Recensioni

7.5

John Carpenter è un tipo schietto, lo è sempre stato. Se gli capita di accettare un lavoro esclusivamente per soldi non esita a sbandierarlo immediatamente, da bravo capitalista liberale. Fu così nel 1981, quando accettò di mettere mano alla sceneggiatura del sequel del suo capolavoro – già all’epoca considerato un esercizio inutile e svogliato – Il signore della morte e dei pessimi remake di Distretto 13 e The Fog, usciti entrambi nel 2005. Ma lì si parlava di piccoli apporti alla sceneggiatura, su cui non aveva alcun controllo creativo, e di produzione (giusto per ricavarne qualche quattrino, visto che Carpenter non possiede i diritti sulle sue opere), ma in quanto a colonne sonore il Nostro ci ha sempre saputo fare, eccome. Già nel bistrattato (perfino da lui, che ne rigirò alcune scene prima di mollare definitivamente il progetto) Il signore della morte, Carpenter optò per una variante dei temi diventati ormai dei classici nell’immaginario collettivo (basti citare solamente la Halloween Theme e la Laurie’s Theme) in chiave più gotica, così da conferire al prodotto finito una personalità che lo distinguesse dall’inarrivabile capostipite.

Per risalire all’ultima colonna sonora a firma Carpenter bisogna arrivare al 2002 e rimamere sempre all’interno della saga di Michael Myers, Halloween – La resurrezione, mentre gli ultimi impegni musicali del regista di Carthage risalgono ai due Lost Themes pubblicati rispettivamente nel 2015 e 2016 (a cui si aggiunge l’antologia del 2017). Si arriva quindi a Halloween, soundtrack ufficiale dell’omonimo (ed ennesimo) sequel/reboot di David Gordon Green in uscita il 25 ottobre, per la quale Carpenter richiama in servizio il figlio Cody e il nipote Daniel Davies (figlio di Dave Davies dei Kinks). In essa ritroviamo tutti i temi più amati del film che proiettò il regista nel firmamento dei più grandi cineasti di sempre, e non è un mistero che fu proprio la sua colonna sonora a convincere i produttori a distribuire il film (dopo una prima, disastrosa proiezione senza musiche). Della delusione per il remake parleremo più avanti sempre su queste pagine, ma le critiche non riguardano affatto la sua soundtrack, che al contrario è uno degli aspetti migliori della rivisitazione voluta da Green e Danny McBride (co-sceneggiatore). In effetti, potrebbe risultare un po’ straniante, ma non se si conosce il modus operandi di Carpenter; infatti, è come se questi avesse elaborato la nuova partitura musicale pensando a un film completamente diverso (ovvero migliore), più vicino al suo di stile cinematografico, che non a quello – decisamente più scialbo – di Green.

Ecco allora che la Halloween Theme si elettrizza e subisce l’influenza di un post-industrial rock (impossibile da concepire nei primi Duemila ma perfettamente naturale oggi), quasi come se da un momento all’altro dovessero spuntare i Nine Inch Nails, sensazione ribadita peraltro anche dalla minacciosa Michael Kills (e dalla fulminante Michael Kills Again), con The Shape Kills a subire la stessa influenza malsana. Se la Laurie’s Theme del 1978 rifletteva l’innocenza della protagonista nel film originale, in questo nuovo capitolo è intrisa di una malinconia esasperata e anche deleteria, perfettamente chiara nel descrivere una Laurie ormai divorata dalla tragedia che in quarant’anni non ha voluto dimenticare. Malinconia che confluisce nella successiva Prison Montage, in grado di suggerire un macabro collegamento tra due menti poi non così lontane (Laurie e Michael). Quarant’anni dopo è ancora indubbia la capacità innata di Carpenter nel creare una tensione emotiva e psicologica tangibile (lo è nella splendida Say Something o in The Shape Is Monumental), prima di esplodere nuovamente nell’inevitabile confronto finale (The Shape and Laurie Fight). Insomma, al termine dell’ascolto (non importa se pre o post-visione), si ha la certezza di aver ascoltato il racconto di un vecchio amico che non si vedeva da anni e che adesso brilla di una luce molto diversa, più suggestiva, riflessiva e divertita (Halloween Triumphant). Ma anche il rammarico che a questa splendida partitura non corrispondano immagini all’altezza.

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