Recensioni
John Lennon
John Lennon Imagine - The Ultimate Collection
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Stefano Solventi
- 7 Ottobre 2018

La tentazione di iniziare con una di quelle affermazioni che sembrano pensate per far alzare il sopracciglio al lettore, è forte. E il bello delle tentazioni, Oscar Wilde insegnava, è cedere: Imagine, l’album, mi è sempre sembrato il fratellino sdolcinato di Plastic Ono Band, quest’ultimo – primo lavoro solista di Lennon dopo la dissoluzione dei Beatles – cucito con brandelli di amarezza, furia, euforia, disperazione, baldanza, rapimento e insomma passione ad alzo zero, aspra e palpitante come se fosse appena stata colta dal melo di un Eden disastrato. Imagine fu pubblicato quasi un anno più tardi, nel settembre (USA) e ottobre (UK) del 1971, dopo che in mezzo fu consumata la parentesi pacifista e ultra fricchettona di Power To The People, singolo che ripercorreva il solco innodico piuttosto (e volutamente) gratuito di Give Peace A Chance, prima uscita targata Plastic Ono Band del luglio 1969. Di Imagine penso che sia bello, insomma, ma non privo di pecche. Tutte peraltro pianificate. Ma partiamo dall’inizio, ovvero da quello che accadeva dopo la fine.
Il Lennon post-scarafaggi riversava su quell’alba dei 70s impegno a oltranza in una cifra espressiva che vedeva, tra gli altri ingredienti, primeggiare l’elaborazione dei propri demoni interiori e l’amore per Yoko Ono. Di quei demoni, alcuni erano ben presenti già nel catalogo beatlesiano (il travagliato rapporto con la madre), così come ovviamente (e malauguratamente, almeno per i fan) la scoppola per l’artista nipponica, mentre nuovo di pacca era invece l’impasto di risentimento e rammarico per la fine dei Fab Four, con particolare riferimento al dissidio maturato nei confronti di McCartney. In questo senso, probabilmente la parte finale di God – penultima traccia di Plastic Ono Band – coincide con uno dei più toccanti epitaffi (di un’avventura e di un’epoca) mai uditi in una rock song («The dream is over / What can I say? / The dream is over / Yesterday / I was the dreamweaver / But now I’m reborn / I was the walrus / But now I’m John / And so, dear friends / You’ll just have to carry on / The dream is over»).
Phil Spector c’era già, in Plastic Ono Band, accreditato come co-producer. Si occupò solo del missaggio, e un bel po’ di merito gli va certo attribuito se quel suono riusciva a costruire un “luogo emotivo” tanto crudo quanto ammaliante, senza rinunciare a un’impostazione essenziale (in pratica soltanto piano, chitarra, basso e batteria) che pure sapeva trasmettere quel senso di irripetibile beatlesiano, un out-of-time che nel caso specifico sceglieva di recuperare radici e ascendenze folk-blues da opporre al volgere dei modi e delle mode, anche a costo di sembrare uno sfoggio di pura retroguardia (tutto intorno, in quel ruggente 1970, era un brulicare di hard rock, post-psichedelia, country-rock, funk e prog).
Viene da dire che il John Lennon solista era ben più che se stesso: in lui premeva forte il senso di aspettativa per tutto ciò che era stato, ogni nuova canzone non poteva che giocarsela sul piano del confronto, termine da intendersi sia nel senso di comparazione con le meraviglie sfornate nei 60s (ovviamente coi Beatles) che in quello di sviluppo e resa dei conti: un “dialogo” inevitabile con la pressante meraviglia di quel repertorio e ciò che restava delle relazioni umane che all’epoca sembravano ritagliate sull’ideale stesso dell’amicizia. D’altronde un po’ retrivo Lennon aveva già dimostrato d’esserlo in epoca post-White Album, mitigando la vena sperimentale a vantaggio di un’acidità RnB che sapeva tanto di ritorno alle origini (basti considerare la sola Come Together), un po’ come se nel frattempo i tre (abbastanza inascoltabili) album firmati assieme a Yoko si fossero presi tutta la sua brama d’avanguardia. Così, in attesa di omaggiare gli ascolti giovanili in Rock’n’roll (1975), uno dei più geniali artefici della stagione psichedelica si trovava ad affrontare i 70s con la sua fama immensa e problematica, cantautore col cuore da teddy boy e gli ideali dei 60s ancora nel taschino.
