• ott
    27
    2017

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Ribbon Music, Domino

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In psicologia i cosiddetti ricordi schermo (screen memories) sono deformazioni al tempo stesso difensive e creative di esperienze del passato, che hanno una fortissima connotazione di verità, nonostante siano oggettivamente irrealistiche. In concreto, si maschera una memoria traumatica con una memoria piacevole. Spesso hanno una qualità immaginifica luminosa, pittorica, o si configurano secondo un punto di vista impossibile. Ma un ricordo (dello) schermo potrebbe, più letteralmente, riferirsi alla memoria che abbiamo di un film, di un fotogramma particolarmente intenso. Come suggerisce l’artwork del suo nuovo disco, John Maus sembra esser rimasto invaghito da quell’estetica un po’ obsolescente tipica degli anni ’80, i grandi televisori, primi padri di un immaginario fantascientifico.

Curiosità e contraddizioni, i cardini di John Maus, l’uomo che ritiene che il pop sia il vernacolo comune del nostro tempo, si sposano a ripetizioni continue, ipnotiche ed eteree, che svelano il lato freddo e atmosferico di un surreale artista: mentre si volta al passato psichedelico e melanconico, si scatena un’ansia lo-fi avanguardista e maniacale, e il Nostro sembra riscoprirsi un dolceamaro minimalista. È un sogno quello del trentasettenne Maus, conficcato in una retromania mai così d’avanguardia e ispirata. Tutto è già sentito ma tutto è nuovo nella percezione sibillina e lucidissima che ne offre il cantautore.

In vari momenti parrebbe di essere di fronte al fratello secchione di Ariel Pink (Teenage Witch in odor di Mature Themes) grazie a un’ossessione chirurgica per i synth che richiama le colonne sonore di Carpenter e crea un costante senso di passato innovativo: il pop ipnagogico, la chillwave, il post-punk, è tutto un revival di autentica bellezza. Che il suono di questo Screen Memories possa a un primo ascolto apparire non nuovo è solo una falsa prospettiva data da strutture musicali preesistenti ma ora e qui dotate di un nuova memoria. Il passato è già Screen Memories, un artefatto del tempo che può esistere senza doversi giustificare con nessuno. Forte dei suoi studi accademici in musica rinascimentale e di un dottorato in Scienze Politiche, il nostro Maus non vive però di quel concettualismo tanto caro ai trentenni pluridecorati nelle migliori università americane: quando parla Maus trasuda concretezza, quando compone gironzola attraverso le note fino a cascarci dentro con tutti i piedi.

Maus si dimostra coerente con se stesso e con il suo pubblico, si impadronisce di un oscuro synthpop che va a spasso con la progtronica a stelle e strisce: Screen Memories si appiccica all’orecchio, con le sue allusioni sci-fi, con la sua dark-wave eigties e gli oscuri arpeggi di synth modulari che tanto hanno impegnato lo studioso John. Come una dolce dipendenza, il nuovo lavoro del weirdo di Austin vive di un contrasto effervescente fra una vocalità baritona profondissima e un sottofondo incantato di synth e linee di basso danzanti.

La sintesi elettrica e cinematografica di The Combine, il divertimento lo fi à la Ariel Pink di Teenage Witch o il pop stratificato in odor di Devo che disegna la buia Find Out coinvolgono con fare capriccioso fino a trasformarsi in distorsioni selvagge in Pets, con il fantasma di Ian Curtis a osservare il tutto. Il songwrting di Maus, armonioso e meno claustrofobico rispetto al passato, sviluppa una certa filosofia omofonica che non annoia mai, anzi riesce a emozionare con i suoi delay vocali, un po’ figli del canti gregoriani, un po’ retaggio da film horror. Melodie sfavillanti e spettrali che suonerebbero perfette nel bar del nuovo Twin Peaks, come una sinfonia elettrica e barbarica: John Maus ha dipinto l’esistenza nostalgica dell’uomo, del suo perdersi in apocalissi liriche fino a ritrovarsi substrato ritmico. Nei frammenti aforistici di idee e visioni integrate qui in un synth pop gloriosamente barocco, si accompagna a testi bizzarri e spesso confusi, a spostamenti modali straordinari e dinamiche astratte. Se stia utilizzando questa nostalgia sonora per celare un ricordo doloroso o lo stia facendo solo per giocare con la nostra concezione di tempo e attualità, onestamente non ci interessa. Quel che conta, in questo caso, è che Screen Memories pulsa di complicazioni, smonta verità, romanticizzando una lotta antica e perversa fra uomo e macchina. Quell’uomo, proprio lui, oltre lo schermo.

25 Ottobre 2017
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