middle of it, which is me».

E He’s Got… rappresentava proprio questo punto d’incontro. Libero, urgente, aderente al qui e ora, ben identificava la galassia personale Tim Kinsella e, per estensione, quella Joan of Arc. Ma il punto d’arrivo per una band del genere può anche non arrivare mai. Ecco quindi che appena un anno dopo un disco che, seppur ancora una volta male accolto dalla critica, rappresenta un check point importante, Kinsella decide di sparigliare le carte e creare qualcosa di brutalmente diverso. 1984, l’album numero ventitré, vede cadere la leadership vocale di Kinsella a favore di Melina Ausikaitis. Proprio intorno a questa voce, a tratti indigesta, si sviluppa un pastone lungo nove tracce del quale si faticano a trovare capo e coda. Il recitativo iniziale di Tiny Baby è da film dell’orrore, e dei quattro minuti e mezzo proposti ne sarebbero bastati meno della metà. Tuttavia la vocina tagliente viene reiterata e declinata nei vari (e vaghi) episodi del lotto: una Azealia Banks soffocata in Vertigo, un requiem in Maine Guy, una parodia di Aldous Harding in Truck. Non basta nemmeno il semi-intermezzo Psy-fi/Fantasy e l’unica comparsata alla voce di Kinsella (Forever Jung) a ricordarci che da qualche parte aleggiano Flaming Lips e Ariel Pink, perché il pasticcio inconcludente si è già consumato.

Se per una band controversa, difficile e tormentata come i Joan of Arc un lungo capitolo si era appena chiuso, 1984 è con buona probabilità il modo peggiore per intraprenderne uno nuovo.

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