Plastic Ono Band andò bene ma non benissimo, raggiunse la prima posizione solo in Olanda, per dire. Troppo concettuale, troppo impegnato, troppo scostante, poco modaiolo. Con Imagine la voglia di svoltare è fin da subito evidente: lo è fin dalla prima traccia, che è appunto la title track, uno di quei momenti in cui la storia del pop-rock si ferma ad ascoltare. Imagine è una ballata bellissima. Bellissima. Che oggi è quasi fastidioso ascoltare, tanto è stata usata in ogni contesto, reinterpretata, infedelmente tradotta, anestetizzata e squartata, spremuta e diluita, fino a farne pura muzak, segno sonoro buono per far scodinzolare pavlovianamente ogni razza d’ascoltatore. Ma tutto questo è avvenuto perché Lennon ci è riuscito, ha fregato tutti: quel piano insistente e immerso in un liquido amniotico fatto di luce esausta, la voce che sembra appena strappata alla malinconia di un sogno, il suono assieme timido e solenne – quasi virginale – del basso (il vecchio amico Klaus Voormann, autore della copertina di Revolver) e della batteria (è Alan White, poi per una vita negli Yes), la sdolcinatura levigata e discreta dell’orchestra, il tutto al servizio di una melodia tanto elementare quanto incantevole, perfetta sia nella fase attendista delle strofe – con quel montare trepido – che nel rilascio del chorus.
Un ordigno pop fin troppo privo di difetti, su cui Lennon cuce un testo anti-capitalista, anti-religioso e pacifista, usando una terminologia estremamente semplice, quasi elementare. E qui sta la genialità: Imagine è un inno, si rivolge a un popolo e ad esso si offre, gli trasmette concetti che contrastavano allora (e ancora oggi) con tutto ciò che tiene assieme i modelli sociali (politici ed economici), immaginando (appunto) questo stesso popolo come universale, definito cioè dall’universalità del pop. Un testo banale? Certo. Lo stesso che si può dire di I Don’t Want To Be A Soldier, poche variazioni attorno a un concetto semplicissimo (“non voglio fare il soldato, non voglio morire”), reiterato ossessivamente con ghigno blues inacidito, un blues che sembra piantarti un chiodo in testa (assieme a vaghe reminiscenze di You Really Got Me dei Kinks). Tutto molto chiaro e semplice, ai limiti del semplicismo, come anche l’esplicita Gimme Some Truth: c’è da espettorare il disprezzo per Tricky Dicky-Richard Nixon e tutto il baraccone falso e guerrafondaio della politica, quindi ecco questa invettiva incalzante con in gola il disgusto, col non piccolo aiuto di George Harrison a sfoderare la slide tra chiari echi Abbey Road (epoca a cui risalivano le prime bozze). A Lennon sembra interessare principalmente che i concetti arrivino con meno ostacoli possibile al massimo numero di ascoltatori. Lubrificati da una forma pop-rock estremamente riconoscibile, essenziale.
Chiarezza e invettiva sono la caratteristica anche di How Do You Sleep?, bluesone sputato in faccia all’ex-amico Macca, reo di aver rilasciato dichiarazioni e allusioni su Lennon anche a proposito della sua relazione con Yoko Ono. Pare che lo stesso Ringo, passato dagli Ascot Sounds Studios durante le incisioni, abbia sbottato nei confronti di John chiedendogli di abbozzarla. Lui, niente, ce l’aveva a morte con Sir Paul, tanto che il “marcio dentro” di Cripple Inside si riferirebbe proprio a lui, a partire da quell’andazzo tra country rock e ragtime (al piano c’è Nicky Hopkins, al dobro Harrison) che da sempre staziona nel dna di McCartney. Retroguardia, dicevamo: certo, ma c’è un motivo. A proposito, It’s So Hard è un altro blues con le unghie nella gola che ha senso proprio per la capacità lennoniana di far sembrare significativo un costrutto tanto risaputo, oltre che per il sax di King Curtis e per quel geniaccio di Spector che decide di aggiungere i riff d’archi dei Flux Fiddlers (una sezione della New York Philharmonic orchestra), ottenendo un contrasto efficace e straniante col graffio imperioso della chitarra.
Un disco insomma che si vuole al centro del mondo seppur musicalmente sfasato, non aggiornato, classico e pop, ruvido e tradizionale. Poteva permetterselo, Lennon, perché in possesso di una scrittura capace di tutto, ovvero di passare da una Oh Yoko che mette in piazza con franchezza disarmante l’adorazione per la Ono (una ballatina folk da lalleggio infantil/fricchettone che pure, boh, sta in piedi) a quell’autentico prodigio di Jealous Guy, sempre dedicata alla compagna, ma qui tra harmonium, vibrafono e archi è capace d’inerpicarsi sulle vette del pop sinfonico più alto e d’imporsi come una love song capricciosa e struggente. Assieme alla title track è il pezzo da novanta della scaletta, però incapace all’epoca di farsi luce negli airplay (si rifarà negli 80s, dopo l’assassinio di John, rilanciata da una cover dei Roxy Music).
Mancano due tracce all’appello, non a caso. Meno celebri, sono però due gioielli. How? si ispira alla stessa primal therapy cui si sottoposero John e Yoko e di cui era intriso Plastic Ono Band, a partire dalla formidabilmente parossistica Mother, ma si dipana con passo letargico, spinta da un’amarezza esausta, recando tracce palpabili di Golden Slumbers, simili certi passaggi melodici e il senso di meditazione al crepuscolo delle avventure, tra pause orchestrali cariche di splendida apprensione. L’altra meraviglia è Oh My Love, chitarra e piano ad alzare paratie in mezzo al quale scivola una ballatina che apre parentesi e le lascia appese in aria come piccole lune scontrose, una roba che non la metti in cantiere se non sai di poter contare su una voce così, funzione d’onda tra se stessa e il proprio riflesso, zampillo e ombra, di cui poteva vantarsi un Lennon e pochissimi altri. Tra questi altri ci metterei magari Elliott Smith: già, chissà Elliott quanto l’ascoltò questa canzone (così come Look At Me di Plastic Ono Band), anche se di lui sappiamo vieppiù quanto amasse suonare Jealous Guy.
Ecco, un punto importante nel giudicare (dovendo proprio) Imagine, mi sembra esattamente questo: per il suo tempo e nel tempo non è stato un album significativo rispetto agli sviluppi del rock, essendo anzi, come già detto, un lavoro che cerca di rinchiudersi nella torre d’avorio della dimensione lennoniana, rimuovendo visioni psichedeliche ed escursioni sperimentali, aggrappandosi a radici sonore che forse intendono alludere al recupero del sostrato psicologico che apparteneva al John Lennon ante-Beatles. Ma proprio perché vuole essere profondamente questo, e definire il solista oltre a ciò che è stato nei e grazie ai Beatles, proprio perché sa di poter fare perno su una statura di compositore e interprete così caratteristico, Imagine – come già Plastic Ono Band – rincula in una dimensione da un lato tradizionale e dall’altro eminentemente “lennoniana”, in ogni caso avulsa dal resto. E lo fa benissimo. Imagine pecca di voler essere, previa la produzione comunque sapiente e a tratti eccelsa di Spector, fin troppo compiacente, ma abbiamo ben capito perché volesse esserlo: e ci riuscì. Schizzò al primo posto nelle principali classifiche di tutto il mondo, grazie a una spinta promozionale che più avanti invase anche il campo del cinema, col non troppo riuscito omonimo film diretto dagli stessi John & Yoko (“il film casalingo più costoso di sempre”, come lo chiosò la critica).
In questo senso, la Ultimate Collection appena edita – quattro cd più due Blue-ray disc con un nuovo missaggio e una valanga di demo, take alternativi, outtakes ed “evolution documentary” – ci offre la possibilità di scrutarne ogni aspetto, i germogli, il divenire e gli esiti conclusivi, di soppesare l’intervento di Spector, la schietta sottigliezza degli arrangiamenti. E, ancora una volta, soprattutto nelle versioni più nude, lascia emergere la “stentorea fragilità” della voce di Lennon, questo miracolo che ci è capitato di ascoltare, sentire, ancora così forte e vivo da giustificare operazioni come questa, dove non capisci il confine tra speculazione commerciale, valore filologico e meraviglia tout-court. Era già così, del resto, per le Anthology beatlesiane. Volli un bene enorme a quelle, credo che vorrò un gran bene a questo.
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